Cenere – Alessandra Scubla

incendio– Brucia tutto! Stanno arrivando! – gli ordina il comandante con quel solito tono inquisitorio, che, però, questa volta, suona in modo diverso. Non incute terrore, ma lo manifesta. Forse, per la prima volta da quando la guerra è cominciata, l’impavido e senza cuore «generale di ghiaccio», è spaventato. L’esercito nemico è alle porte. Ancora qualche giorno e il cancello verrà abbattuto e il loro destino sarà appeso a un filo.
Gli è stato detto che in guerra tutto è lecito, ma ciò che hanno compiuto va ben oltre all’umana comprensione e non c’è più speranza di perdono per loro. L’odore acre del fumo gli invade le narici. Una fiumana di uomini, o forse ombre?, entra nel grande edificio dalle pareti scure e ne esce solo fumo denso. Si faticano a distinguere i colori del cielo da quelli della disperazione.
Gli ordini sono chiari: eliminare ogni traccia, ogni prova della loro presenza. Non si deve sapere quello che è successo all’interno di quella fucina di morte. Eliminare i testimoni. Eliminare i nomi, i volti, la loro stessa esistenza. Il soldato esegue gli ordini, senza fare troppe domande. Il suo compito è obbedire! Rovescia gli scaffali e dà fuoco agli archivi. Nessuna prova… nessuna colpa… Ripulire tutto per ripulire la propria coscienza. Se non ci sono prove, nulla è successo!
Osserva le fiamme divorare quei pezzi di carta, che si contorcono come se soffrissero, e rivede gli uomini e le donne in fila ad aspettare il proprio turno. Sente salire un senso di nausea e la mano scatta in avanti ad afferrare un’immagine ancora intatta. La mano si ritrae svelta, ustionata, ma non prima di aver salvato quell’unica fotografia. Ritrae una ragazza, forse addirittura sua coetanea, ma, per quanto si sforzi, non riesce a collegare quel volto sorridente e quelle gote rosee ai visi scavati e senza vita di coloro che ha visto scivolare verso l’oblio. Eppure, un tempo, quel volto era appartenuto a qualcuno; qualcuno con un nome, una storia, un futuro… Il giovane infila la fotografia nella tasca interna della giacca e continua ad assistere inerme al divampare delle fiamme…

*

– Nonno? Qualcosa non va? Chi è la donna nella foto? – chiese la giovane all’anziano, che improvvisamente si era fatto silenzioso. La mano aveva iniziato a tremargli più del solito e lo sguardo si era fatto lontano.
– Nonno? – lo chiamò di nuovo.
– Nessuno! – rispose prontamente l’uomo, – Nessuno! Un ricordo sepolto dalla cenere, ma che ancora lotta per riemergere dagli antri della memoria. Un’immagine che continua a bruciare, nonostante la sua fiamma sia ormai spenta da tempo.
L’uomo riconsegnò la foto alla nipote e, congiungendo le mani, le chiese di preparare del caffè.
Poteva sentire ancora l’odore del fumo insinuarsi nelle narici. Avevano distrutto tutto. Sotto i loro stivali era rimasta solo cenere. Nessun testimone. Nessuna prova. Nessuna colpa. Eppure… Eppure, si sentiva colpevole. Era consapevole di ciò che celava la bruciatura che aveva sulla mano e della quale mai una volta aveva raccontato la storia. Una ferita di guerra, aveva detto. Un segno d’onore e rispetto, dicevano gli altri. Ma, in realtà, non era altro che il monito dell’orrore a cui aveva preso parte, l’onta del suo peccato, quella memoria che si erano illusi di poter cancellare con il fuoco.

Alessandra Scubla

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