Coraggio immortale – Daniele Viaroli

12197512_10208046732311257_1437588099_oIl gelo permea il mio respiro come la tristezza i miei ricordi. Memorie vuote d’una perdita ingiusta, alimentate dal fuoco vendicativo d’una rabbia frustrata. Il desiderio di dare giustizia a cuori amati che più non battono.
Esco sul balcone della baita e fisso il panorama dall’alto. Ho scelto questo luogo con cura, adattandolo nel corso degli anni ai miei bisogni. Un vecchio bunker militare sulla cima d’un monte da cui posso sorvegliare l’intera vallata sottostante. Un luogo raggiungibile solo attraversando un fitto bosco e oltrepassando un ampio spiazzo totalmente allo scoperto. L’ideale per avere una traiettoria di tiro pulita su bersagli privi di copertura.
Controllo il caricatore della pistola e assaporo la sensazione del ferro gelido sulla pelle. Ho trasformato questo luogo a immagine e somiglianza del mio cuore. Una trappola mortale pronta a scattare.
Stanno arrivando e io sono pronto a riceverli.

Tutto è cominciato dieci anni fa, in una notte invernale. Anche quella sera faceva freddo e io m’ero fermato per l’ennesima volta in negozio. Non me la sentivo di lasciare l’attività incustodita visto che, in quel periodo, avevo ricevuto parecchie minacce da un gruppo di mafiosi locali. S’erano offerti di proteggermi in cambio d’una tangente. Uno di loro aveva addirittura scherzato sul fatto che la parola pizzo suonava desueta. Li ho mandati al diavolo, questi hanno alzato la voce dicendo che non sapevo contro chi mi ero messo. La mia risposta è stata semplice e diretta. Andatevene fottuti bastardi o chiamo la polizia.
TE NE PENTIRAI, promisero. E avevano ragione. Me ne sono pentito amaramente. Almeno all’inizio.
Tre giorni dopo distrussero il locale. Non bastò. Lo ricostruii più grande di prima, determinato a lottare contro l’ingiustizia. La volta successiva fu il turno della macchina. La ricomprai e iniziai a indagare sul loro conto. Li mandava Sebastian Corelli, un bastardo affiliato ai peggiori clan camorristi. Un intoccabile. Fu lui a dare l’ordine di prendersela con la mia famiglia.
Giunsero in quattro, armati di spranghe e coltelli. Pedinarono mia sorella fin sotto casa, smontarono dallo loro macchina nera e la spintonarono fin nell’androne del palazzo. Qui abusarono di lei e la scannarono come un animale. L’appesero a testa in giù e usarono il suo sangue per scrivere sul marmo bianco: TE NE PENTIRAI. Fui io a ritrovarla la mattina seguente.
La mia mente si fece bianca e il cuore rosso. Crollai in ginocchio, senza vita né speranza. Gridai e piansi, sputando la mia rabbia contro il mondo, contro dio, contro l’universo intero. Corsi dalla polizia e chiesi giustizia. Mi risposero di non poter fare nulla contro Sebastian Corelli. Troppo potente, troppi agganci nel mondo che conta, troppi amici in politica.

Cosa fare quando la giustizia è ingiusta? Quando chi dovrebbe proteggerti ti volta le spalle? Quando il dovere cede alla prepotenza? Non ho la risposta. Non l’avrò mai. Ma, stanco di chinarmi e lasciare che questi bastardi la passassero liscia, diventai come loro, peggio di loro. Passai i successivi dieci anni ad addestrarmi. A studiare le arti marziali, l’uso delle armi da fuoco, la chimica e la meccanica. Mi documentai sui metodi usati da corpi speciali, guerriglieri e partigiani. Ho pedinato Sebastian Corelli, ne ho studiato le abitudini. L’ho seguito ovunque alla ricerca di una falla nel suo sistema di sicurezza. E l’ho trovata. Perché ogni uomo ha un piccolo vezzo che lo fa cadere. Così ieri sera ho agito.
L’ho pedinato fin dal barbiere. Mi ero documentato. Era un amico d’infanzia, affiliato al suo stesso clan camorrista. Un uomo di cui si fidava come di se stesso. Entrai nel negozio. Li sorpresi a metà dell’opera di rasatura. Sparai in fronte al barbiere e sgozzai Sebastian. Come un animale, come loro avevano fatto con mia sorella. Poi balzai in macchina e corsi qui. Ad aspettarli.

Li sto aspettando. Perché so che verranno. Il loro potere si fonda sulla paura e io ho dimostrato di non averne. Verranno a prendermi, a torturarmi, a uccidermi. Lo faranno perché io dovrò essere fatto a pezzi, io dovrò essere l’esempio di cosa succede a chi osa mettersi contro di loro.
TE NE PENTIRAI. Si sbagliano. Non mi pentirò. Non mi pentirò mai di non aver paura. Non mi pentirò mai d’aver detto no alla loro logica del dolore.
Io non li ho cercati, loro sono venuti da me. Io non ho mai desiderato fare loro del male, loro ne hanno fatto a me. E, se chi di dovere ha paura d’agire, io non mi piegherò alla prepotenza. Morirò. Ne sono certo. Ho costruito una gigantesca trappola, ma alla fine, prima o poi, morirò. Loro sono troppi e io uno solo. Ma resterò in piedi fino alla fine. In piedi a gridare che non me ne sono pentito, che non ho paura. Perciò venite. Fatevi sotto. Io non ho paura. VOI VE NE PENTIRETE. VOI VE NE PENTIRETE. Io non ho paura. Non temo le vostre minacce. Non temo la morte. Vi aspetto. VOI VE NE PENTIRETE.
Il mio coraggio è immortale.

Daniele Viaroli

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