Fermate i prati – Chiara Piredda

messenger-autumn-115_19731Non apprezzi mai le cose che hai finché non le perdi.

Ho passato una vita a guardare quella degli altri da dietro un vetro; ogni tanto ho coperto la mano con la manica della camicia e l’ho pulito dalla condensa, così da avere sempre una piccola finestra aperta sul mondo. Giorni, ore e minuti si sono rincorsi rapidi, uno dopo l’altro, regolari e incorruttibili, finché non è spuntato il primo capello bianco.
C’è chi vive alla ricerca dell’atarassia e c’è chi non sa di esserne affetto.
Ero un ignaro fortunato. Inguaribile sognatore condannato a non avere mai abbastanza. Brutta storia la fortuna. È che non la riconosci subito. Lei, camaleontica e impalpabile, si accosta piano alla vita, attenta a non provocare spostamenti d’aria troppo violenti così da rendersi impercettibile. Ho camminato a lungo al suo fianco, sfiorandole la spalla. Si è fatta presenza costante e naturale, proprio come un’alba o un tramonto.
Da ignaro fortunato ho scelto di arrabbiarmi tutte le mattine quando, appena prima di mettere lo spazzolino in bocca, ho sentito il tonfo del dentifricio cadere nel lavandino. Che poi se vogliamo dirla tutta, ero già arrabbiato da prima, perché il tubetto del dentifricio non si spreme dal centro e neppure dall’alto, ma dal fondo. Ho scelto di arrabbiarmi quando lo sguardo, come un gigante magnete, è stato calamitato da un buco enorme, proprio lì, sulla carrozzeria fiammante e adorata. Un sussulto chiaro e secco mi ha bloccato il viso: fish gape, bocca aperta. E poi lo sguardo compassionevole dell’amore della mia vita, mentre con una mano mi accarezza lievemente la guancia e con l’altra mi saluta per sempre. La mia accompagnatrice di fiducia, presa dalla frenesia della vita altrui, si era scordata di me.  Troppi l’acclamano e altrettanti la esigono. Immaginatela la povera Fortuna, strattonata e bistrattata dalla gente, e non per essere pedante, ma al mondo siamo sette miliardi.

Così, piano è cresciuto lo zoccolo duro resistente alla vita. Ho iniziato a camminare sotto il sole, chiuso in una teca anti-emozione, impermeabile al profumo del vento, al colore del cielo, al potere lenitivo della musica. Trascinato dallo scorrere del tempo, ho dimenticato come impreziosire le giornate, ho portato avanti la gestazione del malumore. Poi, spinto da un’inerzia invisibile mossa da chissà chi, l’ho incontrato. Chiamarlo destino è banale, considerarla casualità è riduttivo; mi piace definirlo un dono. Stava seduto sotto un pioppo, il volto disteso e puntellato da fasci di luce, i palmi delle mani rivolti verso l’alto, quasi a voler ampliare l’interfaccia tra il suo corpo e quel calore tiepido. Segnava il tempo con respiro regolare. Le gambe del pantalone vuote.
– Quale pena ti affligge?
Non ero sicuro stesse parlando con me.
– La tua malinconia è talmente ingombrante che sta schiacciando la mia, non vorrai mica farmi concorrenza?
Si era voltato piano, sfoderando una sfilza di denti cariati, probabilmente dondolanti, a mio avviso un ottimo secondo motivo per non sorridere.
– Sai, tanti anni fa, chiesi a un amico di portarmi fino alle scogliere di Moher, un posto mozzafiato non solo per le sue altezze. È uno di quei luoghi inscalfibili dalla brutta storia dell’uomo: mentre qualche parallelo più in basso, una granata esplode sui tetti dei civili, lì la pace regna sovrana; ed è netta la linea invisibile tra terra e mare, la puoi toccare con mano mentre segna il vuoto. Questo è consolatorio, è raro distinguere il confine, le due facce della medaglia. La vita non è certo bicolore. Oltre al bianco e nero, esiste il grigio, il grigio topo, il grigio ardesia chiaro, il grigio ardesia scuro e il bianco sporco, un’ostinata policromia. Quel vuoto riempie le ossa di pace e dà il via alla transumanza dei sentimenti. Si attiva un circuito che autoalimenta il benessere della mente e spazza via i pensieri necrotizzanti. Lì, anche io mi sentii fortunato quanto quei passanti. Lì, ho scelto di essere fortunato. Ho scelto di giungere le mani e tenerle concave, così che la vita potesse accomodarsi meglio, attento a non stringerle troppo per non sgretolarla. A volte la bellezza della vita è proprio lì, sotto il naso adunco di un ignaro fortunato. La lascia sospesa a mezz’aria, come una nuvola densa di fumo appena espirato. Per anni ho passato piano la mano sul vetro, ripulendolo a volte dalla polvere, altre dalla condensa.
– Com’è successo?
– Come succede di solito. Esci di casa convinto che quel giorno sarà uguale a tutti gli altri. Prendi la giacca, noti un alone più chiaro attorno al collo, pensi che dovrai comprarne una nuova. Cerchi le chiavi, sbuffi perché non le trovi subito. Fai le scale scendendo i gradini a passo svelto, chiudi il cancello alle spalle. Ti beccano in pieno. Non è colpa tua, ma paghi tu. Così inizi ad arrabbiarti, un po’ con te stesso, di più con la vita, ancora di più con chi ti dice che poteva andare peggio. Covi rancore, ma non sai neanche nei confronti di chi. Vorresti liberarti di quel peso prendendola a pugni la disonorata Fortuna, perché il mondo pullula di avanzi di galera, ma restano sempre indenni dalle disgrazie e guarda caso è successo proprio a te che da sempre tieni alto lo stendardo della meritocrazia. Così si attiva un rifiuto impetuoso verso ciò che di bello resta. Stratifica, ispessisce potenziando la prigionia della teca anti-emozione.  Una paralisi del cuore rinnovata dalla vista dei prati in fiore, da una risata tagliente o dal sorriso caldo di un passante. E non è invidia, è rabbia nei confronti di tutti e nessuno, perché la loro colpevolezza è essere ciò che fino a poco prima non sapevi di essere neanche tu: un ignaro fortunato. È così che ci si sente, con la luna a pochi passi, ma non sai come andarla a prendere.

Aveva richiuso gli occhi e ripristinato l’espressione beata, senza neanche rispondere al mio saluto. Un po’ risentito per la ramanzina, mi ero allontanato. Prima di girare l’angolo, voltandomi, l’avevo guardato trascinarsi a stento su quelle due ruote sgangherate mentre cercava di attraversare la strada. A un passo dalla macchina il guano di un gabbiano mi aveva sfiorato la punta del naso, schiantandosi sulle scarpe. Avevo allargato le narici e contratto forte le labbra pronto a implodere. Poi le avevo arcuate in un sorriso, desideroso di raggiungere anch’io le scogliere di Moher.

                                                                                                                          Chiara Piredda

3 thoughts on “Fermate i prati – Chiara Piredda

  1. Sofia ha detto:

    scritto con maestria, molto affascinante

    1. emergenzascrittura ha detto:

      Grazie a nome dell’autrice. Ci fa sempre piacere sapere di poter contare su lettori attenti, curiosi e che interagiscono con noi, torna a trovarci!

    2. Chiara ha detto:

      Grazie mille Sofia!!

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