Malinconia e tè caldo – Elena Fiorentini

rain-photography-31“’Cause I can’t help but wonder
What if I had one more night for goodbye?”

Era un tardo pomeriggio velato di grigio come se ne vedevano tanti altri. La pioggia non batteva, era tanto leggera che nascondeva la propria presenza agli occhi di chi prestava poca attenzione, ma non per questo era poco abbondante.
Cullata da questa cupa ma confortante atmosfera, mi affacciai alla finestra strizzando gli occhi. Il mio vano tentativo di mettere a fuoco l’orizzonte, si concretizzò quando inforcai gli occhiali chiedendomi se l’acqua che bagnava ogni cosa fosse frutto della mia immaginazione, o se veramente il cielo piangeva. Che folle questa pioggia sottile. Ma in quel momento, quasi come se la natura si fosse offesa per i miei pensieri, cadde una goccia pesante, poi un’altra ancora e il primo fulmine illuminò il gli alberi immobili. Allora io seppi che di li a poco avrei potuto sedermi davanti alla finestra, con un tè in mano e lo spettacolo offerto dalla natura che avevo fatto arrabbiare.
Stavo aspettando il momento propizio per concedermi di aprire la serratura dei pensieri scomodi, quelli che sono solita omettere per convenienza, per affrontare il quotidiano senza intoppi. Ma la serenità duratura e reale, necessita che si affronti ogni ostacolo, quindi eccomi, ero pronta ad affrontarmi. La me stessa di qualche anno prima, sarebbe caduta in uno dei suoi tipici stati di strana apatia, ma quando si cambia non si è più chi eravamo soliti essere, nevvero? Per questo da non molto tempo avevo trovato una fedele e gentile compagna: la Malinconia. Quanti stupidi la sottovalutano! Una meravigliosa sensazione che ti ascolta e ti insegna. Lei concede di richiamare ricordi, ma è molto severa quando esageri. Ammonisce decisa ricordandoti che i ricordi non potranno mai essere più di ciò che sono: fastidiose, rumorose e difficilmente eliminabili memorie di cose andate e perdute.
Malinconia, inoltre, nel mio essere combatte contro Speranza, non possono vedersi queste due briccone. Quando la seconda delle due si piange addosso, la prima la rimette in riga, le insegna come meglio può quale sia il discrimine tra ciò che è reale e ciò che di reale ha solo una sensazione di vuoto e sconforto, come quando ti svegli da un sogno. Ma chi vuole vivere nei sogni? Sicuro come la morte che questo non vuole farlo la malinconia; così, al mattino, quando Speranza alza il capo per proporre le sue idee, Malinconia le da delle botte. Intendiamoci bene, delle botte davvero sonore. Mi ricordano quasi quelle che mio nonno dava a mio cugino, quando lo beccava a rubare le uova delle galline del contadino che viveva nella casa a fianco alla nostra. Anche la determinazione di mio cugino mi ricorda Speranza; per quante botte prendesse quel furfante, la tentazione di fare colazione con due albumi freschi sbattuti, e dolcificati da zucchero bianco, era troppo forte. Allo stesso modo Speranza continuava a tentare di sfuggire dalla guardia di Malinconia. Tuttavia posso farvi notare qualcosa in più: mio nonno e mio cugino erano in due, e se la giocavano tra loro. Speranza e Malinconia hanno tante compagne e guardiane che giocano a fianco a loro.
La storia del pollaio è sicuramente interessante, ma non è di questo che voglio parlare oggi, quindi vorrei tonare alla mia serata di pioggia e tè bollente.
Quando mi sedetti davanti alla finestra, la prima cosa che ronzò nella mia testa non fu maledirmi per aver accettato l’invito a cena delle mie amiche –la chiara dimostrazione che l’apatia dormiva un sonno profondo, e che io potevo stare in mezzo ad altri esseri umani senza odiarli-, bensì mi domandai cosa sarebbe successo se avessimo avuto una sera in più.
Una sera in più per salutarti. Una sera in più per salutarci.
Pare banale. Può risultare banale. Una domanda che ronza in testa a molti, ma che aveva colto alla sprovvista me, per quella ragazza seduta ad osservare il temporale questa domanda era una novità. Non ero mai stata molto brava con i pensieri gentili, la mia dura indole aveva sempre puntato il dito, cercato accuse, assaporato possibilità di vendetta. Avevo sempre portato avanti la prima sentenza, disdegnando di opinioni contrarie che mai ascoltavo. Per questo mi sorpresi così tanto di me stessa, credo che avrei quasi potuto chiedermi a voce alta, se davvero era quella la discussione che volevo inscenare tra me e me. Decisi di si, di questo volevo capire di più.
Ma a quel punto Malinconia, affiancata dalla sua ombra Razionalità mi tirò un calcio. Già, perché avevo appena dimenticato di osservare che avevo già avuto quella sera in più. La sera in cui ci siamo parlati di nuovo, ci siamo salutati a modo nostro, con molte parole che hanno avuto la solidità necessaria per chiarire quello che non era stato chiarito, placare ire nate dall’ingenuità del dubbio, accompagnate da quelle nate da ferite profonde, ma in via, ormai, di definitiva guarigione.
Quella sera in più, è stata la sera che tutti immaginano sempre, che tutti richiedono silenziosamente, sotto consiglio di Speranza, ma che in pochi riescono a ricevere davvero. E io, che non avevo nemmeno mai avuto la sensazione di desiderarla, mi ritrovai a rendermi conto che l’avevo ricevuta in dono dalle coincidenze della vita. Come avrei potuto non rimanere un poco perplessa?
Era infatti tempo che Speranza aveva rinunciato a lusingarmi, niente più tentativi di farmi pensare a come sarebbe stata quella sera in più. Ma la mia perplessità nacque principalmente dal fatto che sta volta, con questo preciso pensiero, Malinconia non parlava, Speranza taceva. Nessuna delle due aveva bisogno o voglia di sprecare fiato. Mentre Razionalità, pomposa e imbellettata, le guardava dall’alto in basso dicendo “vedete, io lo sapevo che è da stolti desiderare una sera in più”.
Già, perché non basta mai.
Ogni sera in più, cerca un’altra sera in più. Ogni frase in più, crea domande che vorrebbero nuove risposte, Speranza inizia ad essere fastidiosamente interessata a parlare, così Malinconia deve fare gli straordinari. E la povera Razionalità (non che a lei dispiaccia, è una gran presuntuosa e adora avere ragione), dopo aver ammonito tutti, si accolla il fastidioso compito di ribadire a tutta la baracca che se è andata in un modo, non sono gli abbracci a cambiare la realtà, non sono le carezze a creare abbastanza carburante per la Speranza.
Anche se mi stringevi, anche se sembravi lungi dal lasciarmi andare di nuovo, se Tu ed io ci siamo salutati la prima volta, che il saluto sia stato piacevole o meno, la concessione di un’ulteriore possibilità di salutarci, non farà cambiare assolutamente niente. Non ho mai visto persone tornare indietro, persone in grado di rivedere i propri passi. E Razionalità ammonisce costantemente Speranza, di non provare neanche a pensare che potrebbe esistere qualcosa di diverso.
Potremmo accusare il momento di essere colpevole, potremmo chiederci come sarebbe se avessimo un altro tempo, o solo qualche ora in più. E ora, mentre la pioggia sta calando insieme alla notte senza stelle, non posso fare a meno di chiedermi  cosa sarebbe successo se non avessi scelto di fare finta di niente e chiudere tutto, se avessi davvero provato a portarti via con me, invece di limitarmi a pensare –fortemente- di averlo fatto. Anche se sapevo che non volevi, anche se sapevo che la tua serenità non dipendeva da me.
Ma a quel punto della mia conversazione interiore, il tè si era freddato. Forse la temperatura di un autunno che volge al termine accelera il processo, ma è comunque un lasso di tempo abbastanza lungo, indubbiamente sufficiente per concedersi certi pensieri prima di lasciarli andare una volta per tutte, per sempre.
E mentre mi alzavo dalla sedia facendo evaporare le mie sensazioni, un attimo prima di svanire in fumo, una domanda silenziosa mi attraversò la coscienza, a dispetto di Malinconia, Razionalità e Speranza: se mi voltassi e ti chiedessi un’altra penultima volta per salutarci, verresti?

Elena Fiorentini

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