#LoStatutoDelRacconto: intervista a Milly Curcio

Milly CurcioInnanzitutto, Lei ha scritto pagine molto interessanti sulla forma del racconto e sul narrare breve. Ricordiamo la cura dei Racconti di Bovalino e di Viaggio in Israele di Mario La Cava, del volume La fortuna del racconto in Europa (Carocci, 2012) e de Le forme della brevità (FrancoAngeli, 2014), in cui spiega come la brevità svolga un ruolo sempre più tangibile nella nostra vita di tutti i giorni.

Vorrei subito chiederle: Lei considera il racconto come una forma di valore, autonoma, o come un qualcosa di subalterno rispetto alla forma romanzo?

M. Che il racconto sia un genere autonomo, rispetto al suo fratello più nobile, è stato definitivamente  dimostrato dai grandi maestri europei ed extraeuropei del Novecento: da Carver a Cheveer, da Kafka a Hrabal, da Calvino a  Manganelli. Si sa, e mi pare sia stato detto da più parti, che ogni scrittore che si rispetti è prima di tutto un ottimo scrittore di racconti. Il racconto come forma breve, e talvolta brevissima (per esempio, le Novelle da un minuto di István Örkény), è un meraviglioso congegno capace di dire, anche grazie a ciò che nasconde e grazie a ciò che è stato sottratto dall’autore (la nota teoria dell’iceberg o delle omissioni di Hemingway, e del “cavare” di Sciascia). Ma non dobbiamo commettere l’errore di considerarlo sempre come forma rapida, perché al pari di altri generi brevi, per esempio il sonetto, anche il racconto può funzionare grazie alla lentezza, alla sospensione, alle pause e naturalmente ai silenzi. Come implicitamente suggerisce Manganelli, se è vero che il romanzo voracemente si alimenta di racconti, è altrettanto vero che i racconti  possono funzionare come piccole unità “romanzate”, non occasionali, e addirittura dare vita a un libro unitario. È il caso dei Dubliners di Joyce, di More Pricks than Kicks  di Beckett, indecorosamente tradotto in italiano con l’insignificante titolo di Novelle. Talvolta il racconto si trova laddove non sospettiamo che ci sia. Per esempio, io mi sono molto divertita a studiare un gran numero di incipit di romanzi che praticamente sono già in sé delle microstorie. E altrettanto interessante è stato cercare le short stories nell’Inferno di Dante, argomento sul quale ho scritto un saggio.

Il racconto breve può aiutare a capire il presente? Cosa può dire sulla recente storia d’Italia e sulla società italiana di oggi?

M. La letteratura, in tutte le sue forme, se è vera Letteratura,  propone delle chiavi interpretative per il nostro mondo e rispetto alla Storia. Sta al lettore, cosciente e consapevole, saper entrare, con lenti attente, nelle dinamiche narrative in cui si specchiano sia il presente che la memoria. Basti pensare all’ironia tragica di uno scrittore così trascurato, eppure eccezionale, qual è Luigi Malerba.

Ci sono scrittori di racconti attuali che vuole menzionare per il loro valore?

M. Naturalmente un gran numero, ma io ritengo che il maggiore scrittore italiano di racconti sia Daniele Benati perché, da Silenzio in Emilia a Cani dell’Inferno fino a Un altro che non ero io, praticamente propone un’ampia parabola romanzata che contiene un mosaico di racconti, che a loro volta si possono leggere autonomamente. Anche in Baltica 9, scritta a quattro mani con Paolo Nori, Benati dosa una serie di short stories, disposte lungo il corso di una narrazione continua, che coincide con il motivo del viaggio, pieno di paradossi e situazioni comiche, compiuto in macchina dall’emiliana Masone a San Pietroburgo e ritorno. Inoltre, ho amato molto un libro di racconti, uscito qualche anno fa e che mi auguro venga presto ripubblicato, di Marina Mander, intitolato Ipocondria fantastica. In quei racconti, tenuti insieme dal filo conduttore della malattia immaginaria, viene fuori un mondo solo apparentemente impossibile, e invece concreto, che sembra confinare o coesistere con il nostro agire quotidiano.

Del nostro passato recente, invece, quali sono gli scrittori che Lei considera dei punti di riferimento per le nuove generazioni?

M. Per rimanere in Italia, oltre a quelli già citati, penso a Tommaso Landolfi. Per fortuna, la sua opera è stata ed è oggetto di riscoperta se non addirittura di culto. Landolfi possiede una grammatica completa e sterminata della narrazione, e dunque risulta, a ogni lettura, un autore presente per chi voglia imparare dalla sperimentazione di un classico del Novecento, assolutamente disinibito e per molti aspetti ancora spiazzante (o si direbbe, capace di produrre un perturbante). Per il resto, credo che sia ogni singolo giovane lettore, così come abbiamo fatto tutti noi lettori appassionati, a dover fare autonomamente le proprie scoperte, seguire cioè un percorso personale, costruendosi negli anni il proprio scaffale del racconto che assume così l’identità del lettore stesso.

A Suo avviso, la grande tradizione letteraria breve italiana (Boccaccio in primis, fino ad arrivare al Novecento) può ancora insegnare molto alle nuove generazioni?

M. Certamente! Ed è questo il motivo per cui, con una ventina di esperti anche non italiani, ho lavorato al volume da Lei citato, ovvero La fortuna del racconto in Europa, che ripercorre gli esemplari della narrazione breve non solo italiana, partendo appunto da Boccaccio per arrivare ai nostri giorni. Il motivo di questa fortuna risiede nel fatto che la proposta dei nostri scrittori europei è tanto varia quanto legata alla diversità delle lingue, e dunque della cultura specifica entro la quale si concepisce il racconto. In questo senso, il lavoro dei traduttori consente di creare quella necessaria interazione fra tradizioni diverse che arricchisce la forma del racconto. Non so se sia legittimo parlare di tradizione unicamente italiana, sia perché dalla classicità latina e greca (e non solo) ci arrivano esempi sempre attuali, sia perché esistono oggi, e in modo sempre più interessante, scrittori italofoni anche se non nati in Italia, o provenienti da culture altre. Insomma, mi pare che il racconto sia il terreno ideale per la riproposizione di nuovi punti di vista, secondo quell’idea di interculturalità che stiamo sperimentando in questi ultimi decenni.

Cosa ci dice sul fatto che i racconti in Italia non si leggono, non si vendono? Lei condivide questa affermazione? (Se sì, quale può essere secondo Lei il motivo?)

M. A quanto dicono gli allarmisti in Italia non si legge niente, né il romanzo né il racconto. Se le librerie chiudono è anche perché molti degli acquisti si fanno on-line, perciò meno controllabili quanto a numeri, io credo. Ricordo da quando ero adolescente questa litania, ma devo francamente dire che non mi interessa affatto. Quello che è importante, a mio parere, non è tanto la quantità dei lettori, ma la qualità della lettura anche qualora i lettori dovessero essere pochissimi. Io conosco molti lettori, anche giovanissimi, che leggono, molto o poco dipende da tante variabili, e numerosi adulti che non leggono nulla. Ma conosco anche un gran numero di lettori forti. Se dovessimo fidarci dei numeri, il dato che balza agli occhi sarebbe un altro: c’è un esercito di non lettori e c’è un esercito, ancora più numeroso, di scrittori che pubblica libri. Ergo, sono gli stessi scrittori che non leggono? O che non leggono abbastanza? Questa è la domanda che io mi porrei.

Da studiosa del racconto, cosa si sente di dire ai giovani autori di Emergenza Scrittura che amano scrivere? Lei cosa si aspetta da un giovane autore di racconti?

M. Prima di arrivare alla scrittura, secondo me, occorre leggere, leggere e leggere. E anche dopo continuare a farlo. Sempre. Da un giovane autore di racconti mi aspetto che mi sorprenda, che abbia da dirmi qualcosa in modo originale, che infranga le regole, se ce ne sono, che non si limiti insomma alla riscrittura di scritture, o a scimmiottare questo o quello scrittore. In passato, negli anni Novanta, ci sono stati giovani autori di racconti che hanno, al momento, stupito per la loro scrittura innovativa, ma il fatto che la maggior parte di loro sia presto ‘evaporata’ nel nulla dice già tutto. Per quanto si affermi da tempo che la distinzione tra letteratura alta e letteratura di consumo non sia più di moda, per me, invece, questa distinzione un senso continua ad averlo.

Intervista a cura di Gianluca Massimini

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le forme della brevitàCritico e storico della letteratura, Milly Curcio si è occupata principalmente, anche nel suo lavoro di ricerca all’Università di Tor Vergata e presso l’Università di Pécs (Ungheria), di narratologia e narrativa contemporanea. Tra i suoi lavori ricordiamo il libro Pier Paolo Pasolini: l’eretico, il corsaro, il luterano (1989), e la cura dei Racconti di Bovalino (2008) e di Viaggio in Israele (2011) di Mario La Cava, dell’epistolario Sciascia-La Cava, Lettere dal centro del mondo (2012), dell’autobiografia Album Hubay (2008), e del volume La fortuna del racconto in Europa (2012). Ha curato i saggi del volume Le forme della brevità (2014).

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