#LoStatutoDelRacconto: intervista a Mauro Maraschi

mauro-maraschiLei è, tra le altre cose, editor di Hacca Edizioni, per la quale ha curato, con Rossano Astremo, l’antologia di racconti Esc – Quando tutto finisce; fa parte della redazione della rivista letteraria Cadillac; e se le nostre informazioni sono esatte è anche autore di racconti. Pur essendo giovane ha quindi una certa esperienza con la narrativa breve e la sua opinione può esserci molto utile.

Quali sono le motivazioni che l’hanno spinta nella curatela di Esc a dare fiducia agli autori selezionati?

MM. Io e Rossano siamo andati a colpo sicuro, contattando autori stimati da entrambi, già pubblicati da ottime case editrici e avvezzi alla forma racconto: Carola Susani, Stefano Sgambati, Gabriele Dadati, Emilia Zazza, Vins Gallico, Federica De Paolis, Fabio Viola, Paolo Zardi, Giordano Meacci, Cinzia Bomoll e Flavio Santi. Direi che sono stati loro ad accordarci la fiducia.

Lei considera il racconto come una forma di valore o come un qualcosa di subalterno rispetto al romanzo?

MM. La considero una forma a sé stante ma in dialogo con il romanzo, come d’altronde lo sono, in misure diverse, la poesia, la non fiction e la saggistica. Non esistono confini netti. Nei paesi anglofoni si usa sottolineare “un romanzo breve” o “un racconto lungo”, con la “novella” come punto di incontro, ma di certo non si possono catalogare i testi in base alla lunghezza. Un racconto non è tale perché è breve, ma perché ha dinamiche differenti da quelle del romanzo. Non vi si possono presentare troppi personaggi o scandagliarne i profili psicologici: un racconto è uno scorcio, il che non lo rende meno significativo, anzi: con un racconto hai un colpo solo, ma quel colpo può fare davvero male.

Cos’è che la affascina in uno scrittore di racconti? Cos’è che le fa dire: sì, questo autore vorrei pubblicarlo, questi racconti devono far parte del nostro catalogo?

MM. In generale mi interessano la coerenza interna e i grandi progetti letterari. Anche nel caso dei racconti, preferisco gli autori che tornano sui temi a loro cari. Se parliamo di inediti da valutare, faccio molta attenzione all’incipit. Inoltre cerco: una scrittura funzionale (il registro non importa, basta che sia adeguato al tema o alla voce narrante), un evento originale (più che l’analisi originale di un evento banale), una costruzione che riveli un lavoro a priori e, se possibile, una specifica visione del mondo, un’ideologia, delle ossessioni personali. E ancora: che il racconto non sia epigonico, che non inizi con un risveglio e che il protagonista non sia un aspirante scrittore. Poi, ovviamente, se uno è bravo può fare quello che vuole.

Secondo Lei, la forma del racconto ci può aiutare a capire il presente? Perché?

MM. Tanto quanto può farlo un romanzo, o qualsiasi altra lettura che offra una visione consapevole del presente ma anche dell’eterno ritorno.

Ci sono scrittori di racconti che vuole menzionare per il loro valore e che ritiene un esempio di stile per le nuove generazioni?

MM. Certo. Salinger e Čechov, prima di tutti. E poi Hemingway, Carver e Borges, ma anche Wilcock, Pancake, Munro e Bachmann, Buzzati, Calvino e Manganelli, Flannery O’Connor e Julio Cortázar. Non li considero i migliori in assoluto, ma quelli dai quali è più facile imparare.

E per quanto riguarda gli italiani in attività?

MM. Al primo posto metto Michele Mari, in particolare con “Tu, sanguinosa infanzia”. Un maestro dei racconti è Matteo Galiazzo: procuratevi “Sinapsi”, è una scuola di scrittura creativa portatile (nella migliore delle accezioni possibili). Poi c’è Paolo Zardi, con “Antropometria” e “Il giorno che diventammo umani”, entrambi pubblicati da NEO: crudo, spietato, ma mai gratuitamente cattivo – una continua fonte di spunti e riflessioni. E ancora: Gabriele Dadati, Carola Susani, Marco Drago, Rossella Milone, Giulio Mozzi, Emidio Clementi e Paolo Cognetti. Ne dimentico ovviamente alcuni.

Ma è proprio vero che in Italia i libri di racconti non si vendono?

MM. Diversamente da altri paesi, oggi da noi i racconti li leggono i lettori forti (almeno dodici libri l’anno), che però sono in calo, o meglio, secondo me, stanno soltanto comprando meno, perché hanno già a casa tutto ciò che vogliono leggere. Quello che sento dire più spesso a chi non apprezza la forma breve è che “non c’è il tempo di affezionarsi ai personaggi e alla storia”, il che è segnale di un maggiore interesse per il plot rispetto a stile, temi e idee portanti. Inoltre concordo con quanto detto da Cognetti nella vostra intervista: a nuocere ai racconti sono i racconti brutti, concepiti semplicemente come testi brevi.

Cosa si sente di dire ai giovani autori di Emergenza Scrittura che amano scrivere? Quali indicazioni darebbe a un giovane autore di racconti?

MM. Di non scrivere più una riga finché non hanno letto tutte le vostre interviste (esclusa la mia). Di ricominciare soltanto dopo aver letto almeno tre racconti di Carver, Salinger, Čechov e Hemingway, e poi “Il nuotatore” di Cheever, “Nel paese dei ciechi” di H.G. Wells e “Incarnazioni di bambini bruciati” di D.F. Wallace. E di inviare i loro racconti alle riviste letterarie, come Inutile, Cadillac, Colla e via dicendo, e di cercare in tutti i modi di confrontarsi, prima di inviare a Mondadori una raccolta di racconti vergine, mai letta da nessuno. Scrivere è un percorso, e magari sei un genio, e magari non hai bisogno di leggere nulla né del parere di un esperto (per Bernhard il genio non ha bisogno di esperti), ma nel dubbio, finché non sei certo di essere un genio, fai leggere quello che hai scritto a qualcuno che non ti ami incondizionatamente.

Intervista a cura di Gianluca Massimini per Emergenza Scrittura

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HACCA_ESC_OKNato nel 1978 a Palermo, vive a Roma. Si occupa di editing per Hacca Edizioni, per la quale ha curato insieme a Rossano Astremo l’antologia ESC (2013), ed è socio di Caravan Edizioni. Fa parte della redazione della rivista letteraria Cadillac Magazine.

 

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