Tabula rasa – Alessandra Scubla

tabula rasa– Basta! – esclamò d’un tratto Marisa, lasciando cadere le braccia lungo i fianchi.
– Ho bisogno di una pausa!–
La ragazza lasciò la stanza, percorse il lungo corridoio illuminato da finte torce e risalì in superficie. Il cielo era sereno e la luna aveva un’insolita ombra a forma di cono; un candido faccione sorridente al centro della volta celeste. Marisa inspirò a fondo l’aria profumata di biancospino e si sedette sull’erba nella posizione del loto. Chiuse gli occhi e ripensò agli ultimi giorni. Quello che avevano in mente di fare era assurdo, al di là di qualsiasi legge umana e morale. L’incantesimo, a cui stava lavorando con le sorelle della congrega, per secoli era stato vietato. Uno di quelli da bollino rosso, che venivano citati dagli anziani con quel tono di sacralità e riverenza che affascinava e intimoriva i più giovani. Uno di quelli che lascia il segno, perché indelebile, incancellabile, eterno. Il suo ultimo utilizzo risaliva agli anni delle purghe spagnole, a quell’epoca in cui essere strega significava essere un abominio. Inspirò ed espirò di nuovo. Cosa le era saltato in mente? Perché si era messa a frugare tra i vecchi bauli di sua madre? Perché il fato aveva voluto che proprio quell’incantesimo le venisse offerto su un piatto d’argento? Non aveva pensato alle conseguenze. Il dolore della perdita la stava logorando. La disfatta bruciava ancora come brace rovente. Le cicatrici stridevano ancora dei lamenti di chi non ce l’aveva fatta. La lotta tra bene e male si era conclusa, anche se ancora non le era chiaro da che parte fosse l’uno e da quale l’altro. Chi erano i buoni e chi i cattivi? Loro con i loro poteri ancestrali oppure gli altri, timorati di Dio, e dalle canne dei fucili ancora fumanti. Era stata una diatriba tramandata di generazione in generazione e conclusasi nel sangue. Un pregiudizio alimentato da finta comprensione, scaturito in odio. Un’ignoranza di fondo e una paura radicata in secoli di storia e morte. In quel momento, con le lacrime che ancora disinfettavano le ustioni pulsanti d’odio, dimenticare le era sembrata l’unica soluzione, l’unico rimedio al dolore. Dimenticare la morte, il lutto, la perdita e la sconfitta. Dimenticare ogni cosa e semplicemente ricominciare. Ricominciare come una persona nuova; non più Marisa Blake, figlia di Jeremia e Marta Blake, sorella di sangue di Joseph e Jade, sorella di spirito di Luis, Miranda, Romina, Raul, Paul… e la lista poteva continuare all’infinito. Non sarebbe più stata lei. Ecco da dove nasceva il dubbio. Ecco cosa la tormentava. Cancellare tutto, fare tabula rasa, in un certo qual modo, avrebbe cancellato la sua esistenza. Non sarebbe più esistita. Quella parte di sé, dedita alla congrega, sarebbe semplicemente svanita, una volta pronunciata la formula. Ma, il nostro esistere, non è direttamente legato al nostro vissuto, ai nostri ricordi? Come poteva ricominciare a vivere da ventenne, senza ricordare la propria infanzia, le cadute, le liti, i pianti, tutti i sorrisi, le feste di compleanno, lo sguardo orgoglioso dei suoi genitori? Come poteva gettarsi nel mondo, senza ricordare le lezioni imparate, le cicatrici disinfettate e le difese erette? Era davvero possibile ripartire da zero e sopravvivere?
Chiuse gli occhi e li sentì bruciare. Non aveva più lacrime da versare, ma avrebbe tanto voluto piangere, sfogare la frustrazione, sciogliere il dubbio.
– Mari, che succede?– chiese la voce soave di Silvie, alle sue spalle.
La ragazza le si sedette accanto, assumendo la stessa posizione.
– E se fosse un errore?– domandò Marisa, senza scomporsi.
– L’incantesimo?–
Marisa annuì.
– Eravamo tutte d’accordo! Che cos’è cambiato?–
La ragazza sospirò.
– Sei davvero disposta a dimenticare ogni cosa?–
Silvie annuì.
– Ogni notte… ogni maledetta notte, rivedo il rogo. Sento le urla delle nostre sorelle e dei nostri fratelli. Rivedo i miei genitori rantolare in cerca d’aiuto. Sento gli anziani invocare gli spiriti. Ci hanno bruciati. Ci hanno massacrati. Ci hanno distrutto.–
– Ma noi siamo ancora qui!– obiettò Marisa.
– Spezzata. Ferite. Segnate a vita.– disse, mostrando la ferita che le attraversava tutta la parte destra del volto.
– Dimenticherai la tua famiglia. Svanirà per sempre!– insisté Marisa, sentendo crescere un nuovo senso d’angoscia.
– Sono già svaniti! Siamo rimaste in cinque. Di centinaia, siamo solo in cinque. Quanto ci metteranno a stanarci? A farci quello che hanno fatto agli altri?–
– Potrebbero non farlo mai! Abbiamo un dovere nei confronti di chi non ce l’ha fatta. Abbiamo il dovere di farli vivere nei nostri ricordi e di raccontare di loro. Se li cancelliamo dalla nostra memoria, li uccidiamo una seconda volta!–
Silvie, le prese la mano mentre con l’altra le sfiorò la bruciatura all’altezza del gomito.
– Vuoi davvero ricordare questo?– chiese e il suo tocco si fece rovente. Marisa si morse il labbro per non gridare, il dolore era insopportabile.
Si liberò dalla presa e annuì.
– Sì e anche voi dovreste! La cicatrice di cui tanto ti vergogni, è parte di te, della tua storia! Sei sopravvissuta… lo siamo tutte e cinque e possiamo ricominciare insieme, ridando vita alla congrega!– il suo tono era deciso. Sapeva che quella era la strada da intraprendere, quello era il suo destino.
Silvie si alzò in piedi.
– Lo metteremo ai voti!– esclamò.
Le ragazze si consultarono e alla fine votarono. Quattro contro uno. Dimenticare era più facile. Lavar via il sangue e ricominciare da capo. Una nuova vita. Rinascere come creature nuove, come innocenti in un mondo di peccatori.
– Ora a te la scelta. Resti con noi fino alla fine o te ne vai ora?– le domandò Silvie in tono autoritario.
Marisa guardò le sorelle, le streghe con cui aveva condiviso tutto. Non riusciva a credere che comunque, qualunque decisione avesse preso in quel momento, le avrebbe perse. Andarsene e mantenere vivo il ricordo o restare con loro fino al momento in cui sarebbe sopraggiunto l’oblio?

Il sole non era ancora sorto quando le ragazze tornarono in superficie. Erano quattro. Quattro spettri. Quattro creature senza passato, prive della loro storia. Si guardarono distrattamente e si separarono. La loro vita, quella originale, quella autentica, finiva in quel momento: nell’esatto istante in cui, da sconosciute, si davano le spalle. Loro, che erano nate per essere una cosa sola, che erano state istruite per difendersi l’una con l’altra, che avrebbero dato la vita pur di non vedere soccombere l’altra, nemmeno riuscivano a riconoscersi. La magia che nella notte dei tempi le aveva unite, ora le aveva separate per sempre. Marisa le osservò allontanarsi. Silvie, Anna, Tara e Paulina. Chissà se avevano conservato almeno i loro nomi…
Il sole era ormai alto e Marisa era rimasta sola. L’ultima di una lunga generazione. L’ultima depositaria di un immenso sapere e di un eterno potere. L’ultima narratrice di una storia, la sua storia e quella delle sue sorelle. L’ultimo barlume di speranza per la sua congrega.

Alessandra Scubla

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