Tempo tiranno – Elena Fiorentini

landa desolataLa landa desolata era spruzzata di neve per buona parte dell’anno, solo in estate – sempre se essa si potesse davvero definire in tal modo- timidi arbusti coccolati da fili d’erba verdi e gialli donavano un po’ di colore all’ambiente. In giorni senza nebbia, si potevano scorgere all’orizzonte le dolci vette di catene montuose erose dal vento e dal tempo che, per quanto possa non piacere all’essere umano, passa in modo inesorabile, portandosi via ogni giorno una piccola parte di ogni cosa.

Questo era lo scenario che si poteva osservare dall’antica abitazione sulla cima della collina collocata ad ovest dei rilievi maggiori. Vi abitava un vecchio signore con le sue sette capre. Benché egli affermasse di esserci molto affezionato, il servo – che viveva nel seminterrato con la famiglia composta dalla sorella muta e la moglie – che era costretto ad accudirle ogni giorno della propria vita da quando queste erano diventate le nuove inquiline della stalla, pensava che il suo padrone le apprezzasse esclusivamente per il buon formaggio che riusciva a ottenere dal latte fresco.

Dall’altro lato rispetto alla landa desolata, la collina scendeva molto dolcemente, tuffandosi in un mare di alberi così fitti e di un verde così scuro, che al tramonto avrebbero potuto essere scambiati per un mare di petrolio. Dal bosco non compariva mai anima viva. D’altra parte non è difficile intuire che anche i più coraggiosi venivano spaventati da un luogo tanto cupo e inospitale. Non che le visite all’antica abitazione del signor Cadringher fossero frequenti, tutt’altro! Del resto, il motivo poteva essere facilmente intuibile, infatti, nel parlare dell’inospitalità del mare di petrolio, non deve essere dimenticata la pari inospitalità della landa desolata.

Il povero servo era l’unico individuo che si muoveva veramente tra la collina e il resto del mondo, mentre i contadini che assicuravano gli approvvigionamenti si limitavano a lasciare i loro prodotti ai piedi della proprietà. Il Signor Cadringher si era chiesto più volte come mai quello stolto del servo – con annessa famiglia – non lo avesse ancora abbandonato a se stesso, ma non aveva mai espresso a voce alta il suo pensiero. Doveroso aggiungere che, se non fosse stato troppo preso dall’osservare il susseguirsi delle stagioni e l’erodersi delle montagne, avrebbe anche potuto essere grato per quelle silenziose presenze che gli assicuravano il formaggio fresco tutte le mattine.

Donát – questo era il nome del vecchio – viveva in solitudine ed isolamento da quando ne aveva memoria, e quest’ultima iniziava da un preciso momento, cioè da quando gli ultimi affetti che gli erano rimasti erano stati consumati dallo stesso vento che consuma le montagne e portati via anzitempo dalla meschinità del Fato rispetto a quella che, almeno secondo Donát, avrebbe dovuto essere la loro ora, o, in altri casi, si erano semplicemente stancati di quell’uomo con cui avevano condiviso tanto prima di allora.

Una vita lunga, vissuta per metà nel caos del mondo esterno e per metà nel caos della solitudine, lo aveva dapprima temprato e successivamente accompagnato non verso l’autocommiserazione, ma all’accettazione. La stanchezza era arrivata quando egli era molto più giovane, ma di quel momento non ricordava molto. Talvolta, in inverno, quando le giornate erano più brevi e la neve cadeva tanto fitta da far pensare agli osservatori che il bianco era il Tutto e il mondo non esistesse più, qualche ombra gli attraversava gli occhi e lui sentiva le fitte di pugnalate che solo la fiducia tradita può inferire, il pizzicare di tagli che solo il tradimento di una persona amata può arrecare. Ma non permanevano. Rapidamente e silenziosamente si mescolavano con la neve, e il vento le spingeva verso le montagne nascoste dall’imperversare della tempesta.

La desolazione di una vita trascorsa nascosto dal nulla, avrebbe accompagnato Donát fino al momento in cui l’ultimo respiro gli si fosse incastrato in gola soffocandolo. Questo non lo aveva mai scalfito fino al giorno in cui giunse alla sua abitazione un ragazzetto sgangherato. Era smilzo e con i vestiti stracciati, Donát non lo avrebbe mai incontrato se il caso non avesse voluto che egli arrivasse mentre il vecchio stava passeggiando in giardino. Non gli diede molta udienza, ma il ragazzetto parlava. Parlava di un mondo diverso da quello in cui l’uomo viveva. Parlava dei colori brillanti della natura, dei fiumi tranquilli circondati dal verde brillante delle piante illuminate dal sole, dei campi di papaveri rossi, dei pavoni maestosi e imponenti, della libertà delle aquile, di pendii che si gettavano coraggiosi sull’oceano specchiandosi in un blu più profondo della notte, di uomini che mangiavano fuoco e di cavalcate in enormi praterie. Parlava di un mondo diverso da quello dell’accettazione, da quello di chi non crede più in niente.

Entusiasmo e parole di disarmante semplicità, arricchite da occhi che avevano vissuto poco, ma allo stesso tempo conoscevano più cose di quante lui avesse mai visto in una lunga vita solitaria. Fu quel giorno che qualcosa nel cuore di Donát cambiò, fu quel giorno che una sensazione dimenticata lo accerchiò: ebbe paura di se stesso e della propria visione della vita; una vita che forse non aveva mai veramente vissuto, ma nonostante questo non si mosse. Non subito. Continuò ad attendere per giorni, mesi, che poi si trasformarono in anni. Aspettava che il coraggio di cambiare lo facesse correre per la prima volta nella vita.

Fu una mattina, quando svegliandosi vide un’aquila sorvolare la valle innevata, che finalmente decise. Sarebbe partito non appena l’inverno fosse finito. Avrebbe cercato i colori della vita e il vento della speranza che accoglie la possibilità di una nuova vita, un’altra ancora. Ma il tempo è tiranno, il tempo non perdona. Donát si ammalò e, indebolito dall’età, non superò l’inverno. Lasciò la landa desolata e la vita in perfetta sintonia con il modo in cui aveva sempre vissuto, da solo ed in silenzio.

Elena Fiorentini

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *