Un migrante – Francesco Maiorano

Emergenza scrittura - The-Shipwreck-©-Tate-e1397076987510Il barcone oscilla paurosamente, marcio d’acqua e ricolmo di corpi impauriti, ammassati gli uni sugli altri. Il Mediterraneo sarà pure un mare chiuso, ma non è per niente raccomandabile mettersi in viaggio alla cieca, in una stagione non propizia quale l’inverno. Le frontiere terrestri chiuse, sorvegliate; i voli cancellati: l’unico modo per fuggire è via nave. I tempi sono cambiati, e le storiche democrazie dell’Europa unita… C’era stato un periodo, all’inizio del secolo e del millennio, in cui la voce di Matteo riusciva ad imporsi, a farsi sentire; ed era stato un leader politico di successo, seguito da molti. La sua faccia rimbalzava da un canale all’altro, sui manifesti, in radio e in internet. Adesso, sul territorio che una volta veniva chiamato Repubblica Italiana, le vecchie cariche sono andate a farsi fottere, e che tu sia stato una persona influente o meno non cambia niente. Le bombe sono democratiche. Ammazzano tutti alla solita maniera, senza favoritismi, e non ci si può raccomandare. Perciò la scelta di Matteo: quasi sessantenne avrebbe voluto godersi gli anni che gli rimangono in altro modo. Proprio per questo si trovava su un barcone malfermo s’una distesa d’acqua in collera, con il figlio di cinque anni. La moglie non aveva acconsentito a seguirli. “I miei genitori hanno bisogno di cure, non posso lasciarli qui alla mercé del destino. Tu vai, porta al sicuro Giovanni, fallo per me!”. E così se ne erano andati. Affidati ai peggiori tagliagole, sciacalli della situazione. Cifre esorbitanti in cambio di un posto, per così dire, su una di quelle imbarcazioni, (di nuovo, per così dire). Si paga per rischiare la vita. Ma altro modo non c’è, e lui un futuro decente per suo figlio lo voleva e doveva garantire.

Il vento sferza e sputa l’acqua che a frustate si abbatte sui corpi. La gente vomita, anche Matteo vomita, dal bordo di quel pezzo galleggiante, e in tanti credono già che non ce la faranno mai, non ce la faranno mai… E anche se ce la facessero, poi, niente si sa sul dove e come arrivare, come sistemarsi; verremo accolti? Dove dormiremo? Mettersi in viaggio con queste premesse è da folli. Ma ancora più folle è rimanere. E’ meglio rischiare e sperare nella buona sorte piuttosto che vivere, se vivere è questo, nella paura che la propria casa esploda nella notte, mentre si dorme; o il pomeriggio dopo pranzo mentre stai preparando il caffè. O che uscendo di casa un miliziano faccia partire una raffica di mitra perché ti ha riconosciuto in un qualche vecchio manifesto elettorale. Giorno dopo giorno le Milizie della Patria si attribuivano sempre più autorità e spazi, il che sta a dire un dispotismo ed una violenza crescenti. Per un po’ il suo essersi defilato aveva funzionato come lasciapassare; adesso non si sarebbe meravigliato se qualcuno avesse deciso di fargli le feste: un rappresentante della storia passata e dunque meritevole di morte. Non c’è legge. O meglio, la volontà di un qualsiasi membro della Milizia è legge, salvo ordini superiori. Matteo pensa a come sia diventata, landa desolata e tetra, quella penisola che aveva fatto innamorare i più grandi artisti e poeti, e mille altre persone anche comuni. La disperazione è quel cappotto fradicio d’acqua che gli fa entrare il freddo fin dentro le ossa. L’ultimo barlume che lo tiene in vita è la speranza di calpestare, col figlio, una qualsiasi terra ferma, una spiaggia su cui gettarsi e baciare la sabbia… Giovanni trema come una foglia e gli sta addosso, cercando riparo. Un bambino non dovrebbe vivere un’esperienza del genere. L’evoluzione dell’uomo ha subito una brusca interruzione. Abbiamo smesso di essere umani, pensa Matteo; l’uomo è diventato una bestia, o ha solamente mostrato sé stesso, a seconda dei punti di vista.

Un suono più roboante degli altri lo distoglie dai pensieri, ed è subito lo sgomento generale: un’onda, un mostro anomalo spuntato da chissà dove si presenta alla vista; vento ancor più forte sferza lo scafo e i passeggieri iniziano a gridare, mentre il muro d’acqua s’avvicina e il barcone s’impenna, punta il cielo, non si vede nient’altro che il cielo plumbeo. I rumori scompaiono. Il secondo si dilata all’infinito e Matteo vi galleggia dentro, con lo sguardo alle nubi. “Cos’è questo?”, pensa. “Tra poco moriremo tutti. Perché? Perché si muore così? Dov’è Dio? Dov’è il senso della vita se poi morire non ha, nella maniera più assoluta, alcun senso?”. Lo scafo oltrepassa la cresta dell’onda, si protende ancora un po’ avanti e poi, come sulle montagne russe, si getta a capofitto al di là di essa. A Matteo salgono le budella in bocca, Giovanni urla terrorizzato e in un fragore allucinante lo schianto nelle fredde acque. Per un po’ di tempo non si riesce a capire se si è sopra o sotto, tanto il mare ha preso posto sul ponte. Un segmento abbastanza concitato per far sì che Matteo perda la presa su Giovanni. L’acqua raggiunge le cosce, la gente è aggrovigliata su sé stessa, e Giovanni non si vede. Matteo impazzisce, si guarda attorno, grida: “Qualcuno hai visto mio figlio? Vi prego aiutatemi! Giovanni!”. Grida, grida ancora, poi sente rispondere da lontano. Allora lo vede, ad una ventina di metri: suo figlio che sbraccia e affonda, poi riemerge e va sotto di nuovo… “Fermate la barca! Fermate questa cazzo di barca! Mio figlio è in acqua! Vi prego!”, si dispera Matteo, e vorrebbe morire piuttosto che provare quello che prova. Poi decide. Salta.

Gelo. Il fragore dell’acqua esagitata, del vento, lo circondano mentre inizia a dirigersi a bracciate verso Giovanni, mentre le onde lo sballottano, e solo dopo un po’ riesce a raggiungere il figlio. Che piano ha in mente? Abbraccia Giovanni ed urla, tra un’apnea e l’altra: “Hey! Siamo qui! Vi prego, tirateci su! Non lasciateci morire!”. Ma il barcone procede, onda dopo onda, fino a quando non si rovescerà poco più in là, con tutti i suoi passeggeri… Allora Matteo piange. Piange, perché sa che morirà e che suo figlio morirà, e si chiede di nuovo il perché di tutto ciò. Dal freddo non riesce più a muovere le dita, trema così forte che conficca i denti nelle labbra, nella lingua… Minuto dopo minuto, una lacrima dopo l’altra, al cospetto della morte in lui nasce però un sentimento nuovo. Riesce a mettere a fuoco, trovando un barlume di autocoscienza nel mare della sua disperazione; capisce tutto ciò che non ha compreso.

Che se lui e suo figlio sono lì, in procinto di annegare, è per colpa di gente come lui stesso, che aveva fatto suo vessillo l’idea dell’ “invasione dei migranti”. Non si possono ospitare mica tutti. Per idee come le sue egli sarebbe morto a breve e più generalmente si stava consumando, in quel mare, uno dei più grandi orrori dell’età contemporanea. Era per gente come lui, che si riempiva la bocca di razzismo di fronte a scenari crudeli, che egli si ritrovava in quella situazione. Era per gente come lui, che apportava argomenti insulsi, qualunque essi siano, di fronte alla gente che muore, ai figli che muoiono abbracciati ai padri, o ai fratelli, sorelle o madri. E con quest’ultima consapevolezza Matteo chiude gli occhi, perché prima di morire è già morto: non regge più il peso della propria coscienza. Anche il pianto di Giovanni non è più altro che un mugolio soffuso e lontanissimo. Poi il mare si chiuse su di loro emettendo un rumore come di digestione e la pioggia e il vento continuano ad imperversare sulla superficie dell’acqua. Nient’altro si scorge, da nord a sud, est ad ovest. Solo mare e onde spumose, vento freddo, cieli plumbei, l’assenza di un qualunque Dio ed una distesa di corpi galleggianti.

Francesco Maiorano

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *