Non è nei suoi interessi – Riccardo Meozzi

IMG_0284Sbuffo mentre la mano fruga nella tasca piccola dello zaino. È un tessuto scialbo, sembra quasi cartapesta. Mi sono scordata di prendere il panino, devo averlo lasciato sul tavolo. Stamattina ci sarebbe dovuto essere prosciutto e mozzarella.
La corriera accosta al marciapiede e io sono la prima a mettermi in piedi. Detesto arrivare in ritardo. Scendo che ancora cerco la carta stagnola, l’involucro che avrebbe dovuto contenere il mio pranzo. Le mie dita toccano soltanto le chiavi di casa e il borsellino con qualche spiccio.
La folla mi sospinge, qualcuno mugugna e io mi velocizzo. Metto un piede sull’asfalto nero e odoroso, appena steso. Mi guardo intorno e mi viene da cercare l’aiuto di qualcuno. Non sono povera, penso, ho soltanto scordato la merenda a casa. Intorno a me ci sono facce sconosciute, qualcuna addirittura mezza chiusa dal sonno, altre già lampanti e pronte a parlare. C’è un bar. È alla biforcazione di due strade diverse, l’ingresso è piccolo ma le vetrate sono invitanti. Qualcuno entra ma non esce nessuno. Mi incammino pensando al dolce, alla crema che sgorga dalla pastella fritta del bombolone. Lo sento già sotto le labbra, le gambe si fanno più veloci, mosse dalla gola e dalla fretta di entrare in classe. È un tragitto breve, giusto un paio di minuti tolti alle chiacchiere in cortile. Desidero quel dolce con tutte le mie forze. Ho lo zaino sulle spalle e le mani nelle tasche del cappotto. La mano sinistra stringe il borsellino ricolmo di lire.
– Dove cazzo vai?
Una mano mi strattona all’indietro e mi fa voltare. L’alito di chi mi parla sa di fumo. È un odore forte e cavernoso. Mio fratello fuma le Merit, io lo so, gli ho visto cadere il pacchetto dalla tasca dei jeans.
– Al bar – gli dico frastornata.
– Quale?
La sua faccia è strana, un po’ storta, come se qualcuno avesse voluto per forza dargli un’altra forma.
– Quello.
Gli indico la vetrina, le persone che entrano. La mia mano è senza anelli, giovane e magra, libera nell’aria. L’altra se ne sta al caldo, protegge il tesoro che ho nelle tasche.
– Tu sei scema – sobilla – Che ci volevi andare a fare?
La sua bruttura non ha effetto. Oltre la sua espressione, nelle parole appena pronunciate ho il sospetto di leggere la parola puttana. Non capisco perchè sto pensando a questo, dopotutto non me l’ha detto.
– Volevo comprare un dolce – la mia voce non si flette – Ho lasciato la merenda a casa.
Mio fratello continua a guardarmi. Chissà perchè lo fa, chissà perchè la sua presa è stata così forte. Non siamo molto diversi, stesso colore di capelli, movenze simili. Condividiamo la casa e anche il sangue. Mi lascia andare e solo allora noto la presenza di un suo amico.
– Mia sorella chiede perchè non può entrare, che dici tu?
L’amico ridacchia e al posto che sentirmi offesa penso che la sua risata abbia un tono magnifico, gentile. Non è volgare, non lo sta facendo per prendermi in giro. È una risata che non conosco, il cui fascino segreto mi strega e dissolve lo spazio circostante. Sono così presa a riflettere su questo che non mi accorgo di dare a mio fratello i soldi per le sigarette.
Vorrei dirgli che so che fuma, ma sarebbe una cattiveria, il suo animo si impaurirebbe e starebbe a chiedersi continuamente se io l’abbia detto a nostra madre. Guardo i due andarsene e entrare nel bar. Lui ha il suo mistero, io il mio. Entrambi crediamo nelle nostre ingenuità.
Un’amica mi viene incontro, mi bacia e insieme entriamo al liceo. La mia amica si chiama Michela e abita in città da sempre. Lei mi ha insegnato come vestirmi, come sopravvivere, come fingere che tutto quanto mi stia bene mentre alle spalle faccio il diavolo a quattro. All’inizio non mi piaceva, ora sì. Tutte le volte che guardo Michela mi viene in mente che non conosco i suoi risvegli, che potrebbero essere diversi dai miei.
Ogni mattina mi alzo e i miei piedi toccano il pavimento freddo, i palmi si stirano un po’ e poi comincio a sgambettare. Mia madre è già sveglia, mi dà la colazione e non mi guarda mai mentre mangio. Quando sto per prendere lo zaino dice sempre due parole.
– Mi raccomando.
La corriera mi mette tristezza. Passa a due orari ben precisi, uno per andare e uno per tornare. Due punti chiari e semplici, neutri come microcosmi disposti sullo stesso piano. Scandisce i miei tempi giornalieri, i miei umori e ogni tanto anche i miei amici. Delle volte qualche signora mi guarda andare alla fermata. Stanno ferme sul balcone delle case, la vestaglia stretta fino al collo per non prendere freddo. Pare che mi vogliano bene, eppure sono come le parole di mio fratello, sotto sotto celano del disprezzo. Accompagnano il mio viaggio e non sanno mai se tornerò. Questa è la loro più grande paura, farci nascere in un mondo che per le grandi città non esiste più, un mondo che un giorno non ci interesserà, un luogo dove non tornare. Hanno paura che qualcosa ci cambi da cima a fondo, per questo le signore mi guardano andare alla fermata e con sollievo mi salutano quando torno dopo pranzo.
– Com’è andata oggi?
– Bene, abbiamo studiato.
– Salutami la tua mamma.
– Certo, con piacere.
Sentendomi dire quest’ultima battuta di solito ridono e rientrano in casa. I loro cuori adesso sono in pace, hanno la certezza di averci tenuto al sicuro col pensiero. Ho sempre pensato che molti infarti abbiano la loro causa nelle aspettative deluse.
La città non mi ha cambiata, molte delle sue cose non fanno per me e io non le cerco. La vedo soltanto di giorno, con le sue vecchie torri e i negozi moderni dove campeggiano oggetti allucinanti. Cosa c’è che può farmi male nelle torri e nelle vetrine?
Michela mi chiede chi fossero i due ragazzi con cui stavo in piazza. È già una donna lei, una di quelle che osservano gli uomini per quello che sono: bestie più grandi e più forti da poter imbrigliare in un batter d’occhio. Non sa che anche lei è una bestia a pensarla così. Quando sente parlare di mio fratello si meraviglia un attimo. Il suo si chiama Marco, ma non le parla di fronte ai suoi amici.
– Il mio l’ha fatto solo per rimproverarmi – le dico piano.
– Rimproverarti di che?
– Non ho ben capito, aveva a che fare col bar in piazza.
– Quello con la vetrina? – di nuovo si meraviglia.
– Si, quello.
– Allora ci credo che ti ha rimproverata.
Ride.
La sua risata è oscena. La campanella suona e ci alziamo, andiamo fuori dalle aule per un quarto d’ora abbondante. Il suono di Michela mentre apre la bocca per sghignazzare mi dà il voltastomaco. Parla con gli altri e sento che è una che viene dalla città. Io vengo dalla campagna, dal piccolo paesino pieno di tabacco e grano. Non so cosa ci sia di male nel dirlo, ma questo mi rende differente da lei e da molte altri.
L’oscenità della sua risata viene dal fatto che sa il motivo per cui l’accesso al bar mi è negato. Dev’essere qualcosa di grosso, qualcosa che sicuramente valga la pena per lasciarmi a stomaco vuoto. Sono delicata io, devo mangiare la giusta dose di zuccheri oppure sverrò.
Ora però non mi importa, voglio soltanto capire, voglio sapere perché sono l’unica a non comprendere perché devo stare alla larga dal bar. Mi starebbe anche bene non entrare se sapessi perché.
Michela è una di città, io di campagna. Lei sa, l’ha già visto, ne ha avuto a che fare in passato. Questo non me lo ha mai detto ma io so perfettamente che è così. I suoi occhietti marroni viaggiano sopra cose che vedrò senza mai comprenderle. È nata così, in mezzo a tutto, non saprà mai scomporre il mondo per cercare di conoscerlo. Non è nei suoi interessi, non è la sua fatica, è la mia. Lo stomaco brontola, l’intestino fa un movimento strano e mi spavento. Tutto questo perché non sono potuta entrare nel bar. C’è una sola cosa che posso fare, ripiegare su quello che ho.
– Me ne dai un pezzo?
È il panino di Michela che sto guardando. Lei non lo sa ma a me viene da piangere.
È un boccone squisito, ha di sicuro un sapore migliore di quello che ho lasciato sopra la tavola. Ignoro cosa ci sia in quel bar, ignoro la violenza di mio fratello nel fermarmi, ignoro cosa sarei potuta diventare se davvero fossi entrata là. Con quel pezzo di pane accetto in silenzio di non sapere cosa c’è in quel luogo. La mia ingenuità mi sta bene perché mi sta nutrendo, senza di lei non avrei potuto muovere alcun passo.
Afferro il boccone e lo mando giù. Michela mi chiede se è buono, io le dico che è una vera amica. Le mie parole nascondono che lo è anche se non mi ha svelato il mistero del bar. Questa volta anche io sono come tutti gli altri.

Riccardo Meozzi

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