#LoStatutoDelRacconto: intervista a Gianni Tetti

giannitettiInnanzitutto, Lei ha esordito pubblicando racconti su Frigidaire, Il Male, Atti Impuri, Prospektiva e in diverse antologie, tra cui E morirono tutti felici e contenti (Neo Edizioni, 2008). Il suo primo libro è stato I cani là fuori (Neo Edizioni, 2010), una raccolta di racconti.

La risposta sembra scontata, ma Le chiediamo: Lei considera il racconto come una forma di valore o come un qualcosa di subalterno rispetto alla forma romanzo?

G. Parlare del racconto mi piace, perché, personalmente, ritengo il racconto la mia forma di narrazione istintiva, più immediata. Va da sé che non riscontro nessuna subalternità del racconto rispetto al romanzo, anzi, per quanto riguarda il mio modus operandi, che è in buona parte figlio della tecnica cinematografica, anche per scrivere un romanzo parto dal racconto. Cos’è il soggetto di un film se non un racconto nel quale, in poche pagine, è descritta un’intera storia che successivamente diventerà una sceneggiatura di centoventi pagine e poi un film di due ore? Stesso discorso vale, in massima parte, anche per il fumetto (per la cronaca, leggo un sacco di fumetti). E allora, a partire da questa considerazione penso al racconto come alla base: la base dalla quale poi nasce un film, la base per narrazioni più lunghe e, soprattutto, la base (che deve essere solida) da cui partire per imparare a scrivere. In quanto base, il racconto non solo non è subalterno come forma di narrazione, ma è fondamento. In questo senso penso alla narrazione orale (direi la forma genetica di ogni narrazione) che era composta da brevi racconti, spesso uniti per argomenti, ma tutti fruibili autonomamente. Insomma dal racconto si è partiti nei secoli addietro, e dal racconto si parte per imparare a raccontare, e senza un punto di partenza non può esistere il resto.

Da cosa è stato spinto nella sua scelta? Perché ha scelto la forma del racconto? Le va di raccontarci la sua evoluzione come scrittore e la sua scelta per la forma breve del narrare?

G. Come ho detto prima, ho iniziato in modo molto istintivo. Avevo delle cose da dire e istintivamente le ho dette attraverso dei racconti. Di certo sono un gran fruitore di racconti, e questo ha influito nella mia scelta. A posteriori, una delle motivazioni potrebbe risiedere nella molteplicità di storie che mi balenavano in testa. Non potevo ridurle a una sola storia, soprattutto non volevo. Detto questo, credo che una buona raccolta di racconti debba comunque essere pensata insieme, con cognizione. Mi spiego, ogni racconto si inscrive in un mondo comune agli altri che seguono o precedono, ogni personaggio racconta le sfaccettature di questo mondo, ogni luogo non è che un lato dello stesso quadrato, un lembo della stessa terra. Insomma le antologie intese come corpus di racconti totalmente slegati tra loro non mi convincono. Quando penso a una raccolta di racconti, penso comunque a testi che affrontano un tema comune, ne mostrano più lati, moltiplicano i punti di vista. E qui vedo uno dei punti di forza del racconto. Una raccolta di racconti deve avere il suo amalgama. Per esempio, mentre scrivevo “I cani là fuori” quel che mi premeva di più era trovare il giusto ordine tra le storie. Finita la prima stesura, ho riscritto tutto insieme, per creare rimandi interni e potenziare la continuità tra una storia e l’altra. La stessa cosa ho fatto in “Mette pioggia” (Neo Edizioni, 2014): sono partito da due racconti, in seguito ho approcciato alla forma del romanzo, anche se in modo particolare, qualcuno direbbe frammentario.

Da dove trae spunto per i suoi racconti?

G. Nel racconto parto dal personaggio e, nella maggior parte dei casi, tutto accade attorno a lui, in funzione della sua presenza o per causa sua. Nel romanzo il personaggio è altrettanto importante ma  non è l’unico motore della storia. Gli spunti da cui trarre un racconto sono molteplici, viviamo in tempi di relativismo culturale e molteplicità mediatica. Sono vittima, come tutti, di questa molteplicità. Da brava vittima che non ha poi tanta voglia di farsi mangiare, credo di aver sviluppato inconsciamente una sorta di voracità, una capacità di assorbimento un po’ confusa forse, ma che trova un senso quando inizio a scrivere. È un modo per far sì che tutti gli stimoli che la vita è in grado di offrirci siano fonti da cui trarre spunti interessanti. È anche l’unico modo che conosco per non perdersi nel marasma di input esterni. Cos’è la realtà? Quello che vedo durante una passeggiata o un’uscita il sabato sera? Quello che leggo su internet? Quello che apprendo da un quotidiano o dal telegiornale? Cos’è finzione? Un film? Un romanzo? Una favola di Andersen? L’ultimo spot della Nike, o del detersivo per i piatti? O forse anche quel che è finzione, filtrato attraverso la mia mente di fruitore, diventa la mia realtà? E in che categoria inscrivo un saggio politico o sociologico? Gli spunti vengono da tutto quello che mi vuole dir qualcosa. Ogni momento della mia giornata può essere una scintilla che poi diventa una storia. Nella pratica, per fare questo ho sempre un quaderno con me, a casa ne ho diversi, e ovunque vada ne porto uno. Sono pieni di spunti. Tra tutti questi spunti, qualcuno diventa una storia, qualcuno diventa parte di storie in sviluppo, qualcun altro resta lì e aspetta di diventare qualcosa, qualcun altro ancora non diventerà un bel niente.

C’è qualche campione della narrativa breve a cui si è ispirato e si ispira nel dare forma al suo stile?

G. Carver, l’essenzialità, la sottigliezza, la profondità. Welsh, il marcio, il movimento, la vitalità. Pavese, la scrittura piana, la natura umana. Gipi, l’onestà, la capacità di leggere il tempo in cui viviamo. Richard Brautigan e la sua scrittura semplice come fosse acqua. Buzzati, precisione e sogno. Cervantes, con le Novelas ejemplares, ma soprattutto col Quijote, che non sarà breve ma è tanto bello e fa tanto ridere.

Ora vorrei curiosare nella stanza in cui scrive e chiederle: come nasce un racconto?

G. Come ho già accennato, la maggior parte dei miei racconti nascono sul personaggio. A volte ho un tema, più spesso il tema arriva dopo che ho definito il personaggio. Una volta che il personaggio ha un suo viso, un suo modo di vestire, una sua voce, una sua idea del mondo, di solito inizio a pensare a lui, immagino che mi parli. Inizia una comunicazione tra me e il personaggio, un flusso più o meno continuo. Sembra la solita favoletta che raccontano gli scrittori, e invece mi rendo conto che è così. È come avere un amico immaginario. Quello che il personaggio mi dice, in buona sostanza, diventa il racconto. Cerco di finire il racconto più in fretta possibile, poi inizia il momento vero della scrittura: rileggo, riscrivo, smonto, taglio, aggiungo, limo. È un processo abbastanza lungo, un vero e proprio lavoro di bottega. Scrivo in orari precisi, direi quasi da ufficio. Ma, di quando in quando, soprattutto se durante il giorno penso di non aver fatto abbastanza, non rinuncio alle sessioni notturne, che spesso finiscono per essere illuminanti.

Il racconto può aiutare a capire il presente?

G. Come qualsiasi espressione culturale e artistica, consapevolmente o inconsapevolmente, può di certo aiutare a capire il presente. Soprattutto penso che un buon racconto, scritto da un bravo scrittore, spesso ci aiuti a capire noi stessi, a specchiarci e vederci dall’esterno, a rivivere cose già vissute, a emozionarci. Quando mi capita di incontrare opere del genere, resto felice per giorni. E fortunatamente ogni tanto capita.

Cosa può dire il racconto sulla recente storia d’Italia e sulla società italiana?

G. Rischio di ripetermi. Il racconto è un mezzo. Se maneggiato con sapienza e consapevolezza è in grado di rappresentare in modo certamente più lucido e profondo rispetto, per esempio, alla fredda cronaca, il nostro quotidiano o i processi storici che abbiamo attraversato, stiamo attraversando, attraverseremo. Ma in fin dei conti resta solo un mezzo. E ha bisogno di qualcuno che lo utilizzi. Premesso ciò, mi interrogherei su questo: ci sono autori di narrativa breve in grado di raccontarci in modo incisivo la recente storia d’Italia e la società italiana? In questo caso la mia risposta è: sì, qualcuno l’ho anche incontrato, e sono stati incontri preziosi.

Quali sono gli scrittori del nostro passato recente che Lei considera dei punti di riferimento per le nuove generazioni?

G. Dipende da cosa si intende per “punto di riferimento”. Ad ogni modo, per non sbagliare, inizio con Kurt Vonnegut e Jerome Salinger. Penso possano insegnare qualcosa a chiunque, basta leggerli e decidere cosa si vuole imparare. Ágota Kristóf ha raccontato lo sradicamento come nessuno. Penso che la parola “sradicamento” sia uno dei termini che definiscono gli ultimi decenni, e sarà imprescindibile per definire i decenni che ci aspettano, quindi sono convinto che per le nuove generazione sia fondamentale affrontare la Kristóf. Foster Wallace scriveva bene, in tutti i sensi, era proprio una bella testa. Aiuterebbe i ragazzi a capire, in maniera intelligente e non scontata, i tempi che li anno preceduti, e quindi ad affrontare il proprio tempo in modo altrettanto illuminato. Quindi ci metto anche lui.

Ci sono scrittori di racconti attuali che vuole menzionare per il loro valore?

G. Paolo Zardi è un grande autore di racconti. Paolo Cognetti pure. Sono in grado di raccontare i nostri giorni, la meschinità di cui siamo capaci, metterci di fronte alla problematica relazione tra quello che abbiamo dentro e quello che dobbiamo affrontare fuori, andare a fondo nell’analisi psicologica, farci scoprire chi siamo. Poi direi Gipi, e non aggiungerei molto, credo basti il nome. È un autore fenomenale e ha scritto tanti racconti, anche se a fumetti.

Cosa ci dice sul fatto che i racconti non si leggono e non si vendono? Lei condivide questa affermazione?

G. Non condividerei, ma di fatto è così, gli editori dicono così, lo dicono a me quando ogni tanto provo a proporre raccolte di racconti, lo dicono ad altri autori più bravi di me: preferiscono romanzi. E lo dicono conti alla mano. In una realtà editoriale che guarda all’aspetto commerciale ancor più di quanto faccia nei riguardi dell’aspetto letterario, questa è una realtà innegabile. Ogni tanto sento dire che la forma breve prenderà il sopravvento perché cambiano le esigenze del lettore in rapporto ai cambiamenti sociali. L’ho anche pensato, per un periodo, ma in effetti questo cambiamento non sta avvenendo o comunque non influenza le scelte degli editori. Più in generale, sono convinto che ogni storia abbia la sua forma perfetta: qualche storia è un racconto, qualcun’altra è un romanzo, qualcun’altra ancora è un film o un fumetto, e così via. Il fatto che gli editori pubblichino sempre con minore frequenza racconti, sta portando a una stortura nel mestiere stesso dello scrittore che, qualsiasi idea abbia, la vuole o la deve far diventare un romanzo, a volte forzando l’essenza stessa dell’idea. Così succede che molti romanzi siano in fondo raccontoni un po’ allungati. A volte sono allungati bene, a volte sono allungati male. Il rischio è quello di allungare il brodo di un racconto ben scritto per farne un romanzo mal scritto. Ne vale la pena? Io dico di no.

Da scrittore, cosa si sente di dire ai giovani autori di Emergenza Scrittura che amano scrivere? Quali indicazioni darebbe a un giovane autore di racconti?

G. Giovane autore, leggi molto. Parti da quello che ti piace, ogni tanto dai una sbirciata anche a quello che non ti piace (non sai mai dove puoi trovare buone idee). Imita, imitare è fondamentale. E dopo che hai imitato a sufficienza (per accorgersene bisogna stare attenti), smetti (smettere di fumare è più difficile) e pensa al tuo linguaggio. Le storie non sono tutto, anzi sono niente, le storie ce le hai dentro, non assillarti a cercarle, per prima cosa impara a raccontare, appena avrai il tuo modo di raccontare, vedrai che la storia arriva. Ti tuffi in un mare molto agitato e non sempre trovi chi ti lancia il salvagente per stare a galla, bisogna imparare a nuotare, ovvero bisogna fare i conti con se stessi: scrivere deve sempre essere una forma di onestà, verso se stessi e verso gli altri. L’autore onesto sarà contento di quello che ha scritto, l’autore onesto non ha paura del giudizio degli altri. Io sono arrivato fin qui, il resto lo devo ancora imparare. Buona fortuna, giovane autore.

Intervista a cura di Gianluca Massimini per Emergenza Scrittura

***

Copertina-Mette-Pioggia-Gianni-Tetti-Neo-EdizioniSassarese, classe 1980, dopo una laurea in Lingue si specializza in tecniche di narrazione per cinema e tv. Nel 2007 ha frequentato i corsi di regia e sceneggiatura della New York Film Academy. Ha scritto e diretto alcuni cortometraggi, è sceneggiatore del lungometraggio SaGràscia (regia di Bonifacio Angius). Nel 2010 ha conseguito il dottorato in Storia delle Arti con indirizzo Cinema nella sua città natale.
Suoi racconti sono stati pubblicati su Frigidaire, Il Male, Atti Impuri, Prospektiva e in diverse antologie, tra cui E morirono tutti felici e contenti (Neo Edizioni, 2008). Sempre per Neo Edizioni, nel 2010, ha pubblicato il libro I cani là fuori e nel 2014, il romanzo Mette pioggia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *