L’uomo del sabato sera – Orsola Lejeune

L’UOMO DEL SABATO SERALo vedi affacciarsi tutti i sabati sera all’entrata del teatro, scruta la folla, sta diversi minuti a fingere di leggere tutte le locandine nell’atrio, guardandosi intorno di tanto in tanto e quando poi la folla è entrata e lo spettacolo è iniziato, se ne va a testa bassa. E’ l’uomo del sabato sera.

Questa è la realtà.

Qui parte il sogno.

Si erano conosciuti per sbaglio, un vero e proprio sbaglio. Si erano infettati l’un l’altro fin dalla prima presentazione, senza sapere nulla l’uno dell’altro. Si dice che nella vita adulta si debba scegliere per compatibilità, interessi e obiettivi comuni. No, non funziona. Non funziona mai così, sarebbe tutto troppo semplice, le cose andrebbero troppo lisce e il mondo sarebbe ordinato come una casa nuova, non ancora abitata. L’amore quello vero, è sempre irrazionale, infettante, folle, sporco. Guardandosi per la prima volta sapevano entrambi cosa era appena successo. Qui, cari miei, non parliamo di progetti o romanticherie, parliamo di sesso, sangue, carne, odori e istinti, cose che si tatuano sulla belle ben più di inutili consapevolezze. Una scossa e via, ed è così che risolve tutto, questo stupido mondo, in modo insensato. Una scossa imperativa, che non ascolta né se, né ma, che non ha la pazienza di aspettare, che irrompe come un ciclone e non gliene può fregare di meno di quello che c’era, di quello che c’è, di quello che sarebbe accaduto. In quel momento il cervello di quei due era impostato su “io voglio” e chi si fosse interposto sarebbe stato calpestato. Si erano conosciuti tramite amici comuni e lui era accompagnato da una ragazza, quell’occhiata da “io voglio” doveva essere domata almeno per il momento. “Ciao io mi chiamo Laura” “Ciao io sono Mattia” La ragazza di Mattia era troppo presa a cinguettare con il resto del gruppo per rendersi conto del terremoto che aveva appena tremato sotto i suoi piedi. Laura e Mattia passarono la serata a scambiarsi sguardi e sorrisi e per fortuna la serata volse a termine prima che la situazione potesse diventare ridicola. Eliminata. In un paio di giorni la cinguettante fu eliminata dalla vita di Mattia, senza scrupoli o ripensamenti. L’imperativo chiamava, non avrebbe aspettato e il carpe diem, che si fa così prepotente in questi momenti, vinse. Non passò molto tempo perché Laura e Mattia si trovassero a bere qualcosa insieme. “L’hai lasciata?” “Sì…” Non serviva niente di più, forse non sarebbe servito neanche quello per farli finire ansanti in un letto disfatto. La scossa, placata ma non soddisfatta li tenne uniti per diversi mesi, come una droga, come un richiamo continuo e ineluttabile. Non potevano farne a meno. Un giorno come tanti dopo diverse ore su quel letto, in un caldo pomeriggio d’estate, Laura disse tre parole:”Domani mi sposo.”

Silenzio. Mattia non poteva credere a quello che aveva appena sentito.

“Come ti sposi?” “Domani mi sposo.” Ripetè Laura decisa. Mattia non sapeva cosa dire, non riuscì ad aprire bocca, le parole si erano ammassate come un treno in corsa dove si ferma improvvisamente la locomotiva e tutti i vagoni dietro si schiacciano fra loro, spingendo in avanti, creando un cumulo enorme.

Silenzio.

Laura si rivestì in fretta, non disse una parola, non lo guardò nemmeno e se ne andò. Non chiuse neanche la porta da quanto era presa dalla sua fuga. Mattia ancora tutto nudo e disorientato si alzò e andò a richiuderla, era la cosa che gli sembrava più logica da fare in quel momento. Rimase tutto il pomeriggio immobile su quel letto, con la paura che qualsiasi movimento potesse spezzarlo, con la paura che qualsiasi cambiamento di posizione potesse risvegliare il dolore che ancora faticava ad arrivare, era in una bolla di silenzio e vuoto. In quelle ore su quel letto iniziarono a districarsi le prime domande, i primi pensieri e gli affollarono la mente ronzando, facendo un rumore sempre più invasivo che solo lui poteva sentire. Passò il giorno successivo in uno stato di trance, chiuso in casa, non riuscendo a fare una mossa, non riuscendo a reagire, con un solo pensiero in mente: quel giorno Laura si sarebbe sposata. Chissà dove, chissà con chi, chissà perché, ma lei si sarebbe sposata. Nei giorni successivi l’immobilità e la confusione lasciarono il passo alla rabbia, una rabbia proporzionale alla passione che avevano condiviso. Aveva una cascata di parole ora da dire a Laura, provò a chiamarla. Non rispose. Ricevette un messaggio e quando lesse il mittente pensò di morire. Laura. “Noi eravamo pura passione. Due corpi che si incastravano alla perfezione. Cose che non troverò mai nel mio matrimonio ma eravamo troppo lontani, non avevamo niente in comune, i nostri progetti troppo diversi, era una storia impossibile. Non ti scorderò mai.” Mattia provò a richiamarla. Nelle ore successive e nei giorni successivi consumò il tasto di invio di chiamata ma non ottenne mai risposta, Laura aveva cambiato numero. Chiese notizie agli amici comuni che gli dissero che Laura finalmente si era potuta trasferire per poter vivere con suo marito a Firenze, era tanto tempo, troppo, che quei due vivevano una relazione a distanza. Tutti però sapevano poco di lei e della sua nuova vita. Mattia non sapeva come fare a cercarla, l’unica cosa che sapeva di lei era che amava il teatro. Sì perché si erano scambiati l’anima su quel letto, ma mai la vita. Mattia provò a lasciar perdere, a dimenticarsi tutto, ma non ci riuscì. La rabbia intanto si era trasformata in una nostalgia terribile, che non lo faceva dormire la notte, che lo portava a domandarsi continuamente come avesse fatto una creatura così calda a prendere una decisione così fredda e razionale. Doveva ritrovarla. Doveva avere delle risposte. Prese quindi un’abitudine malsana e ossessiva. Tutti i sabati prendeva un treno e andava a Firenze, la cercava nei volti per la strada, sobbalzava ogni volta che vedeva dei capelli lunghi e neri, si affacciava agli angoli degli incroci speranzoso ma via via che le ore passavano si sentiva sempre più debole, sempre più folle, sempre più assurdo. “Sto perdendo la testa.”

Ogni volta si concedeva l’ultima tappa della giornata al teatro della città sperando di vederla in mezzo a quel pubblico in festa, avrebbe potuto fingere un incontro fortuito, avrebbe potuto vedere la sua reazione. Ogni volta in cui non riusciva a vederla per quell’ultima ora che si concedeva, veniva invaso dalla delusione e tornava a casa con la sconfitta che gli pesava sulle spalle come un macigno. Iniziò a diradare queste gite a Firenze, cercando di darsi pace, di smetterla con quella follia e riprendere la vita normale. Pian piano stava rinunciando ed era un bene, a volte bisogna lasciare che le cose vadano, anche se non ce le spieghiamo. Iniziò ad andarci una volta ogni due settimane, poi una volta al mese, via via sempre meno, lasciando ogni volta che quella delusione dirompente gli desse una lezione. Quando ormai era vicino a rinunciare definitivamente, successe. Eccola. Entrò a teatro a fianco del marito. Aveva il suo viso, il suo corpo e i suoi capelli, ma non era lei. Era una sua sosia ma con l’energia e gli occhi spenti, con la noia che la circondava, con i capelli opachi e la pelle emaciata. Mattia la fissava, cercandola in quella creatura apatica. Laura sentendo degli occhi su di sé si girò e lo trovò.

Uno da una parte dell’atrio, l’altro dalla parte opposta, i loro occhi si incontrarono e per un attimo negli occhi di Laura risplendette l’antica scintilla. Stettero diversi secondi a fissarsi l’un l’altro, gli occhi di Laura si riempirono di lacrime che iniziarono a sgorgare, sbavando il mascara e il trucco che aveva usato per coprire quel viso spento. Quelle lacrime rimpiangevano il coraggio mancato.

Mattia la guardò e quando vide quelle lacrime amare, le dette la schiena, aprì la porta, rimase sulla soglia per un attimo di indecisione, un attimo infinito per Laura. Poi sparì, in una folata di vento freddo nella notte scura. Non sarebbe mai più tornato a Firenze.

Non lo avrei più visto il sabato sera mentre la cercava fra la folla.

Orsola Lejeune

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