#LoStatutoDelRacconto: intervista a Davide Barilli

davide barilli emergenza scritturaTra le tante opere da Lei scritte e che abbiamo avuto modo di apprezzare figurano tre romanzi (Le cere di Baracoa, Musica per lo zar, La fascia del turco) ma anche molte raccolte di racconti, tra cui La nascita del Che, secondo al Premio Chiara nel 2014 e recente finalista al Premio Il Ceppo di Pistoia 2016 insieme a Mauro Covacich, Simone Lenzi, Monica Pareschi, Valeria Parrella, Christian Raimo e Francesco Recami.
Da narratore che è anche autore di romanzi, Lei considera il racconto come una forma di valore o come un qualcosa di subalterno rispetto alla forma romanzo?

D. Premetto che, onde evitare deja vù o inutili ripetizioni rispetto a quanto detto esaurientemente da altri intervistati, ma anche per indole congenita, le mie risposte saranno disorganiche, dettate più da eccezioni e intuizioni che da impronte teoriche. Credo che il racconto sia in se stesso. Vive di vita propria. È come un bisogno fastidioso. Un malessere secco lo pervade. Se il romanzo è malattia che ti porta a morte lenta, con dolori sordi e continui, il racconto è una sincope. Scrive Carver, giustificando a se stesso la scelta di non affrontare il romanzo: «…non possiedo quel tipo di memoria capace di far rivivere intere conversazioni complete di tutti i gesti, tutte le sfumature del discorso reale…». Nel racconto, come sappiamo, viene esaltato proprio il non detto, è il suo spazio alonato e pieno di echi, cavo anzichè convesso, la caratteristica che ne fa un genere letterario interiorizzato, autonomo e difficilissimo.

Da cosa è stato spinto nella sua scelta? Perchè ha scelto la forma del racconto? Le va di raccontarci la Sua scelta per la forma breve del narrare?

D. Ho sempre cercato di non confondere il mestiere di giornalista di cronaca e cultura (che mi dà da vivere da quasi 30 anni lasciandomi la libertà sufficiente di essere scrittore tout court quando scrivo narrativa), con quello di scrittore: usando un paradosso, il primo informa, il secondo DEFORMA la realtà. Non ho mai utilizzato trame di cronaca giudiziaria per i miei libri, solo con la vicenda di Celso dei Gabbi, protagonista de ‘’Le cere di Baracoa’’ mi sono concesso una deroga: perché – appunto – era una vicenda paradossale, deformata…C’è poi il fatto che provengo da una famiglia di artisti fuori dalle regole. Il primo libro che mio padre (era un pittore, figlio e nipote di pittori…) mi ha regalato è stato L’isola del tesoro. Da ragazzo non leggevo tanto, preferivo trascorrere le mie ore nel torrente che scorre sotto la mia casa, una palazzina a picco, simile a un bastimento pronto a partire. Un’infanzia da ragazzo selvaggio, fra guerre di bande, viaggi lungo il torrente, avventure indimenticabili. A sedici anni, grazie a un lontano parente che lavorava come rappresentante di una casa editrice, ho comperato in stock 500 libri di narrativa fallati, scelti prevalentemente grazie al potere suggestivo dei titoli, ed erano quasi tutti racconti, da Henry James a Joseph Roth, da Alejo Carpentier a Stevenson, da Conrad, da Borges a Max Frish, da Fenoglio a Pavese: insomma, i grandi classici. La mia piccola biblioteca è via via cresciuta nel tempo: mi divertivo a trovare libri di eccentrici, scrittori di nicchia, da Wilcock a Delfini e D’Arzo (oggi strafamosi) da Rulfo a Hohl, da Robert Walser a Augusto Monterroso, solo per citarne alcuni. Ecco, ricordo che una volta, tanti anni fa, da ragazzino, mi imbattei nel racconto più breve della storia della letteratura. Lo ha scritto proprio lui, il guatemalteco Augusto Monterroso. ‘’Al suo risveglio il dinosauro era ancora li’’. Dentro a quelle otto parole ci sono un sacco di storie possibili e impossibili al tempo stesso, ovvero uno spazio letterario infinito. A quell’epoca, tra l’altro, leggevo tanta poesia, cosa che ho poi abbandonato quasi completamente. Ma sempre cosciente di un fatto ineludibile: ovvero che il racconto ti concede questa sfida, nel giro stretto di poche righe o di poche pagine si può creare un mondo, come nella poesia. Ecco, direi, semplificando, che il racconto, basandosi più sul sottaciuto, il non detto, la metafora, l’alone, rispetto all’architettura totalizzante del romanzo, è quanto di più vicino alla poesia ci sia.

Da dove trae spunto per i suoi racconti?

D. Gli ultimi libri di racconti che ho pubblicato sono ambientati a Cuba, luogo di facile (ma solo apparentemente) interpretazione. Un mondo ridotto a icona, tra ideologia e contro ideologia che mi suggestionava rivelare nelle sue ferite, nelle mende, negli interstizi, più che nel suo corpo mummificato. In precedenza ho raccontato storie di viandanti, folli e avventurieri che transitavano lungo il torrente che scorre sotto la mia casa parmigiana. Ecco, quello che mi interessa, di Cuba o della pianura padana, è salvare storie che altrimenti andrebbero irrimediabilmente perdute, raccontando oltre le apparenze. Ho scritto storie che partono dalla strada, dallo spirito del reportage narrativo, ma che poi scivolano in qualcos’altro…in un terreno ”altro” che esula dalla memoria e della cronaca, racconti in senso stretto e che forse proprio in ciò trovano il loro senso identitario. I miei primi racconti, poi raccolti nel volume ‘’La casa sul torrente’’ erano prose salvifiche, storie di vecchi tenori alcolizzati, comparse di Fellini, imbalsamatori, corniciai, soldati della legione straniera che si salvarono grazie a un ballo con Marlene Dietrich…

C’è qualche campione della narrativa breve a cui si è ispirato e si ispira nel dare forma al suo stile?

D. Ho sempre letto libri di racconti, più che romanzi. Ho sempre amato quelli che a Cuba chiamano i libri da bolsillo, da tasca, volumetti sottili e piccoli come le tasche delle guayaberas, le camice cubane, fatte apposta per contenere una petaca (un contenitore piatto di metallo per il rum) o appunto un libro piccolo. Ecco, direi che il racconto va letto come si beve un sorso di rum, lentamente, aspettando la fiammata che incendia il tempo, parafrasando Paul Celan. Se ci penso, anche i romanzi che ho scritto, in realtà, sono assimilabili a racconti lunghi, in quanto individuano un elemento narrativo minimo su cui edificare tutto il resto. Non a caso, parlando del mio stile, un critico (Arnaldo Colasanti) ha citato Otto Pacht, che in un fondamentale saggio sulla miniatura sosteneva che questa non è altro che la moltiplicazione di un desidero di racconto.
Tornando alla domanda, dando per scontato i grandi paradigmi, direi che agendo per memoria immediata, potrei smazzare un disordinato elenco, uno tra i tanti possibili, mescolando impunemente italiani e stranieri. Ecco, i primi che mi vengono in mente sono: Poe, Kafka, Henry James, Il padiglione sulle dune di Stevenson, i racconti dello svizzero Ludwig Hohl, Giorgio Manganelli, Bolano, Thomas Bernardh, Danilo Kis, McEwan, Anna Maria Ortese, Bufalino, il dimenticato Luigi Monteleone scoperto da Enrico Filippini e poi tornato nell’oblio, come il titolo del suo meraviglioso libro, intitolato appunto ‘’La pena e l’oblo’’. Questi sono solo alcuni degli autori che mi sono rimasti dentro, anche se il primo fra tutti resta il ‘’Pedro Paramo’’ di Juan Rulfo. Se solo riuscissi a farlo conoscere, attraverso queste mie parole, a qualcuno che non lo aveva mai sentito nominare prima, ammetterei di non poter ritenere del tutto inutile il mio intervento…

Ora vorrei curiosare nella stanza in cui scrive e chiederLe: come nasce un racconto?

D. Non credo alla retorica dell’incipit e neppure a quella del titolo.. Ho taccuini pieni di attacchi che non produrranno mai niente. Sono come fuochi d’artificio che non avranno seguito, oltre i quali c’è il buio. Non credo neppure a una visione notarile della scrittura, non credo che il lavoro sia il frutto di un impegno quotidiano. L’arte è eccezione, non fatica da spalmare su orari lavorativi. Un racconto nasce da una rottura, da uno iato tra ciò che crediamo di voler scrivere e ciò che avverrà…

Il racconto può aiutare a capire il presente?

D. Non mi interessa più di tanto capire il presente, per farlo è meglio riflettere che scrivere. Certo, il racconto può aiutare a sopportare meglio ciò che stiamo vivendo, nella solitudine della nostra stanza, come una sorta di bachelardiana fiammella di candela.

Quali sono gli scrittori del nostro passato recente che Lei considera dei punti di riferimento per le nuove generazioni?

D. Il catalogo sarebbe lungo, allora preferisco peccare di presunzione e giocare con l’intuizione: ecco, i primi nomi che mi vengono in mente sono Fenoglio, il Soldati della ‘’Giacca verde’’, D’Arzo, Delfini (quello de ‘’I ricordi della basca’’), Parise (‘’il ragazzo e la cometa’’ più che ‘’I sillabari’’), oppure ‘’la scoperta dell’alfabeto ‘’ di Malerba. Poi c’è la questione Calvino: una delle cose che ho maggiormente apprezzato in lui è – nei Six memos – l’alternativa tra leggerezza e pesantezza. Sono leggeri, D’Arzo e Delfini, i due padani che amo di più. Entrambi però sono due finti padani. La loro, anche se parrebbe il contrario, è a ben guardare, una finta leggerezza. Ciò che li tormenta è la sindrome del labirinto, la disperazione, il non sapere trovare vie d’uscita. Entrambi cercano risposte assolute, sono fondamentalmente senza speranze. Forse il punto è proprio questo, la vera letteratura non vive di speranza.

Ci sono scrittori di racconti attuali che vuole menzionare per il loro valore?

D. Il rischio è finire nel gorgo delle logiche generazionali, nelle conventicole, negli amici degli amici. Facebook, da questo punto di vista, è una meravigliosa specola en plain air dove la piaggeria e il gioco di sponda tra scrittori e critici e viceversa è talmente palese da risultare innocua, una pubblica messa in piazza degli equilibri e delle alleanze che ripropone, senza rete (…ma nella rete) la tradizione dei carteggi letterari, priva però della segretezza epistolare di un tempo. Allora lascio perdere i sentimenti e dico che Celati è stato molto importante, un maestro per la mia generazione, ma che se devo scegliere preferisco sempre una certa dose di betise all’intelletto puro. Dunque dico che Pardini è un narratore eccellente, che il Comolli delle Sette storie doppie mi piaceva tantissimo, come la prima Pariani, oppure certo Bufalino…

Cosa ci dice sul fatto che i racconti non si leggono e non si vendono? Lei condivide questa affermazione?

D. Questo è uno dei grandi misteri dell’editoria italiana. Si dice che non vendano, ma è un falso problema, dal momento che tutti sappiamo come anche i romanzi, quelli non commerciali, salvo rare eccezioni, vendono pochissimo. A Cuba, pur con tutti suoi paradossi storici e ideologici, gli scrittori sopravvivono proprio grazie ai concorsi letterari per racconti: chi vince si prende una somma di denaro e la pubblicazione. In italia una cosa del genere non esiste. I racconti sono relegati in secondo piano e scontano il fatto che solo i grandi nomi hanno la possibilità di pubblicare i loro testi brevi. Gli altri faticano, oppure funzionano se si allineano all’onda del momento. Vorrei aggiungere una cosa che sembra fuori luogo, ma che forse non lo è. Per la terza pagina della Gazzetta di Parma, una delle ultime che coraggiosamente resistono in Italia, curo da anni la rubrica dei racconti della domenica, è una sfida che spesso non viene capita, ma che cerchiamo, orgogliosamente, di tenere in vita come una piccola bandierina di sopravvivenza, nel silenzio di una editoria sempre più distratta, allineata alle logiche mercantili e commerciali.

Da scrittore, cosa si sente di dire ai giovani autori di Emergenza Scrittura che amano scrivere? Quali indicazioni darebbe a un giovane autore di racconti?

D. Di non fare (troppo) lo scrittore. Nel senso non solo lo scrittore. Non vivere cioè di soli libri, di salotti letterari, di rivistine, di scuole di scrittura, di post su facebook in cui mostrare quanto si è belli e bravi, di gruppetti, di clan, di aiutini reciproci, tutto ciò è pericolosamente autoreferenziale. Meglio vivere la vita, viaggiare in giro per il mondo con uno zaino in spalla e un taccuino (o un tablet) in tasca. E scrivere on the road, oppure al ritorno a casa. Insomma, raccogliere storie, il meno ombelicali possibili. E poi leggere tanto, non solo gli autori del momento, ma i grandi dimenticati, gente come Savinio, Pizzuto, Wilcock; ma soprattutto avere tanta curiosità per chi non va di moda. Un consiglio? Andate a cercare la collezione di Babele di FMR curata da Borges, lì troverete capolavori senza tempo.

Intervista a cura di Gianluca Massimini per Emergenza

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Davide Barilli, nato a Parma nel 1959, ha pubblicato romanzi e raccolte di racconti, da ”La fascia del turco” (1989) a ”Musica per lo zar” (2011), da ”Poltrona per acqua” (1998) a ”La casa sul torrente” (1998) e ‘Piombo e argento’’ (Mup 2003). Diversi suoi libri sono ambientati a Cuba, come ‘’Le cere di Baracoa’’, ’La nascita del Che’’ e ‘’Carte d’Avana’’, rispettivamente secondi ai premi Fabriano (2010) e Chiara (2014) e vincitore del premio Microeditoria per la narrativa (Chiari, 2011). Assiduo frequentatore dell’isola caraibica, ha presentato i suoi libri e tenuto conferenze alla Feria internazionale del libro, Uneac (Unione scrittori e artisti cubani), Flex (Università di lingue straniere), Fondazione Guillen, biblioteca Villena, Casa Garibaldi, ex Union latina, sede della sezione havanera della Dante Alighieri, partecipando a numerose edizioni della Settimana della Lingua italiana. In febbraio, invitato dall’Istituto cubano del libro, presenterà alla Feria internacional del libro 2016 de La Habana, il volume, da lui curato, ‘’Gli amanti del secondo piano’’ che raccoglie racconti di tre fra i più importanti narratori cubani di oggi: Alberto Guerra Naranjo, Marcial Gala ed Emerio Medina. Da oltre 25 anni lavora come giornalista nella redazione della Gazzetta di Parma, occupandosi di cronache e della pagina culturale.

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