#NarrativoPresente: La sfida – Laura Veroni

ES e autodafé

La palestra era particolarmente affollata, quel sabato mattina. C’erano quasi tutti, quando Christian entrò: Federica, la dottoressa neolaureata, si allenava sullo step; Laura, la prof, sulla cyclette; Franco, il sessantenne proprietario della palestra, nonché istruttore unico, Michele, impiegato statale, Michelino, in cerca di un impiego, e Luca, il filosofo, si alternavano alla panca, facendo i soliti schiamazzi. C’era persino Rocco, il poliziotto, che di solito arrivava molto tardi, quasi all’ora di pranzo, quando tutti se ne stavano andando. Era in piedi, davanti alla Maghetti, a mescolare il suo caffè, mentre osservava gli altri allenarsi. Dall’aspetto, si sarebbe detto che non avesse dormito un granché quella notte, com’era sua abitudine, del resto.
Era presente anche il gruppo dei nuovi, ma con quelli Christian non aveva legato, nonostante fosse di carattere aperto.
Christian salutò a gran voce e si diresse verso lo spogliatoio. Si cambiò, indossando i pantaloni della tuta e la maglietta per l’allenamento, quindi raggiunse il gruppo in sala attrezzi.
«Uè, il Cristianone!», esultò Michelino, vedendolo avvicinarsi.
Lo chiamavano così per due motivi: uno era per distinguerlo dall’altro Christian, l’istruttore di kick boxing che spesso si allenava insieme a loro, l’altro per la sua mole. Christian era effettivamente quello che, simpaticamente, qualcuno avrebbe potuto definire un armadio: alto e ben piazzato. Un pugno dei suoi avrebbe fatto volare chiunque. A dispetto della corporatura e dello sport che praticava, Christian era un pezzo di pane. Il gigante buono, lo chiamavano le ragazze della palestra. Non c’era una sola persona, là dentro, che non si fosse affezionata a lui e ai suoi modi sempre educati e gentili. Era premuroso con tutti e, se c’era da dare una mano a qualcuno, era sempre tra i primi a farsi avanti.
Allegro e socievole di carattere, quella mattina aveva però un’aria strana. Non par eva in forma come al solito, pronto alla battuta. C’era un velo di malinconia nel suo sguardo.
«Dai, Christian, vieni qui che oggi ti battiamo!» Franco lo sfidò alla panca.
Il sabato mattina era sempre così: il gruppo dei fedelissimi si massacrava sotto l’asta con i pesi, per allenare i pettorali. Facevano a gara a chi raggiungeva il massimale più alto. Chi perdeva, pagava pegno: cinquanta flessioni a terra, fino a toccare il pavimento col petto. «No, oggi non sono in forma», Christian rifiutò la sfida.
«Oh, ma che hai? Non è da te!», osservò Luca.
Era evidente che c’era qualcosa che non andasse.
«Raga…», cominciò Cristianone. «Vi devo dire una cosa.»
Improvvisamente tutti dimisero l’aria scherzosa. Che cos’era successo? L’attenzione di ognuno si concentrò sul volto del gigante buono.
«Oggi è l’ultimo giorno che mi vedete», annunciò. «Me ne vado.» Tacque un istante, guardando in faccia gli amici di sempre. Anche Laura e Federica, a quelle parole, interruppero il loro allenamento e si avvicinarono al gruppo dei maschi.
Dalle casse dello stereo risuonava una melodia cinese, il cd che Luca si ostinava a portare durante gli allenamenti di gruppo.
«E spegni ‘sta musica di merda!», disse Michelino.
«Ma adesso parte l’assolo», continuò a scherzare Luca: non doveva aver preso sul serio l’annuncio della notizia.
«Ecco, ci tradisce», tentò di buttarla sul ridere Franco. «Cambi palestra, è così?», domandò poi rivolto al Cristianone.
«No», lo smentì. «Me ne vado proprio. Lascio l’Italia. Mi trasferisco in Germania.»
Lo guardarono sorpresi.
«In Germania?», ripeté Laura, per sincerarsi di avere sentito bene. «Cos’è questa novità?»
«Oh, dai, raga, non fate quelle facce, però!», disse lui. «È già abbastanza difficile dirvelo.»
<Perché te ne vai?», domandò Federica, avvolgendosi l’asciugamano arrotolato attorno al collo.
«Qui non c’è un cazzo di lavoro. Io e mia moglie vogliamo metter su famiglia. Lei non ha un’attività stabile e c’è bisogno di soldi per questo.»
«E siete sicuri che, trasferendovi, lo troverà?», chiese Laura dubbiosa.
«Sì, ci siamo già informati.»
«Ma perché proprio la Germania?», domandò Federica.
«Lei è tedesca, ha là tutti i parenti.»
«E tu?», riprese Laura. «Perderai il tuo posto qui. Ci hai pensato? Come farai?»
«Farò, stai tranquilla. Troverò qualcosa. La Germania non è l’Italia.»
«Ma allora non ti vedremo più? Non tornerai?», si preoccupò Federica.
«Non credo. Infatti ho portato il cellulare per farci una foto tutti insieme, così vi porterò con me.»
Estrasse dalla tasca dei pantaloni il telefonino e iniziò a scattare selfie con ognuno. Gli amici si prestarono, mettendosi in posa, ma i sorrisi erano poco convinti, alcuni palesemente forzati.
«Non sparire del tutto, però», disse Laura. «Restiamo in contatto almeno su Facebook!»
«Contaci, stella!» Le diede teneramente un bacio sulla fronte.
«Beh, che sono ‘ste facce da funerale?», disse Franco. «Non va mica al patibolo!» «Ci penso io a riportare il buonumore!», esclamò Luca dirigendosi di corsa verso l’impianto stereo.
«Nooo!!! Il cinese nooo!!!», lo supplicò Laura ridendo.
Luca era famoso per i suoi cd, per niente adatti agli allenamenti di body building.
Qualche istante dopo, partì la marcia trionfale dell’Aida. Tutti risero e cominciarono a protestare a gran voce: l’atmosfera si era di nuovo rilassata.
«Comunque fai bene ad andartene», disse Franco. «Fuori da questo paese che non ha più niente da offrire. Fate bene, voi che potete. Lo farei anch’io. Lo dico sempre anche ai miei figli. Che ci state a fare qui? Il problema è che in Italia, tra un po’, non resterà più nessun giovane.»
Christian non era il primo ad andarsene. Già prima di lui, altri avevano tentato l’avventura dell’estero, stanchi di vivere da mantenuti in famiglia. Qualcuno si era diretto in Inghilterra a lavorare come cameriere in qualche hotel, in attesa di mettere da parte un po’ di soldi, per poi magari tornare in tempi migliori. Giovani laureati che in Italia non avevano trovato uno straccio di impiego né nel proprio campo, né in altri, volavano verso paesi esteri, dove il lavoro pareva essere garantito.
«Cos’ha ancora da offrire il nostro paese ai giovani?», riprese Franco in tono polemico. «C’è crisi in tutti i settori. Diventeremo un paese di vecchi e di extracomunitari, perché i nostri figli se ne andranno tutti, prima o poi.»
«Esagerato!», esclamò Luca, ridendo.
«Io trovo assurdo che si vada in cerca di lavoro manuale all’estero», intervenne Michelino. Quel genere di lavoro si trova anche qui.»
«Ma che dici?», ribatté Franco. «Qui lo danno in nero agli extracomunitari, che non costano un cazzo! I nostri non li vogliono, perché devono metterli in regola.»
«È vero. Hai ragione», confermò Michele. «Ho letto che ogni anno cresce il numero degli italiani che fanno le valigie e si trasferiscono all’estero. Ad andarsene sono in prevalenza uomini, per lo più non sposati. Pare proprio che la meta preferita sia la Germania, seguita dal Regno Unito. Mica sono palle! È quanto emerge dal Rapporto Italiani nel mondo 2015 della Fondazione Migrantes.»
«Sì,vabbè!», esclamò Luca. «Adesso però vogliamo fare ‘sta panca o no? Dai che devo stracciarvi tutti!»
Quello fu l’ultimo allenamento insieme, poi Christian salutò gli amici e uscì dalla palestra col suo borsone in spalla.

Era trascorso poco più di un anno e di Christian si erano perse le tracce. Sparito nel nulla.
Laura aveva provato più volte a contattarlo in Facebook, ma era scomparso anche il suo profilo. Chissà come mai quella scelta? Spesso, durante gli allenamenti del sabato, il gruppo parlava di lui. «Vi ricordate quando c’era il Cristianone?», diceva qualcuno. E, allora, giù aneddoti sulle sfide alla panca!
«Qualcuno l’ha più sentito?», domandava Laura. «Avete avuto notizie?»
La risposta era sempre la stessa, negativa per chiunque.
C’era rimasta solo la loro foto a ricordare quell’ultimo giorno tutti insieme. Una foto soltanto.
Una sera, Laura navigava in Facebook, alla ricerca di qualcosa di interessante da leggere, ma, come la maggior parte delle volte, non c’era niente di che. A un tratto, la sua attenzione venne attratta dall’icona rossa sulle richieste di amicizia. Incuriosita, cliccò sull’immagine delle due teste appaiate. Il suo volto si aprì in un sorriso: Christian! Era proprio lui. Non perse tempo e cliccò su “accetta”, poi gli scrisse subito un messaggio privato.
– Laura: Che piacere ritrovarti! Ma che fine avevi fatto? Come stai?
– Christian: Alla grande, stella. Qui è tutto molto più tranquillo e mi sono integrato bene. Tu come stai?
– Laura: bene. Temevamo di averti perso. Tornerai mai a trovarci?
– Christian: Chissà… magari un giorno.
– Laura: Raccontami qualcosa, che è tantissimo che non ho notizie. Come vanno le cose lì? Il lavoro? Dove vivi di preciso?
– Christian: Vivo a Wilhermsdorf, un paesino di pochi abitanti non distante da Norimberga.
– Laura: Ti sei mai pentito di questa scelta? Non ti manca il tuo paese?
– Christian: Come sai, la decisione di trasferirci è stata presa, perché ci siamo resi conto che effettivamente non aveva più senso rimanere nel mio beneamato paese e poi anche perché mia moglie non aveva più un lavoro sicuro che ci avrebbe permesso di costruirci un futuro stabile. La voglia di espatriare e di vedere gente nuova, nuovi modi di pensare e di vivere hanno fatto sì che nel giro di tre mesi ci siamo trasferiti. La Germania è stata la prima scelta, perché, come sai, mia moglie è tedesca e quindi col suo titolo di studio, non riconosciuto in Italia, avrebbe potuto trovare facilmente lavoro nella sua professione.
– Laura: Che lavoro fa?
– Christian: Maestra d’asilo. Nel giro di tre giorni (non scherzo) è stata chiamata da due asili che le hanno offerto subito un contratto fisso a milleottocento euro netti al mese, mentre io ho trovato lavoro, dopo quindici giorni dal mio arrivo, in una ditta che produce pezzi per gli interni delle automobili. Al momento sono nella logistica. L’offerta che ricevetti fu di uno stipendio pari a milleseicento euro netti e un contratto di un anno. Alla scadenza è stato prorogato per un altro anno e infine sarà indeterminato. La cosa bella è però che, se non dovessi andare bene, non ti cacciano via come se niente fosse, ma, anzi, cercano di capire perché ed eventualmente ti cambiano di posizione! È nel loro interesse tenere chi vale. Per loro non è importante se sei figlio di o parente di: a loro interessa solo quello che dimostri ogni giorno. Non è il paradiso, però è sicuramente un modo più corretto e rispettoso di valorizzare una persona, a mio parere. È anche vero, però, che l’Italia ogni tanto mi manca. Soprattutto la famiglia e gli amici di una vita… ma di più ancora l’italiano che qui non parla nessuno! La nostra lingua, comunque, per loro è molto affascinante. Mi è capitato più volte di parlare al telefono in italiano e di avere vicino dei colleghi che origliano sorridendo e dicendo “Ist wie ein Lied” (è come una canzone). A loro piace anche il nostro modo di fare. Ad esempio, da noi, quando saluti un amico o un parente, ci abbracciamo e ci baciamo. Per noi è la normalità! Per loro invece è normale solo alzare la mano e non avere alcun contatto. La loro lingua è comunque molto ostica! Hanno un vocabolo per ogni cosa. Ad esempio, l’erba del prato per noi rimane erba, per loro è Wiese, Gras, Rasen. Dipende da cosa una persona intende. Meno male che l’ho studiato per tre anni, almeno non sono partito da zero!
– Laura: Beh, da quello che scrivi, mi sembra proprio che tu ti trovi bene lì.
– Christian: Come dicevo prima, il mio paese alle volte mi manca, ma sono anche molto arrabbiato e sempre più contento della mia scelta, quando vedo tutto quello che lì non funziona e invece qui sì. Basterebbe così poco… E i tedeschi, a giudicare dalla mia esperienza, non sono delle cime, ma sono ben forniti di buon senso e ognuno si sforza per il bene comune. Compresi i politici.
– Laura: Mi pare di capire che non tornerai e che non ti rivedremo più.
– Christian: Tornare in Italia? Al momento non credo proprio. Dico sempre, a chi mi chiede quando ho intenzione di rientrare, che lo farò solo quando ci verranno offerte le stesse condizioni di vita che abbiamo qua. Al momento, la vedo dura. Qui mi sento molto bene, soprattutto perché sono sicuro che, se avessi bisogno di qualsiasi cosa, la otterrei senza l’interminabile burocrazia italiana e, soprattutto, facilmente. La vita da queste parti è molto più facile sotto tutti i punti di vista e molto più economica, se paragonata agli stipendi.
– Laura: Cavolo, non so che dire… Comunque ci manchi.
– Christian: Anche voi mi mancate. E le gare di panca del sabato mattina? Michele è sempre il numero uno?
– Laura: Certo! Imbattibile.
– Christian: E Luca? Porta sempre i suoi cd?
– Laura: Purtroppo sì.
– Christian: Mi ha fatto molto piacere scambiare quattro chiacchiere con te. Salutami tutti in palestra, mi raccomando.
– Laura: Lo farò sicuramente. Ma tu non sparire un’altra volta! Restiamo in contatto. E posta qualche tua foto. Ho fatto un giro nel tuo profilo, ma non ne ho viste.
– Christian: Hai ragione. L’ho attivato da poco. Tra qualche giorno comincerò a postarle. Un abbraccio, stella.
– Laura: un bacione. A presto.
Quel sabato mattina, Laura entrò in palestra riportando a tutti i saluti del Cristianone. Ci fu un boato goliardico.
«A proposito», intervenne Michele. «Lo sapete perché è da un po’ che non si vede più Tiziano?»

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *