#NarrativoPresente: Principessa Europa – Cristiano Mazzoni

ES e autodafé

Il professor Libero Liberati era un professore antico, quasi stantio, la sua figura gramsciana, fisicamente, prima che ideologicamente, lo poneva fuori dal tempo, da ogni tempo. Niente in lui era idoneo ai crismi estetici di ogni epoca, molto probabilmente era nato già vecchio come Benjamin Button, ma al contrario del personaggio letterario creato dalla sapiente penna di Fitzgerald, Libero, si evolveva da vecchio a più vecchio, senza avere attraversato nessun prato di gioventù.
La riforma Fornero gli aveva allungato l’agonia lavorativa di oltre cinque anni, la pensione sarebbe sopraggiunta l’anno venturo e lui avrebbe abbandonato la cattedra alla sontuosa età di sessantasei anni.
I primi dieci anni di carriera li aveva spesi, nelle carceri, negli ex manicomi, che nei primi anni ’70 aprirono le porte ad un manipolo di eroi goriziani e triestini, in attività, che oggi con termine abusato si potrebbero classificare sociali.
Quegli anni, furono gli unici in cui il professore visse, realmente.
Libero portava occhialetti tondi simili a quelli di Lennon, fuori moda dal giorno in cui li aveva acquistati, la sua altezza era prossima al metro e sessanta, anche se lui si aggiungeva cinque centimetri, i pochi capelli rimastigli giacevano appiattiti sulla fronte ed incollati sulle tempie, la magrezza e una leggera scoliosi gli davano quella leggera sfumatura da Quasimodo, condita da una impercettibile zoppia, residuo di una paleolitica caduta in bicicletta avvenuta all’età di circa dieci anni.
Il professore aveva smesso di essere figlio dalla morte dell’anziana madre avvenuta un paio d’anni prima, non era padre, né marito, né amico. Libero era il professor Liberati, uomo senza tempo, senza spazio, insegnava per inerzia, con un tono di voce sempre uguale, senza la benché minima teatralità, temi e concetti brillanti e moderni, coperti dalla polvere della monotonia.
Di fronte alla sua scrivania si estendeva a perdita d’occhio una varia umanità, una babele di futuri operai specializzati, disoccupati con attestato di frequenza, ragazzi marginali, tessere di un puzzle che si incastravano ognuna in un mondo proprio, a se stante. Italiani, rumeni, moldavi, magrebini, un libanese ed un curdo.
Oltre lo strapiombo dell’alzata della sua cattedra, il professore sprofondava in una selva oscura, di attriti e tensioni, opposti razzismi, intolleranze e menefreghismo. Il livello sonoro, della classe era assai vicino a quello della adiacente classe di aggiustaggio e torneria, dove almeno, la rumorosità era dovuta alle macchine utensili.
“Europa era una principessa Fenicia, antica nazione che oggi potrebbe essere il Libano, la Palestina o la Siria, insomma da quella parti, figlia del potente re Agenore. La fanciulla viveva felice a palazzo, ma la sua leggendaria bellezze valicò i confini del mondo fino ad arrivare sul monte Olimpo. Zeus, volle conoscere la fanciulla, si trasformò in un toro bianco e con l’inganno l’avvicinò. Europa salì sulla groppa del toro, che la trasportò fino all’isola di Creta, dove il re degli dei le svelò la sua vera identità ed il suo amore. Europa ebbe tre figli da Zeus. La principessa, divenne poi la prima regina di Creta, sposando il re Asterione, il quale le offrì la vita di corte ed adottò i suoi figli.”
“Da quel giorno, i greci diedero il nome di Europa alle terre a nord di Creta.”
Raccontò così, il professore ai suoi assonnati studenti, le origini del nome del continente, in cui essi vivevano.
“Ma prof. cosa significa ‘sta storia ?” Intervenne uno spilungone dall’ultima fila.
“È un racconto mitologico ragazzi. Racconta che Europa, venne dal Medioriente. Racconta di una coppia di fatto, composta da una divinità e da una principessa, che ebbe tre figli. Ma quando Zeus, re di tutti gli Dei dovette riprendere il suo posto tra gli immortali, un sovrano illuminato ed abbagliato dalla bellezza di Europa, la sposò ed adottò i la sua prole, senza bisogno di stepchild adoption.”
Sull’aula calò il silenzio.
“Prof. io non c’ho capito una fava.” Ribatté un ragazzo riccio e moro, della seconda fila.
“Volevo porre la vostra attenzione sulle radici del mondo che noi conosciamo.”
“Le radici giudaico cristiane.” Ripeté a pappagallo un ragazzone palestrato.
“Assolutamente no. Le radici del luogo in cui viviamo, affondano in Oriente, in Africa, in Grecia, in tutto il bacino del mediterraneo, a Roma, calano dal nord dove gli dei del grande Odino avevano la loro base, si contaminano coi popoli nomadi, si mescolano.”
“Non è vero prof. Qui ci invadono, noi siamo italiani, loro no, e poi, non si vogliono integrare, è ora di dire basta a tutta questa gente che viene qui da noi e poi vuole comandare a casa nostra, ha ragione Salvini, aiutiamoli a casa loro.” Dice un ragazzo del primo banco, forse il migliore della classe, in grado per fino di prendere sei più in un compito in classe di italiano.
Il brusio aumentava, fino a diventare un frastuono, gli animi si scaldarono tra i ragazzi, scambi di accuse, fra gli italiani ed immigrati. Tutti contro tutti in un clima di crescente intolleranza.
Libero non riusciva più a tenere a freno la classe, vecchi e nuovi Europei si scontravano tra i banchi di scuola, volarono parole e cartelle, spintoni e sputi, imprecazioni pro e contro il nome di Dio ed in nome di Dio.
Il professor Libero provò ad alzare la voce, ma fu sepolto dalle urla inumane dei ragazzi, suonò la campanelle della quinta ora e la disputa, proseguì fuori dall’aula, per le scale, giù nel cortile.
Il professore, rimase solo nella classe scalcinata.
I figli della principessa Europa, chi erano?
Nella sua mente di studioso, solo e fallito rimbombavano i rumori ed i suoni dell’Eurasia di Orwell, gli occhi azzurri del ragazzo libanese della seconda fila, lui, sì forse lui era europeo, pur non essendolo. I normanni, dal nord al sud avevano mescolato il sangue dei popoli indoeuropei, siciliani biondi, greci dagli occhi chiari e giù fino al Libano.
Di fronte a lui, in fondo all’aula, attaccata ad un muro umido, una carta geografica politica dell’Europa.
Cosa rendeva simile un islandese ad un greco, un portoghese e un norvegese? Poi, quanti nuovi aspiranti europei, una moltitudine in fuga dalla guerra e dalla fame. Pellizza da Volpedo, oggi, avrebbe rappresentato il proletariato sopra un gommone, su un camion, a piedi in marcia verso una speranza di vita.
Tutto il mondo, nel 1989, salutò la caduta del muro come l’inizio di una nuova prospettiva di internazionalità, religiosi, atei, destre, sinistre e centri, impazzirono di felicità per la vittoria del capitale sugli imperi del male, le dittature dell’est Europa.
Quell’anno esplose una bomba, le cui scorie ancora oggi, non hanno finito di ricadere sul globo terracqueo.
Libero, rimaneva seduto sulla sua seggiola, fissando l’aula vuota, le voci, le grida, dei ragazzi, già usciti da molto, continuavano a rimbalzare sui muri lividi.
Etnie, razze, popoli, che significato hanno in un mondo globalizzato dalla paura e dalla precarietà? Dove le generazioni precedenti, la sua compresa, avevano sbagliato?
Che significato aveva, oggi, la parola, solidarietà?
Muri, macerie, fili spinati, la guerra non è mai finita, la libertà e la vittoria sui totalitarismi, come predicavano gli intellettuali a Ventotene, stava crollando come una cartello di carte, seppellendo i sogni e le speranze, della disumana, umanità.
La signora lituana, del personale ATA, entrò in classe ben oltre le 14:00, con lo scopone ed il secchio dell’acqua.
Lanciò un grido agghiacciante, come avesse visto le ceneri di Gramsci ricomporsi in un fantasma.
“Ma professore, mi vuole fare morire. Che ci fa ancora in classe? I suoi alunni saranno già a tavola. Lei non va a mangiare?”
Il professore si scosse dal torpore, la signora Olga lo riportò al XXI secolo.
“Stavo pensando signora, quando penso mi perdo e vago in un mondo che non esiste.”
“Professore, il mio unico pensiero è invece come mettere insieme il pranzo con la cena, come dite voi. Mia figlia all’università, mio marito ha perso il lavoro da cinque anni e nessuno lo vuole, dopo oltre trenta anni di cantieri, non è più adatto. Troppo vecchio. Ora sta tutto il giorno chiuso in casa è depresso e ci deprime tutti.”
“Signora Olga, le posso fare una domanda?”
“Prego, basta che non sia troppo difficile.”
“Che cos’è l’Europa e chi sono gli europei?”
“Per fortuna che le avevo chiesto una domanda facile. Comunque, europea è mia figlia, mentre un popolo europeo non esiste, ne esistono tanti. L’Europa è una grande speranza, tradita. Non esistono governanti che pensino al popolo e per il popolo, le regole, soprattutto in Italia valgono un po’ sì ed un po’ no. Una bella canzone italiana dice che uno scoglio non può fermare il mare, ed è vero. Non si può, bombardare il Mediterraneo e pensare che la gente, rimanga sotto le bombe. Gli imperi, gli imperialismi non possono succhiare la vita al mondo e sperare che il mondo muoia, senza camminare, senza provare a rimanere a galla, nel mare nostrum alla ricerca di una goccia di speranza.”
“Signora Olga, continui, la prego.”
“Una volta si diceva che un fantasma si aggirava per l’Europa. Ora, tanti fantasmi cercano di rimanervi aggrappati. È un po’ come la storia del battito di ali di una farfalla, lo scoppio di una bomba in Siria, fa vibrare un palazzo a Londra. Il crollo dei muri ventisette anni fa tra est ed ovest, ne ha creati oggi mille, tra nord e sud. La storia non ha mai insegnato nulla. Da una parte la gente e dall’altra il potere. Ventitré milioni di morti russi, durante la seconda guerra mondiale, sono solo serviti a concimare le sabbie del Don. Gli storici raccontano sempre gli avvenimenti solo da una parte o dall’altra della trincea”.
“Mi scusi signora Olga, ma nel suo paese che titolo di studio aveva?”
“Io ai tempi dell’Unione Sovietica mi sono laureata in Storia e Filosofia ed ho fatto un dottorato in sociologia a Leningrado, ora San Pietroburgo, poi nel 1993 sono arrivata in Italia, con un permesso di soggiorno. Ho rischiato di finire sulla strada, ma poi ho preferito le fragole, poi ho fatto la badante, poi nuovamente in campagna in un frigo, ho pulito scale e poi nel 1998 ho vinto il concorso per il personale ATA, nella scuola”.
“Ma signora Olga, non le piacerebbe insegnare? Io credo che lei abbia una preparazione notevole”.
Olga arrossì.
“Ma si figuri professore, io ho insegnato a mia figlia, fino alla scuole superiori. Ora fa ingegneria idraulica e studia da sola. È pure brava”.
Il professor Liberati guardò Olga, la vide monumentale, il doppio di lui, fisicamente poteva essere una ex lanciatrice del disco, capelli biondi tinti malamente, una bel viso rubicondo e tondo, sorriso simpatico, occhi dalle sfumature cerulee.
Il professore la vide bellissima ed irraggiungibile, nella sua figura giunonica.
Libero Liberati pensò che la principessa Europa, forse, era esistita davvero.
“Buona giornata Olga”. Disse Libero.
“Buona giornata professore”. Rispose Olga, immergendo lo straccio nel secchio colmo di detersivo.

3 thoughts on “#NarrativoPresente: Principessa Europa – Cristiano Mazzoni

  1. Nicoletta ha detto:

    Realistico, racconto dalle mille sfaccettature.
    L’era moderna che s’intreccia con l’era ormai passata ma che ci ha lasciato un fagotto che non tutti conoscono.
    Bravo, scorrevole, sintetico ma pieno di significato.

    1. Maurizio ha detto:

      Brava Nicoletta, bel commento, si puo’ avere il tuo nr. di telefono ?

  2. Barbara ha detto:

    Uno tra i migliori racconti di Cristiano, che ancora ci porta a riflettere sulla realtà quotidiana. Bella la descrizione del Professor Liberati e dei personaggi del racconto, anche il tema Europa quanto mai attuale
    Come sempre BRAVO!!!!

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