#MercoledìDeiSensi: Il pungiglione dell’ape – Davide Brioschi

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La professoressa Valeri non guardava gli altri; la professoressa Valeri li fustigava con gli occhi. Anche quando ciò che voleva comunicare con la sua voce calda era un banale complimento, le sue iridi color iceberg sferzavano l’interlocutore, congelandogli i motoneuroni. Se fissava qualcuno non era mai un semplice «vedere». Lei lo studiava. Lo osservava come se si aspettasse improvvisamente qualcosa da lui. Quelle due schegge di vetro turchese che aveva ficcate nelle orbite cominciavano una danza di nistagmi optocinetici incessante, i suoi bulbi oculari riuscivano a percorrere i lineamenti della faccia del malcapitato centinaia di volte prima che potesse finire la conversazione. I suoi alunni, istintivamente addomesticati dal timore reverenziale che la professoressa Valeri sapeva far trasudare grazie ai suoi trentotto anni d’insegnamento, avevano sempre pensato che fosse una deformazione professionale. Che fosse tutto merito della filosofia, quella capacità di mettere in soggezione gli altri. Qualunque fosse l’origine del temperamento della professoressa Valeri, i suoi studenti avrebbero preferito lo sguardo fugace di un crotalo a uno persistente da parte sua. Quando gli esseri umani si sentono osservati, cambiano il loro modo di agire. È il paradosso dell’osservatore: guardi qualcuno, lo opprimi con la tua occhiata indagatrice e lo fai sentire nudo. Lo spingi a comportarsi diversamente, lo snaturi. Gli uomini che sanno di essere guardati da qualcuno recitano. Commedie, tragedie, isterie, non potrebbero esistere se non ci fosse uno spettatore pronto a recepirle; qualcuno fatto per nutrirti con la sua attenzione. Ilaria Valeri lo sapeva benissimo. I suoi occhi davano agli altri un palco scenico e loro intuitivamente cominciavano lo spettacolo. Martedì la quinta C, forse la sua classe più brillante, avrebbe avuto con lei due ore consecutive. Ilaria Valeri aveva già ben chiaro in mente quale sarebbe stato il tema di quella lezione.

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