#NarrativoPresente: Cambiamento – Sandra Tagliavento

ES e autodaféIl notiziario trasmetteva continuamente le immagini dei numerosi migranti che affollavano il confine macedone, le loro proteste e i vani tentativi di superare l’alto recinto metallico per conquistare ulteriore terreno, qualche altro metro verso la terra dei sogni. Malgrado la vista delle famiglie nel disagio, bambini esposti alle intemperie coperti con teli metallizzati forniti dai volontari per ripararli dal freddo, e sistemazioni precarie in tende di emergenza, il suo viso non pareva trasmettere particolari emozioni. Pjay si limitava a osservare ciò che accadeva, e a pensare che non si era che all’inizio di un esodo senza precedenti nella storia moderna. Ma non parevano comprenderlo quelli che si ostinavano a combattere questo fenomeno con la repressione, con i lacrimogeni, con altre strategie che non sarebbero servite ad arrestare quel processo divenuto inevitabile.

L’abbiamo creato il caos, si ripeteva, o non l’abbiamo evitato, con le scelte sbagliate e i colpi di testa. Nessuno si era posto le domande giuste al momento opportuno, e ora non c’era tempo per i rimedi, e nemmeno per le risposte; solo la realtà, a evidenziare le conseguenze della follia umana. Una cosa era certa, l’Europa non poteva starsene impassibile a guardare e avrebbe dovuto richiamare tutti i cervelli di cui disponeva per studiare una possibile soluzione; l’alternativa era un disordine che non poteva farle onore e il peso di altri morti sulla coscienza, anche se parlare di coscienza era forse un tantino azzardato.

Pjey aveva vissuto la sua vita a metà. A metà tra essere e non essere italiano, tra l’essere e non essere nero, ma abbastanza da aver compreso che la sua particolare condizione gli aveva consentito di capire prima degli altri, di anticipare, quasi la condizione in cui altri poi si sarebbero trovati. In un certo senso era stato un inconsapevole precursore dei tempi moderni, un anticipatore dell’abbattimento delle frontiere. Sua madre era stata molto coraggiosa ad assecondare un sentimento contrario alle normali convenzioni, a credere in un futuro malgrado le diversità tra il popolo italiano e il popolo nigeriano. Lo aveva amato quello straniero con cui non aveva nulla in comune, aldilà di tutto il contorno, e oltre i preziosi consigli che anche i parenti si prodigavano a darle: ”Non ti rendi conto di cosa metterai al mondo!”, le dicevano quando aspettava sua sorella, poi era arrivato anche lui e quando sua madre li portava in giro sulla bicicletta, li additavano ridacchiando ed elargendo aggettivi offensivi che oramai erano abituati a ignorare. Non era pronto il loro mondo ad accogliere una famiglia diversamente normale ma loro erano lì, esistevano, e il mondo non poteva ignorarne l’esistenza e l’esigenza di una vita. Suo padre non ce l’aveva fatta, era tornato in Nigeria, alla sua terra e sua madre li aveva cresciuti da sola, contro tutta l’ignoranza del loro mondo, coltivando l’unica possibile forza: quell’amore al quale il tempo avrebbe dato ragione, a giudicare dai risultati e di cui ora, orgogliosamente, dopo tanti anni e sofferenze, finalmente potevano gioire. Lui, la Nigeria non l’aveva mai vista, e forse un giorno, chissà, ci sarebbe andato,e sarebbe andato a rivedere quel padre che intanto sembrava non ricordare di avere dei figli.

Alle soglie dei trent’anni era consapevole di ciò che era, dell’uomo che era diventato e di quanto la realtà fosse cambiata rispetto a un passato abbastanza recente. E non soffriva più, forte della sua esperienza particolare, dell’amore ricevuto perché le radici affondano nella terra che ti accoglie, se ti accoglie, se ti ama come un figlio che ha il diritto di vivere e ogni terra può accogliere ogni figlio perché la terra è di tutti. Ecco perché riteneva assurde le frontiere umane; la frontiera è artificiale, si oppone all’emergenza del simile che richiama al dovere chi sta meglio di lui alla condivisione del possibile.

Era stato cresciuto nel rispetto delle priorità ma nella ricerca delle specialità che ogni bambino può scoprire, assecondando l’ esperienza che sua madre gli volle concedere e che gli fece scoprire la passione per il calcio, con la quale iniziò ad abbattere più di qualche muro. Tanti amici con i quali condividere le soddisfazioni delle vittorie e consolarsi delle sconfitte che, comunque, danno la possibilità di imparare dall’errore. Poi, il problema al ginocchio lo aveva costretto a rivedere i piani per il suo futuro e aveva deciso di iscriversi all’università, anche se ormai aveva ventiquattro anni, ma aveva recuperato in fretta, vinto annualmente la borsa di studio per non cercare di pesare sul bilancio familiare. Tra non molto avrebbe discusso la sua laurea in giurisprudenza. Avrebbe avuto a che fare con la giustizia, non come delinquente, ma come portatore di cultura della legge e sarebbe andato all’estero, visto che in Italia te la cavi col merito solo fino a quando sei studente, ma una volta nel mondo del lavoro te la devi scordare la meritocrazia. Avrebbe varcato i confini di un paese che non vuole cambiare, che costringe chi vale a scappare per non dover rinunciare al diritto di sognare; che predilige il diritto di nascita e di “conoscenza” alla qualità e alla perseveranza. Sarebbe rimasto entro i confini di un’Europa che non poteva rifiutarlo come italiano, ma che gli riservava sempre quel trattamento preliminare ispirato all’apparenza, al suo aspetto, a quei capelli ricci d’Africa, a quella pelle scura a cui sembrava sempre plausibile una lingua straniera. Aspettava, talvolta, prima di parlare, prima che il suo idioma rivelasse cosa fosse. Aspettava, per leggere negli occhi di chi incontrava il giudizio riguardo le aspettative che potevano nutrire in quell’ibrido umano. Sapeva quanto valeva,ora, erano terminati i tempi delle prese in giro, della discriminazione, della voglia di restare a mollo nella candeggina fino a sbiancare e diventare normale agli occhi dell’altro. Eccomi Europa, che mi autorizzi a varcare confini prima vietati, che mi dici di apprezzare il mio contributo, che mi inviti a rispondere a una moderna logica di sinergica condivisione. In te ripongo quelle aspettative che nel mio paese mi sono precluse, la possibilità di essere quello che sono e di mettere la mia volontà al giudizio imparziale. Sono pronto, io.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *