#NarrativoPresente: Reductio ad immigratum – Giorgia Bianchin

ES e autodaféEra una domenica mattina, tutto era ancora buio solo la luce del telefono si accendeva a ripetizione segnale che qualcuno la stava cercando da un po’. Aveva dormito troppo e si era rigirata per colpa degli incubi che l’avevano fatta sudare per tutta la notte. Si era svegliata all’improvviso terrorizzata dall’aver scritto una parola in inglese in modo sbagliato e così temeva di poter venir attaccata da quel popolo di nullafacenti del web che aspettavano solo un suo passo falso, che volevano solo demolirla, perché la gente che aveva intorno godeva nel vederla fallire.
Era sempre stato il suo problema quello di schierarsi dalla parte di chi aveva paura, del più debole, del più consumato. Aveva passato gli ultimi anni a difendere con i denti tutto quello che per lei era di vitale importanza, come il diritto alla vita. Non avrebbe mai potuto prendere le parti di un arrogante anche se lei stessa veniva definita arrogante per il modo che aveva di manifestare quel suo amore devastante per il prossimo. Le sue idee erano così radicate che non ci pensava proprio a cambiarle, anche se il mondo andava verso la direzione opposta. Ogni cosa secondo lei stava per venir investita da un treno di contromisure che definiva disumane. Era rimasta un’acida stronza che voleva scrivere come una giornalista, non essendolo, non avendo nessun titolo di studio per poterlo fare. Come le dava fastidio non aver potuto studiare, si sentiva sempre meno rispetto a quelli che la laurea gliela sbattevano sotto il naso. Usava termini come “Reductio ad Immigratum” che si era inventata di sana pianta, ma che secondo lei rendevano meglio il suo essere controcorrente. Passava molto tempo a leggere tutto quello che politici di ogni sorte pubblicavano sulle loro bacheche zeppe di commenti ignoranti. Sì, perché lei era così, le piaceva provocarsi quel sentimento di odio grazie a quei social che la rendevano vicina a quella massa di persone che considerava bocche povere di cultura. Soffriva come se a colpirla fosse Dio, invece erano solo parole inutili di irrecuperabili persone convinte che tutto fosse degenerato grazie all’arrivo dei profughi e che nemmeno avevano pensato per un attimo che quarant’anni di governi opportunisti potevano aver creato la situazione in cui ci si trovava. Non sopportava che tutto fosse degradato al colore della pelle, che nessuno si chiedesse il perché del loro fuggire, che nessuno si immedesimasse nella loro paura, disprezzava coloro che della parola empatia non conoscevano nemmeno il significato. Portava un rancore incontrollato contro tutto quello che non funzionava, non capiva perché la civiltà fosse così lontana dall’uomo italico. Ancora di più la sua rabbia cresceva quando a convincerla che tutto, come le mancate nascite, l’emigrazione all’estero, la povertà, le ingiustizie, il degrado fossero causate dalla povera gente, quelli che versavano in una situazione più disgraziata della sua, lei che almeno non era costretta ad attraversare un fiume attaccata ad una corda dove al lato opposto compiaciuti giornalisti rendevano la cosa ridicola come se a farla fossero stati degli scout in gita. Quelle persone anonime che come segno di riconoscimento avevano una svastica volevano convincerla che il male era l’immigrato. Disprezzava chi si rifaceva al fascismo senza saperne nulla, pur essendo consapevole che c’era un fascismo per ogni tempo. Era astiosa contro quelle personalità che lavoravano sullo scontento innescando una guerra tra poveri.
Pensava a tutti quei suoi amici che negli anni se ne erano andati all’estero, che ce l’avevano fatta. Si ricordava di quello scambio di messaggi che l’aveva fatta sperare. Quella sua compagna delle elementari che si era trasferita in Lussemburgo e aveva risposto alle sue domande in un modo che lei si sarebbe sognata, non aveva tutto quel cervello. Era stata chiara nello spiegarle il perché aveva lasciato l’Italia e che per quanto fosse stato difficile partire, l’Italia non era nemmeno più un paese per vecchi. Aveva detto “In Italia se non c’è lavoro è per un problema economico generale: le aziende non sono stimolate a crescere e il carico fiscale azzera la parte di reddito che dovrebbe essere dedicata agli investimenti: se non c’è un nuovo business l’azienda non riparte e non può offrire nuovi posti di lavoro. Il paese in cui vivo ora è il paese con il reddito pro-capite più alto d’Europa, qui se c’è un problema cercano di risolverlo prontamente. I giovani lasciano l’Italia perché all’estero trovano opportunità che purtroppo l’Italia non offre. Sono Senior Manager in una società finanziaria, team leader del dipartimento legale: sono nel consiglio di amministrazione di numerose società finanziarie e gestisco un team di sette persone. In Italia a trent’anni non avrei mai potuto aspirare ad una posizione simile, prima di tutto perché sono donna e soprattutto perché non sono raccomandata. Qui dimostrando di avere buone capacità e le conoscenze appropriate si possono raggiungere livelli manageriali in breve tempo, al contrario dell’Italia dove le conoscenze e le botte di culo sono fondamentali per far carriera”.
Ne era uscita distrutta da quella chiacchiera da venerdì sera, aveva capito che c’erano persone che potevano fare grandi cose nella vita mentre chi come lei che non era destinata a niente. Aveva capito che tutti erano diversi, qualcuno aveva la bellezza, altri i soldi, altri la tenacia, altri l’ignoranza, altri ancora un talento mentre lei non aveva niente e si doveva accontentare dell’ansia da futuro incerto.
Nessuno capiva che la vera battaglia era rivolta verso le persone sbagliate, che nulla potevano se la situazione era quella che era. Invidiava il coraggio di tutti quelli che lasciavano una condizione disgraziata per gettarsi in un’altra, chi rischiando la vita perché aveva scommesso con Dio, chi perché aveva scommesso su se stesso.
Si sentiva parte del nulla, nessuna identificazione con nessun territorio, voleva solo poter soffrire di meno e con lei si sarebbe portata dietro tutti quelli che avevano ancora paura.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *