#NarrativoPresente: Rigori – Sandra Tagliavento

ES e autodafé

“In Germania non si butta la carta a terra!”
Già ero piccola, ma sarei voluta scomparire quando ricevetti quella lavata di testa. E dire che avevo gettato quei pezzettini di carta dalla finestra solo perché volevo far sparire il corpo del reato, quella pagina di rivista che, chissà per quale motivo, mi ero divertita a tagliuzzare. Volevo evitare una sgridata che poi era comunque arrivata. Ma questo non lo dissi alla zia che si dovette affrettare a scendere nel cortile interno del palazzo con scopa e paletta a raccogliere il risultato della mia marachella. Già questo mi stupì enormemente: fosse stato a casa nostra, in Italia, lei non si sarebbe presa tutto quel disturbo, almeno non così in fretta, oppure avrebbe lasciato fare al vento, o alla pioggia che prima o poi avrebbero sgretolato quegli innocui pezzettini di carta che non arrecavano fastidio a nessuno.
Avevo sette anni e con la mia famiglia ci recammo a Francoforte a trovare mio zio Mario emigrato in Germania anni prima. Francoforte sul Meno, Bankfurt, come l’hanno sempre chiamata, città modernissima, capitale della finanza tedesca, ma io non lo sapevo. Vedevo solo un mondo a me sconosciuto, palazzi su palazzi, strade larghe e funzionali, tutto pulito e ordinato, e poi il piccolissimo appartamento dove mio zio e la sua famiglia, composta da cinque persone, hanno sopravvissuto per dieci lunghi anni per il perseguimento del loro sogno: accumulare il denaro necessario da potersi permettere di costruire una casa decente in Italia. Un cucinino, una sala da pranzo e due camerette; ricordo soprattutto il bagno, così piccolo da non contenere nemmeno la doccia, e la scala tortuosa per accedervi che mi fece lo sgambetto e ruzzolare per cinque, sei gradini prima di fermarmi; poi la mano di mia cugina, più grande di cinque anni, che mi tappava la bocca mentre io non riuscivo a smettere di piangere dal dolore per aver sbattuto la testa; lei, più che preoccuparsi che non mi fossi fatta troppo male,o consolarmi, cercava di calmarmi e mi diceva di stare zitta perché “In Germania non si urla!”. Io coglievo una certa preoccupazione nel suo tono, ma ne compresi il vero motivo solo quando vidi l’inquilina del primo piano, una signora anziana in vestaglia, uscire sul pianerottolo a reclamare il suo sacrosanto diritto al silenzio, che imponeva la sua ragione con quelle parole incomprensibili ma palesemente algide e lontane anni luce da quella sensibilità che una bimba di sette anni, dolorante, avrebbe desiderato ascoltare. Ma eravamo italiani e, si sa, quanto rumore facciano gli italiani, specialmente i bambini italiani e lei si era affrettata a ribadire che, nemmeno in quei casi, non si accettavano eccezioni alla regola del silenzio, per non correre il rischio che potesse diventare un’abitudine.
Di quei quindici giorni ricordo tutto, forse perché la mia acerba mente era rapita da quelle differenze che percepivo prepotentemente rispetto alla mia vita da provinciale.

Ricordo la pioggia, frequente in quel settembre tedesco del 1974, quando in Italia splendeva un sole prepotente e si poteva ancora andare al mare; il freddo per noi prematuro, che fece ammalare il mio fratellino e costrinse mia madre ad acquistare indumenti invernali nel grandissimo centro commerciale, tra cui il cappottino in ecopelle con i risvolti di lana effetto Babbo Natale che indossai fino a che non iniziò a spelacchiarsi; del resto dal Made in Germany non è che ci possa aspettare più di tanto. Anche indossare il cappotto a settembre fu per me una strana novità.
Ricordo il grande parco, quando in Italia forse non esisteva ancora una sensibilità per le necessità ludiche dei bambini perché, almeno nella mia città, non li avevano ancora inventati; con quei tantissimi giochi e le altalene grandi e gli scivoli di ogni misura che apparivano una meraviglia ai miei occhi; ci mettemmo più di mezz’ora per arrivarci, di nascosto, dato che distava parecchio da dove stavamo, ma i miei cugini ci tenevano a farmi vedere il “Parco del toro”, visto che nel nostro paese non era normale; peccato non essere riuscita a provarli tutti, quei giochi, perché ci sorprese la pioggia e dovemmo tornare a casa fradici perché eravamo senza ombrello. Quanto pioveva in Germania! Ad avercelo loro il nostro sole, ingegnosi come sono, sarebbero diventati ricchi solo con quello; era un bene così raro, che i tedeschi usavano spogliarsi per goderselo quando avevano la fortuna di beneficiare di qualche suo debole raggio ; lo diceva sempre la zia che aveva imparato a conoscerli visto che ci lavorava insieme, come dipendente della pizzeria e come donna delle pulizie quando, come usava dire, andava a “fare un po’ di privato”. Dal tono che usava a me sembrava più che altro che avesse imparato a sopportarli, che si fosse adattata, suo malgrado, a quelle modalità glaciali che li contraddistinguevano; così ordinati, esigenti, rigorosi e orgogliosi della loro identità, oppure che si fosse abituata a quell’approccio che i tedeschi usavano con quel popolo inferiore costretto a mendicare il lavoro nella grande Germania.
Non so se sia stato quel particolare episodio a condizionare il mio rapporto con l’ecologia, sta di fatto che nella vita non ho mai più gettato niente a terra; ne sanno qualcosa le mie borse piene di “immondizia” e la mia macchina; i miei figli che ho (spero) educato al riguardo con soli sguardi di raccomandazione; ne sa qualcosa la mia rabbia quando vede gettare cartacce dai finestrini delle auto e accumulare sporcizia oltre il proprio rassicurante recinto; ne sa qualcosa il mio spirito patriottico che grida:”Io sono Italiana!” e talvolta si vergogna di esserlo perché viviamo in costante emergenza rifiuti. A proposito di rifiuti e di Germania, mio zio mi raccontò, anni dopo, di un parco giochi nuovo, sorto su una collina artificiale fatta di… cumuli di rifiuti opportunamente coperti. Non so poi se hanno continuato a fare altri parchi o a… dirottare altrove quell’eccedenza che sembra ingolfare solo il nostro Paese, chissà perché.

“In Germania non si butta la carta a terra!”, mi è rimasta dentro,come un monito ancestrale, un richiamo alla regola, tanto da importare quel rigore a casa, da farlo mio e far sì che si ribelli quando vedo qualcuno trattare male la mia terra, compresa qualche zia, e qualche tedesco in vacanza, ché qui, in Italia, pare sia tutto consentito.

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