#NarrativoPresente: Solo, ma per niente solo – Luca Vellani

ES e autodaféSono le tre di notte. Mi trovo in una città che non è la mia, sconosciuta. Sono solo; i miei compagni di università sono ormai tutti a casa. Sono solo, ma mi piace. Amo questa città grigia che nella notte mi avvolge nel silenzio. Mi piace percorrere queste strade che sono inchiostro chiuso nel mio cappotto e cullato dal suono dei miei passi e di qualche auto che si trascina per le strade deserte. Camminare e guardare ogni palazzo. Ognuno pieno di scritte sulle facciate, il segno di qualche nuovo artista contemporaneo incompreso che fa a pugni con i citofoni dorati e scintillanti e gli androni sfarzosi.

Mi piace questa città, anche se mi ha adottato solo da un paio di mesi e ancora lei non lo sa. Pensavo che per un ragazzo tedesco la scelta di venire in Italia, a Milano, sarebbe stata la migliore della mia vita. Ancora non so cosa mi sia scattato in mente o quando ho preso la decisione di partire. Credo sia una scelta che prendi in un istante. Sono tutte stronzate quelle del fare un’esperienza all’estero avere un curriculum migliore o per darsi una svegliata.  La verità è che quando capisci che dove sei ti sta stretto solo lì puoi prendere la decisione di partire. La difficoltà poi è continuare ad andare avanti nello scopo di cambiare la tua vita. Perché hai milioni di carte da compilare, documenti da consegnare persone con cui parlare. Devi prendere delle decisioni sulla tua vita che nessuno è mai pronto a prendere. Dove andare? Un posto vicino casa per non sentire troppo la mancanza o dall’altra parte del mondo per cercare di sfuggire anche a te stesso? Per quanto tempo? Dove starò? E alla fine c’è sempre lo scoglio più grande la famiglia preoccupata perché vai in un paese con una lingua che non parli. Preoccupata di dove andrai cosa farai, come farai a cavartela. Questo distingue me da loro, mi sono sempre ripetuto questo. Ognuno vuole essere meglio dei propri genitori e quindi fa paragoni. Loro sono nati e vissuti in un paesino della Germania. Terre immense e di un verde smeraldo, che a fine aprile si riempiono del giallo dei fiori della colza. L’odore della terra e della fatica che ogni abitante trasuda, quella puzza nauseabonda non mi appartiene più. Sono un uomo di mondo io. L’unico ad aver viaggiato ed essere partito per un paese che non conosceva. Un paese che ti accoglie e ti abbandona a te stesso. Devi essere sveglio per sopravvivere il primo giorno a Milano.
Prima di partire alla domanda: “Ma come farai con la lingua?” rispondevo “Beh dai so l’inglese e ormai tutti parlano inglese. Non sarà mai un problema!” ah beata spensieratezza, beata giovinezza che si infrange appena sceso dall’aereo. Prima non realizzi che sei davvero solo e ciò che ne comporta, ma quando sei lì a vagare nell’aeroporto con una valigia per mano e provi a capirci qualcosa inizi a realizzare che forse andare in un paese che non conosci e neanche documentarti un pochino sia una cazzata. C’è da dire che almeno in aeroporto ci si riesce a capire e ti trovi catapultato su un autobus che puzza come tutti gli autobus che parte borbottando e si arriva a stazione centrale, non dopo aver fatto un viaggio che dura più o meno quanto l’odissea.
La stazione è imponente e bianca. Sembra un museo e rimango a bocca aperta e naso all’insù ogni volta che ci sono dentro. La prima cosa che ho pensato è che qui la gente ha così fretta che non si gode la bellezza che ha attorno e ogni giorno ne ho sempre più la certezza. Come non puoi rimanere affascinato guardando questi bellissimi cartelloni pubblicitari sparsi a ogni angolo e illuminati a giorno. Modelli e modelle ti mostrano come non sarai mai, ma questo succede anche in Germania, i cartelloni che più mi piacciono sono quelli politici. Paolo, primo ragazzo che ho conosciuto al politecnico, me li ha tradotti in inglese e sono molto esilaranti. Mi fanno pensare: “Gli Italiani sono proprio strani”. È vero, sono gli unici che applaudono quando un aereo atterra o che non si lamentano dei ritardi dei treni; si sono rassegnati. Come si sono rassegnati anche alla politica. Tutti ladri dicono e può essere vero e poi si affrontano con slogan come “Rimandiamo a casa gli invasori” o “Uguaglianza per tutti”. Come se il mondo fosse solo o bianco o nero. Per fortuna ha tutte le sfumature ed è bello perché anche questa sera, sono uscito dal locale dove c’era “Erasmus party” e posso camminare per strada senza che nessuno mi dica nulla. Tutti i ragazzi sono sempre gentili con me e mi aiutano con la lingua. Molti giovani italiani sanno cosa è la solidarietà e possono un po’ immedesimarsi in un ragazzo straniero piombato in una realtà estranea. All’inizio non vedi l’ora di tornare a casa, il tempo che non lo passi in università lo passi in un muto silenzio che ti logora goccia dopo goccia. Nessuna persona dovrebbe stare zitta per un giorno intero. Pian piano però fai conoscenza con altri ragazzi del programma Erasmus, che sono davvero tanti, e le giornate volano; e prendi confidenza e provi a conoscere più persone possibile così che non riesci più a capire se stai parlando inglese, tedesco o italiano; le risate sovrastano i tuoi pensieri e ti butti in nuovi amori e nuove amicizie, in avventure che quando racconterai nessuno ci crederà però te le porterai dentro, me le porto già dentro ora che il tempo passa e tra poco tornerò nel mio paese tra i campi verdi.
Ho la certezza che questo sia un posto accogliente e di quanto sono fortunato quando sento qualche mio compagno tedesco che mi racconta di come gli stranieri, non solo extracomunitari, vengano additati e in alcuni casi anche minacciati.
Giorgio, tornato da un Erasmus a Berlino, nel cuore dell’occidente, mi ha raccontato una esperienza vissuta sulla sua pelle. Non ci conoscevamo se non da qualche birra e iniziò a parlare e come un fiume in piena era impossibile arginarlo. “Ancora non mi capacito di come possano accadere nel 2016 cose del genere. Poi in Germania cazzo!” esordì così, asciugandosi la bocca con il palmo della mano. Io un po’ perso nei miei pensieri e sul culo di una ragazza del tavolo vicino non gli badai molto. “Quegli stronzi mi hanno minacciato dicendomi che in Germania non li vogliono quelli come noi? Come noi come mi chiedo?” la sua voce iniziò ad aumentare di volume e questo attrasse la mia attenzione. “Ti rendi conto? Stavamo tornando a casa dopo un party, eravamo in tre io, una ragazza iraniana e un ragazzo polacco. Da un vicolo escono questi ragazzini, saranno stati una decina. Tutti vestiti di pelle. Tutti pieni d’odio. Facciamo finta di nulla e continuiamo a camminare accelerando il passo” ora Giorgio si era alzato in piedi e non aveva solo la mia di attenzione, ma anche quella dei tavoli a fianco. “Sento i passi di quei ragazzi dietro di noi, oh sì li sento anche ora. Acceleriamo ancora l’andatura e ci troviamo a correre per vicoli a noi sconosciuti fino a quando non ci troviamo in un vicolo cieco; un muro di 3 metri di mattoni marroni. Siamo in trappola penso, ma cerco di rimanere calmo, visto che già i due ragazzi piangono. Ci accerchiano e quello che sembra essere il capo si fa avanti e inizia a parlare” ora tutti fissavano le labbra del ragazzo per non perdersi una parola ed io ero lì immobile, stregato. “Ci dice che chi non ha origini tedesche non dovrebbe stare a Berlino e uscire tutto solo di notte. Perché si sa, chi esce la notte vuole solo rubare o commettere infrazioni. “Come tutti gli stranieri volete rubare nelle nostre case o auto e violentare le nostre donne” parla e con quello sguardo  gelidi ci spoglia. Già ci sentivamo inermi, ma dopo averlo sentito parlare e visto negli occhi non avevamo neanche la forza di controbattere. Poi non so come sia iniziato tutto. Forse il mio amico polacco deve aver sospinto uno dei ragazzini. Mi sono trovato a terra con addosso un biondino lardoso che cercava di prendermi a pugni. Mi dibattevo come un salmone cercando di togliermelo di dosso e sentivo le urla della ragazza iraniana. Urla strazianti e indecifrabili. Poi non riuscii a intercettare un destro del lardoso e mi ricordo solo che la vista si fa tutta bianca e le urla vengono superate da un fischio acuto”. Giorgio aveva concluso il suo racconto, con la faccia paonazza si buttò sulla sedia e iniziò a piangere a dirotto.
Non so perché proprio ora che sono solo nel buio mi sia tornato in mente questo racconto. Forse perché mi sento un fortunato e non solo perché qui a Milano non mi sono mai sentito discriminato o minacciato da nessuno, ma perché faccio parte di una generazione nuova. La generazione Erasmus. Quella che nonostante tutto parte e impara a cavarsela da sola e potrà raccontare ai propri figli le sua avventure e che tutti sono uguali nonostante una provenienza diversa. Siamo i figli di una Europa che va avanti con cerotti per non perdere i pezzi, ma quando gli adulti saremo noi, quando toccherà ai nostri figli fare una esperienza come la nostra potremo dare solo il consiglio di divertirsi.
Perso nei miei pensieri non ho sentito quell’ombra avvicinarsi. Mi stringo nel cappotto, affondo le mani nelle tasche e prego che non mi accada nulla. Il mio cuore batte all’impazzata, ma mi supera e passa oltre con la sua sigaretta accesa che pende dalle labbra. Si dissolve in una nuvola di fumo e torno ad essere solo e mi sento stupido perché non ho nulla da temere; mi scappa una risata e finalmente sono a casa. “Solo, ma per niente solo, perché sono un ragazzo Erasmus, sono figlio del mondo” dico a me stesso, mentre apro il portone.
Due isolati più avanti un gruppo di ragazzi, neanche ventenni, aveva accerchiato un senzatetto senegalese e, all’urlo di “Sporco Negro”, iniziarono a malmenarlo. Così Berlino e Milano, come tutte le altre città d’Europa, erano unite e costruite dai ragazzi Erasmus e divise e distrutte dalla paura del diverso.

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