#MercoledìDeiSensi: Angel – Tonia Gambardella

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Era lì, seduta su quella sedia da ore, come ogni giorno da un bel po’ di tempo. Sapeva di non essere sola, ma aveva imparato a immaginare di esserlo. Il suo sguardo era vuoto: nulla le apparteneva. Quello che sapeva di sé le era stato raccontato. Era una profuga in fuga, scappata da una crudele guerra verso la speranza. Durante il viaggio l’imbarcazione sulla quale viaggiava si era capovolta, lei aveva battuto la testa ma era sopravvissuta. Il mare le aveva strappato i ricordi, l’identità e, forse, le persone che amava.
Ogni mattina osservava allo specchio il suo volto sconosciuto. Partiva dai capelli, scuri e folti, rasati sulla ferita, poi gli occhi, neri, liquidi e profondi: lì ci rimaneva un po’, come se da un momento all’altro, osservandoli, potesse uscire un nome e una vita. Il naso era dritto e regolare mentre le labbra erano tristi perché dall’incidente non avevano mai sorriso! Era un rito di identificazione a cui si sottoponeva con trepidazione: chi era quella donna riflessa?
La sedia accanto al letto d’ospedale era il punto da cui osservava la vita. Ora che stava guarendo, si chiedeva quanto le sarebbe mancata.
Quella mattina era inquieta; si sentiva osservata. Si girò di scatto e si accorse che fuori la porta c’era una bambina con un buffo cappello bianco. Due occhi azzurri la guardavano curiosi, un naso insolente era schiacciato sul vetro e disegnava nuvole di respiro. Infine una bocca spalancata e sorridente spuntava fuori da due manine inguantate, appoggiate al vetro come un binocolo. Cosa la rendeva così felice? La donna volse lo sguardo al resto della stanza per capire a chi fosse destinato quel sorriso. Non c’era nessuno, era sola: la bambina stava guardando lei! Quella piccola ragazzina riusciva a vederla! E le rimandava l’immagine di sé attraverso quegli occhi innocenti e meravigliosi. Esisteva!
Si alzò e corse a riguardarsi allo specchio; iniziò dai capelli e poi gli occhi, infine la bocca: non era un viso sconosciuto: lei era Angel!

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