#NarrativoPresente: La scomparsa – Enzo Sopegno

ES e autodafé
Quando la pioggia fa sul serio, tutto è diverso. Il cielo è plumbeo e del sole non c’è più traccia, come se non esistesse più, come se fosse scomparso. Le grosse gocce d’acqua si schiantano a terra con violenza, allagano le strade della città, rendono caotico il traffico, costringono i pedoni a camminare appiccicati ai muri dei palazzi, a ripararsi sotto fragili ombrelli spesso rovesciati e abbattuti dal vento. L’acqua sporca filtra attraverso la fragile barriera delle eleganti e inadatte calzature alle quali nessuno rinuncia, inzuppa calze e piedi, l’umidità a poco a poco si propaga in tutto il corpo e provoca brividi di freddo.
Quando la pioggia è battente e incessante è meglio stare a letto, al caldo, perché nulla come la pioggia facilita il sonno. Un riposo sereno, popolato da sogni beati, che soltanto l’insistente ronzio del telefono può disturbare e interrompere.
L’uomo si sveglia all’improvviso, allunga il braccio ancora intorpidito sul comodino e afferra l’infernale aggeggio.
“Agenzia investigativa Tom Pozzo” dice con voce impastata. Dall’altra parte tutto tace. L’uomo mette a fuoco il display del telefono e si rende conto che: si trova a casa nel suo letto, nessuno lo ha chiamato perché il suono ostinato che lo ha destato era quello dell’allarme che lui stesso aveva impostato la sera prima. Si sveglia del tutto e mette i piedi a terra. Il pavimento è gelido e umido. Nello stesso momento il campanile del vicino duomo batte dodici rintocchi.
“Cazzo” dice Tom Pozzo. Si fionda alla finestra e ciò che vede non gli piace per niente.
“Ancora tempo di merda” esclama ad alta voce.
È tardi per fare colazione, allora Tom Pozzo si veste in fretta, rinuncia al rasoio, tenta senza successo di sistemare i suoi capelli ribelli, afferra il vecchio ombrello ed esce. Appena in strada un autobus dai vetri appannati gli sfreccia accanto a tutta velocità, solleva un immenso spruzzo d’acqua e lo inzuppa completamente.
“Merda! Brutto stronzo figlio di puttana!” Tom Pozzo butta l’ombrello in un cestino di rifiuti e, imperturbabile, prosegue senza alcun riparo il cammino sotto la pioggia.
D’accordo, è tardi, considera tra sé l’investigatore, in ogni caso lui è il capo e in agenzia di sicuro ci sono il suo collaboratore e la segretaria, quindi c’è tutto il tempo per bere un buon caffè.
Entra nel solito bar. All’interno del locale tutto è umidiccio: il pavimento, sul quale le suole delle scarpe rimangono incollate, la superficie del bancone, sulla quale bicchieri e tazzine non scorrono, così come gli abiti dei numerosi avventori, dai quali sembra sprigionarsi vapore.
“Ehi, Tommaso! Già in piena attività?” domanda il barista.
“Sì e no” risponde Tom Pozzo, pensieroso. “Fammi un caffè doppio, per favore”.
Poi l’attenzione dell’investigatore si rivolge a un gruppo di clienti impegnati in una vivace disputa.
“Stanno discutendo di calcio? Oppure di donne?” chiede.
Il barista scuote il testone e sorride divertito.
“Ti sbagli, stanno parlando della Merkel”.
“Della Merkel? E che cosa stanno dicendo di quella buona donna? Che ha il culo grosso?” Nel frattempo le voci si alzano di tono.
“Oh, c’è chi dice che dobbiamo smetterla di farci strangolare dall’austerità imposta dai tedeschi, altri dicono che dobbiamo mandarli al diavolo e riprenderci la nostra vecchia moneta, altri ancora che dobbiamo uscire dall’Unione Europea. Tutti, comunque, sono concordi nell’affermare che la crucca ha un posteriore enorme”. Il barista conclude sghignazzando.
Tom Pozzo sorseggia lentamente il suo caffè.
“Discorsi da bar” dice. “Senza offesa, naturalmente”.
Il barista si fa serio.
“Sarà, tuttavia sento questi discorsi sempre più spesso. Dell’Europa non frega più niente a nessuno”.
“Paolo, questo è un microcosmo che non rispecchia affatto l’opinione generale”.
“Lo spero”.
“Stai allegro, ci vediamo domani”.
Tom Pozzo paga ed esce. Fuori, la pioggia è ancora più torrenziale. Quando il detective arriva all’agenzia è completamente zuppo. Irrompe in ufficio bestemmiando.
“Salve, capo” lo accoglie il suo collaboratore, Frank Saturnio, seduto con i piedi sulla scrivania.
“Tempo di merda, Frank”
“Questa mattina alle otto, quando sono arrivato, pioveva di meno”.
“Vaffanculo Frank. Novità? Credo proprio di no, con questo tempaccio non si muove nessuno”.
“Ti sbagli, capo”.
“Eh?”
“Ho ricevuto ben due visite. Per fortuna che sono arrivato presto altrimenti le avremmo perse”.
“Frank, dacci un taglio, stai diventando stucchevole. Di cosa si tratta?”
“Dopo, capo. Prima dobbiamo affrontare un problema piuttosto urgente”.
“Sarebbe?” domanda Tom Pozzo, dai cui abiti ancora cola acqua.
“Si tratta di Lola”.
“Lola?”
L’altro annuisce, poi si accende una sigaretta.
“Dice che se ne vuole andare”.
“Perché?”
“Tu che cosa faresti se non ti pagassero lo stipendio da tre mesi?”
“Niente, aspetterei fiducioso”.
“Col cavolo, scateneresti il finimondo”.
“Lasciamola andare, che ci importa? Il suo lavoro lo puoi fare benissimo tu”.
Frank Saturnio si drizza in piedi di colpo e si avvicina al suo capo.
“Lo sai che puzzi di cane bagnato? Io non so battere a macchina!”
“Le macchine per scrivere non si usano più da almeno vent’anni. Non te ne eri accorto?”
“No, e non so fare il caffè!”
“Sul serio? Neppure io. Questo è davvero un problema”.
Tom Pozzo medita in silenzio per un paio di minuti.
“Ho un’idea. Lola! Lola!”
Dalla stanzetta attigua, dopo qualche tramestio, si affaccia la segretaria. È una donna sulla quarantina, piuttosto in carne, e il vestito attillato che indossa mette ancora più in risalto il fisico prosperoso.
“Oh, buongiorno signor Tommaso. Desidera?”
“Frank mi ha detto che te ne vuoi andare. È vero?”
“Certo che è vero. Ho diritto ad avere il mio stipendio!”
“Non c’è dubbio, e lo avrai. Abbiamo un paio di grossi casi tra le mani. Non soltanto avrai lo stipendio, compresi tutti gli arretrati, ma otterrai pure un cospicuo aumento”.
Frank Saturnio, alle parole del suo capo, rimane a bocca aperta. La sigaretta gli cade di mano.
“Davvero?” esclama Lola. “È magnifico! Vado subito a preparare il caffè!”
“Un po’ ingenua la ragazza” dice Tom Pozzo.
“E tu sei un gran bastardo” risponde Saturnio.
“Siediti e parlami delle visite di questa mattina”.
“D’accordo. La donna è arrivata poco dopo le otto. Per fortuna che…”
“Frank!”
“Ok, capo. Beh, è presto detto, si tratta di un caso di corna”.
“Ottimo, non dovremo sbatterci troppo e sarà di sicuro un caso redditizio. Ti occuperai tu di pedinare l’uomo, intesi?”
“Sì capo”.
“Ehi, perché quella faccia da funerale? Ti è sempre piaciuto seguire i mariti infedeli.”
“Mmm… il fatto è che quella infedele è lei”.
“La donna? Che cazzo dici?”
“Vuole che pediniamo il marito e, se necessario, che gli impediamo di interferire con i suoi programmi scoperecci”.
“Questa è buona, Frank! In ogni modo, a noi che interessa? L’importante è che paghi. Ti è sembrata ricca?”
“Pare che quello ricco sia lui”.
Tom Pozzo scoppia in una gran risata.
“Poveraccio! Cornuto e spennato! Bene, comincerai domani. E l’altro caso?”
Frank Saturnio fa una smorfia.
“Oh, da quello non ricaveremo nulla. Il mio parere è quello di rifiutare”.
“Del tuo parere non mi frega un cazzo. Sono io che decido. Allora?”
“Si tratta di un politico piuttosto noto”.
“Chi?” Saturnio abbassa la voce e poi dice il nome.
“Accidenti! Che cosa vuole? Che sorvegliamo qualche suo rivale e lo sputtaniamo? So che quel tipo ambisce alla segreteria del partito”.
“Niente di tutto questo, capo. Dobbiamo trovare qualcuno, o qualcosa, che è scomparso”.
“Cerca di essere più chiaro, Frank. Qualcuno o qualcosa?”
“Non ho capito bene. Quell’uomo era agitato, e con il suo gran parlare mi ha un po’ confuso. Sai come sono i politici, non si capisce mai ciò che dicono.”
“Dimmi che cosa ti ha detto”.
Saturnio sporge al suo principale un blocco di appunti.
“Ho scritto tutto qui”.
Tom pozzo finalmente si siede e inizia a leggere con attenzione.
“Frank, questa è una cosa grossa. Me ne occuperò io. Se il tuo cornutone non ti impegnerà troppo mi darai una mano”.
“Capo, sei davvero convinto che questa storia ci possa rendere qualcosa?”
“Frank, stai al tuo posto. So io che cosa fare. A proposito, sono stai lasciati degli anticipi?”
“La donna ha sganciato mentre il politico ha tergiversato. Ha detto che agiva in nome del partito e che all’acconto provvederà il tesoriere. Quando, non lo ha detto.”
“Eh, la politica ha i suoi tempi! Frank, sai che ti dico? Io inizio subito, è meglio portarsi avanti con il lavoro”.
“Capo, hai già pranzato?”
“Pranzato? Tu pensi soltanto a mangiare, per questo l’agenzia sta andando in malora! Mettiti subito sulle piste del cornuto!”
“Avevi detto domani”.
“Ho cambiato idea, Frank”.
Tom Pozzo si alza e si dirige verso la porta.
“Che fai, capo? Esci già?”
“Non ho intenzione di perdere tempo, ho detto”.
“Piove sempre più forte”.
“Ma guarda!”
Quel coglione di Frank Saturnio ha ragione, considera Tom Pozzo. La pioggia, se possibile, è ancora aumentata di intensità. Il cielo è sempre più scuro e sulla città già mezzo annegata si rovesciano scrosci d’acqua che sembrano vere e proprie secchiate.
Il detective vede, appena sotto i portici della piazza, un ragazzo di pelle scura, un improvvisato venditore di ombrelli. Da qualche parte bisogna pur iniziare, ragiona Tom Pozzo, che non ha ancora le idee ben chiare su come procedere per trovare chi o cosa sia scomparso.
“Dammi un ombrello, ragazzo”.
“Colore?”
“Che non sia da checca”.
L’altro non capisce ma, per istinto, gli porge un parapioggia nero.
“Quanto?” domanda Tom Pozzo, già scosso da brividi freddo.
“Tre euri” risponde il ragazzo.
“Che cosa? Troppo caro, te lo puoi tenere”.
“Due”.
“Tieni, ladrone. Posso chiederti una cosa?” Il ragazzo annuisce, paziente.
“Da dove vieni?” gli chiede Tom Pozzo. Lui risponde.
“Bel posto di merda. Con tutto il rispetto, naturalmente”.
“Perché sei venuto qui?” prosegue il detective. “Ho l’impressione che tu non abbia migliorato di molto la tua condizione”.
Il ragazzo si stringe nelle spalle.
“Io voglio lavorare” dice.
“Oltre a vendere queste schifezze riesci a fare qualcos’altro?”
“Purtroppo no, non si trova niente. E poi nessuno mi vuole dare lavoro perché non sono in regola con documenti”.
“Ah! Gli imprenditori sono diventati tutti degli angioletti! In ogni caso era meglio se te ne stavi a casa tua invece di venire in questo buco di culo che è diventata l’Europa.”
“Io non voglio stare in Europa, io voglio andare in Germania o in Svezia” dice il ragazzo.
Tom Pozzo lo guarda stupito.
“Germania e Svezia sono in Europa!”
“No, tu sbagli. Germania è in Germania e Svezia si trova in Svezia. Europa è un’altra cosa”.
“Proprio non ti capisco, ragazzo”.
“Posso chiedere io una cosa a te?”
“Dimmi, ma sbrigati. Mi si sta gelando il culo”.
“Quanto dura il monsone qui da voi?”
Tom Pozzo lo manda al diavolo, apre il minuscolo ombrello e si avvia risoluto sotto la pioggia persistente. Non c’è assolutamente tempo da perdere.
Dopo un infruttuoso pomeriggio di ricerche, il mattino seguente, alle dieci e mezza, Tom Pozzo è già in agenzia per fare il punto sui casi con il suo collaboratore. E la pioggia non è cessata.
“Capo, sei completamente fradicio. Perché non usi un ombrello?”
“Fatti i cazzi tuoi, Frank. So io che cosa devo usare. E comunque un ombrello ce l’avevo, ma non sono riuscito ad aprirlo e l’ho buttato”.
“Una mantellina impermeabile…”
“Taci, Frank. Piuttosto, dimmi come se la passa il tuo amico dalle lunghe corna”.
“Capo, ieri ho fatto bene a seguire il tuo consiglio e a iniziare subito l’appostamento”.
“Non era un consiglio, Frank. Era un ordine”.
“Hai ragione, capo. In ogni caso sono riuscito a evitare un disastro”.
“Racconta, Frank. E non farla troppo lunga come tuo solito”.
“Bene. Ero seduto in macchina quando lo vedo uscire dal lavoro”.
“E con ciò?”
“Capo! Quello se n’è andato due ore prima del previsto! Si è diretto al parcheggio ed è salito in auto. Si teneva la testa tra le mani, forse aveva avuto un improvviso attacco di emicrania”.
“Oppure si reggeva le corna perché qualcuno lo aveva avvisato di ciò che stava facendo la moglie in quel momento”.
“Non ci avevo pensato, capo. In effetti la moglie mi aveva appena comunicato che quel pomeriggio doveva ricevere un paio di persone”.
“Due?” domanda Tom Pozzo, sorpreso e, allo stesso tempo, ammirato.
“A volte sono anche più di due. E tutti insieme, tra l’altro”.
“Vai avanti, Frank”.
“Non sapevo che cosa fare per impedirgli di tornare a casa. Allora al primo semaforo l’ho tamponato di brutto”.
“Così si spiega quel cerotto sul tuo naso” considera Tom Pozzo, divertito.
“Nella fretta dell’inseguimento mi ero scordato di mettere la cintura. La botta è stata forte, io ho picchiato il naso ma lui ha subìto un colpo di frusta…”
“Le corna di sicurezza non gli sono servite”.
“Che dici, capo?”
“Prosegui, Frank. Mi stai tediando”.
“L’ho accompagnato in ospedale dove è stato trattenuto per più di tre ore. La moglie ha avuto tutto il tempo di concludere i suoi porci passatempi. Purtroppo ho demolito la macchina”.
“Che cosa? Hai danneggiato l’auto di servizio?”
“La macchina era la mia”.
“Meno male, Frank”.
“Capo?”
“Eh?”
“Non ce l’abbiamo l’auto di servizio”.
“È vero, Frank. Hai ragione”.
“Smettiamola di perdere tempo. Che programmi hai per oggi, Frank?”
“L’uomo dalle lunghe corna oggi non sarà al lavoro ma andrà a pesca”.
“Cazzo dici, Frank? A pesca con questo tempo di merda? Il tipo, oltre che cornuto, è pure completamente scemo?”
Frank Saturnio, prima di rispondere, riflette un istante.
“Pare che quando piove i pesci abbocchino più facilmente” dice.
“Questa è una stronzata”.
“Pare che quando c’è acqua sotto e acqua sopra i pesci vadano in confusione. L’ho letto su internet”.
“Hai verificato la fonte?”
“Quale fonte?”
“Lasciamo perdere, Frank. Invece, come hai saputo che il tuo amico oggi lavorerà di canna?”
“Non è mio amico, capo. È un cliente”.
“Frank, mi stai facendo innervosire”.
“Scusa, capo. L’ho saputo dalla moglie. Oggi sarà impegnata in una vera e propria orgia e non vuole essere disturbata per nessun motivo. Dovrò stare molto attento”.
“Bene. In caso estremo non esitare ad affogarlo nel lago”.
“Eh?”
“Sto, scherzando, Frank. Su, prendiamoci un buon caffè e poi mettiamoci al lavoro. Lola! Lola!”
La segretaria, al richiamo, dopo un istante si materializza già munita di vassoio con tazzine fumanti. Rispetto al giorno prima indossa un abito ancora più corto e attillato che a fatica riesce a contenere le sue forme esuberanti. Ai piedi calza un paio di stivali da pescatore, di colore verde brillante, che le arrivano fino a metà coscia.
“Buongiorno, signor Tommaso” dice con un gran sorriso.
“Lola, posa i caffè e smamma. E non preoccuparti per lo stipendio. Ci siamo quasi, i nuovi casi si stanno rivelando un’autentica miniera d’oro”.
“Grazie” dice Lola, che poi si allontana sculettando felice.
“Tu che cosa intendi fare, capo?” domanda Saturnio. Tom Pozzo gli indirizza uno sguardo di fuoco.
“Frank, so io che cosa intendo fare. In ogni caso se avrò bisogno del tuo aiuto mi farò vivo”.
“Non ne hai mai bisogno, capo. Non mi chiami mai”.
“Questa sarebbe una critica, Frank?”
“No, capo. Soltanto un’osservazione”.
“Buon per te. Potresti renderti utile contattando quel tuo amico poliziotto”.
“Già fatto, capo”.
“Frank, vedo che stai imparando. Allora?”
“Lo stesso politico nostro cliente ha denunciato alla polizia la scomparsa di chi o cosa stiamo cercando anche noi. Una settimana fa”.
“E la polizia che cosa ha fatto?”
“Niente. In questi casi preferiscono aspettare. Dicono che potrebbe trattarsi di un allontanamento volontario”.
Tom Pozzo molla una gran manata sul tavolo. Una tazzina semipiena fa una capriola e atterra addosso a Jack Saturnio.
“Mi sono macchiato, capo”.
“Fai più attenzione, Frank. Quelli sono degli emeriti imbecilli! Non può essere una sparizione volontaria! Non se si tratta di ciò che penso io”.
“Che cosa pensi, capo?”
“Smettila, Frank! So io che cosa penso! Forza, alza il culo”.
“Va bene, capo”.
Frank Saturnio indossa un impermeabile che gli arriva fino ai piedi, un vistoso cappello, afferra l’enorme ombrello ed esce, ad affrontare le intemperie e a compiere il suo dovere.
Tom Pozzo, pensieroso, si accende una sigaretta e poi la spegne quasi subito. Esce anche lui.
Fuori è praticamente buio e la pioggia, se possibile, è ancora aumentata di intensità rispetto al giorno precedente. L’acqua, che cade al suolo in scrosci sempre più violenti, cattivi, si insinua nelle fessure dei marciapiedi, le allarga frantumando il cemento. Sui muri dei palazzi strisciano lente grosse e oscene lumache di colore scuro. L’aria odora di muffa e di marcio. Dopo pochi passi il detective si ritrova con le scarpe che scricchiolano, il fondo dei calzoni inzuppato, i capelli incollati al cranio. Vagando quasi alla cieca in quell’inferno d’acqua, con le braccia protese nel tentativo di difendersi dalla liquida e fredda aggressione, Tom Pozzo intravede una targa di metallo: Scuola Media Altiero Spinelli. Potrebbe essere una buona pista, riflette, e comunque un buon riparo. Senza indugio entra nell’edificio scolastico. L’enorme atrio è deserto. Sgocciolando acqua sporca sul pavimento e lasciando dietro di sé una evidente traccia Tom Pozzo si dirige verso un bidello solitario accomodato in un angolo su una seggiolina. L’uomo, piuttosto anziano, indossa un grembiule nero e delle pantofole di feltro e sta sonnecchiando. Tom Pozzo non esita a interrompere il suo sonno.
Il bidello si stropiccia gli occhi.
“Mi dica”.
“Vorrei parlare con un insegnante di educazione civica” dice il detective.
“Uh? Le lezioni sono in corso. Se vuole, la posso accompagnare in segreteria”.
“Va bene, nonno. Andiamo”.
In segreteria Tom Pozzo è ricevuto da una donna con occhi da gufo.
“Un professore di educazione civica?” dice divertita. “Quella materia non si insegna più da almeno vent’anni!”
“Ehi, guardi che non c’è niente da ridere. Sono un investigatore privato impegnato in una indagine molto delicata. Voglio parlare con il preside”.
La donna, un po’ infastidita dai modo bruschi di Tom Pozzo, fa una breve telefonata.
“Ha detto che la può ricevere. Prima porta a destra”.
Il professor Borghi, preside e insegnante di lettere, è seduto dietro una enorme scrivania di noce. Corpulento, calvo, con la pelle del viso butterata e occhiali dalle lenti spesse. Sorride.
“Si accomodi. In cosa posso essere utile?”
Tom Pozzo si siede e subito il suo culo bagnato si incolla alla poltrona. Spiega a grandi linee i motivi della sua visita, omettendo soltanto alcuni particolari. Il preside, comunque, sembra collaborativo e disponibile.
“Che cosa vuole sapere?” chiede alla fine.
“Lo conosce?” domanda Tom Pozzo. Il professor Borghi annuisce.
“Sì, lo conoscono quasi tutti”.
“Quando l’ha visto l’ultima volta?”
Il preside si schiarisce la voce.
“L’ho conosciuto quando ero ragazzo. Ero uno studente, e frequentavo proprio questa scuola, anche se allora l’istituto aveva un altro nome. Si parlava sempre di lui, quasi tutti i giorni. Insomma, era come se fosse sempre tra noi. In seguito ne ha fatta di strada, è diventato sempre più forte, sempre più potente, più grosso anche fisicamente, eppure…”
“Eppure?”
“Abbiamo iniziato a sentirlo distante, come se non fosse più tra noi ma sopra di noi, capisce?”
“Sì, è la stessa sensazione che ho provato anch’io poco alla volta” risponde il detective.
“Sapevamo che continuava a esserci, ma era diventato quasi un nemico. Il suo impulso idealista era terminato, era diventato troppo concreto, eccessivamente pragmatico. Una materialità che ci infastidiva, soprattutto quando diventava impositiva oltre misura. In ogni caso continuavamo a essere molto affezionati a lui, speravamo che potesse cambiare e tornare a essere di nuovo quello di una volta, quello che ci aveva fatto sognare”.
“Non ha risposto alla mia domanda. Quando l’ha visto l’ultima volta?”
“Uh? Sa, non ricordo bene. Potrebbe essere qualche mese fa. Oppure qualche anno. Mi dispiace, su questo non posso essere d’aiuto. Il fatto è che a un certo punto ci siamo come abituati alla sua assenza, e non so quando ciò sia avvenuto”.
Tom Pozzo, con fatica, riesce a scollare le terga dalla sedia. Si alza e stringe la mano al preside.
“La ringrazio, professore”.
“Non c’è di che. Mi raccomando, faccia di tutto per ritrovarlo, abbiamo tanto bisogno di lui”.
“Lo troverò” afferma deciso Tom Pozzo prima di andarsene. Dopo pochi istanti è di ritorno.
“Le posso chiedere ancora una cosa?”
“Certo”.
“Potrebbe prestarmi un ombrello?”
Pare impossibile, ma l’intensità della pioggia è ancora aumentata. Adesso è torrenziale. Le strade del centro sono adesso veri e propri ruscelli. I tombini ingoiano l’acqua per risputarla subito dopo. Le auto avanzano a fatica sulla carreggiata trasformata nella corsia di una piscina. I pochi passanti imbracciano gli ombrelli come se fossero scudi.
Tom Pozzo trova rifugio in un androne. Appoggia a terra il parapioggia, infila la mano in tasca ed estrae il cellulare. L’apparecchio è bagnato, quasi quanto quella volta che gli è caduto nella tazza del cesso, comunque funziona ancora. Digita un numero.
“Frank, ci sei?”
“Buongiorno, capo. Come va?”
“So io come va, Frank. Che cosa sta facendo il nostro stambecco?”
“Continua a pescare, mentre io sono completamente fradicio. L’ombrello non regge più”.
“Taglia corto, Frank. Non essere prolisso”.
“D’accordo, capo. Stavo dicendo che il tipo ha preso un sacco pesci, quelli di internet avevano ragione”.
“Chi sarebbero quelli di internet, Frank?”
“Eh? Non lo so, capo”.
“Va bene, dunque ha preso molti pesci, ma mai quanti ne prenderà oggi la sua signora. Dico bene, Frank?”
“Certo, capo”.
“Prosegui l’appostamento. Se ho bisogno di te ti chiamo”.
“Tanto non mi chiami mai”.
“Che hai detto, Frank?”
“Niente, capo”.
“Buon per te. Adesso farò un salto alla moschea”.
“Ottimo, capo. Gli islamici, in un modo o nell’altro, c’entrano sempre”.
“Frank, fai schifo”.
Tom Pozzo decide di ributtarsi in strada ma, quando cerca l’ombrello, non lo trova più.
“Cazzo, me l’hanno fottuto!”
Imprecando ad alta voce, l’investigatore si rialza il bavero del giaccone intriso d’acqua e torna a sfidare il diluvio. Quando arriva alla moschea sembra essere appena scampato a un naufragio. Senza indugio entra nell’edificio, un vecchio capannone riadattato. Quasi subito un ometto con una folta barba gli sbarra la strada.
“Desidera, signore?”
“Sono un investigatore privato. Voglio parlare con l’imam”.
“Sono io”.
“Bene”.
“Mi dispiace ma la moschea in questo momento è chiusa”.
“Meglio, così nessuno ci romperà le palle”.
Il religioso barbuto alza gli occhi al cielo.
“Venga e si tolga le scarpe”.
Tom Pozzo sfila i mocassini fetenti e pieni d’acqua fangosa. Dai calzini bucati e fradici proviene un penetrante olezzo di fogna. L’imam arriccia il naso, disgustato.
“Non ce l’hai un ufficio?” domanda il detective.
“Perché mi dà del tu? Forse perché sono straniero? Musulmano?”
“Ti sbagli, vecchietto. La verità è che non posso soffrire i religiosi. Se sul tuo grembiule ci fosse un crocifisso il mio atteggiamento sarebbe lo stesso”.
“Il mio non è un grembiule, è una palandrana” dice l’iman, in tono risentito.
“A me sembra proprio un grembiule. A ogni modo non ho tempo da perdere, rispondi ad alcune domande e poi potrai tornare a genufletterti in pace”.
“Lei mi sta mancando di rispetto”.
“Preferisci che ti prenda a ceffoni?”
Il religioso sbuffa e poi scuote il capo.
“Mi dica”.
Tom Pozzo lo informa della sua ricerca mentre l’uomo continua a scuotere senza sosta la testa.
“Proprio non so di chi o cosa stia parlando” dice.
“Sicuro?”
“Sì”.
“Davvero non ne sai nulla? Puoi garantire anche per la tua comunità?”
“Certamente”.
“Voi musulmani non avete mai nutrito grande simpatia per chi o cosa sto cercando”.
“Vero, ma ciò non vuol dire che siamo implicati nella sua scomparsa. Vede, noi e voi è come se vivessimo in due mondi diversi, paralleli. Ognuno prosegue per la propria strada e cerca di non intralciare l’altro”.
“Mai sentito parlare di scontro di civiltà?” domanda Tom Pozzo, aggressivo.
“Ciò che lei cita non ha nulla a che vedere con il vero islam”.
“Che cosa pensi dell’Europa?”
L’imam sorride prima di rispondere.
“Un progetto imperialista mal riuscito. Uno dei tanti dell’Occidente”.
“Sei furbo, tu. Bada che se scopro che tu o qualche tuo amico devoto al Profeta siete implicati in questa faccenda torno e ti strappo i peli della barba uno a uno”.
“Lei è molto violento, signore. L’islam invece è soltanto pace”.
“Affogati” dice Tom Pozzo all’indirizzo dell’imperturbabile religioso. Poi si volta e se va, indignato.
La sua voce flebile lo raggiunge quando è già fuori.
“Le scarpe, signore. Ha dimenticato le scarpe”.
Tom Pozzo è di nuovo in strada. Infila le mani nelle tasche, che sono piene d’acqua, e si avvia a lunghi passi in quell’inferno liquido. La pioggia non dà tregua. Anzi, sembra ancora aumentata di intensità.
Sarebbe il caso che qualcuno cominci a costruire un’arca, pensa il detective, prima di infilarsi nel bar di Paolo.
“Tommaso!” lo accoglie l’amico barista. “Sempre a caccia? Forse dovresti attrezzarti meglio” aggiunge, vedendo le condizione penose in cui si trova, intriso d’acqua dalla testa ai piedi.
“Se vuoi dopo ti posso prestare un ombrello”.
“Gli ombrelli possono andare a farsi fottere”.
“Problemi?”
“Una marea. Ehi, ma quelli stanno di nuovo parlando della Merkel?”
Il barista lancia un’occhiata verso un gruppetto di avventori che stanno discutendo in maniera animata.
“Pare di sì” dice.
“E che cosa dicono oggi?” domanda Tom Pozzo mentre si passa le mani sul viso cercando di asciugarlo.
“Oh, le solite cose, o quasi. Dicono che quella e tutti i suoi connazionali se ne fregano dell’Europa. Che pensano soltanto alla loro Germania, che per loro tutti gli altri paesi sono delle merde”.
“E tu che ne pensi, Paolo?”
“Non lo so. Di sicuro quella ha il culo grosso ma il cervello fino. Bevi qualcosa, Tommaso? O preferisci mangiare?”.
Tom Pozzo scuote il capo.
“Dammi un triplo cognac, che poi devo scappare”.
L’investigatore tracanna tutto di un fiato la potente bevanda.
“Ti saluto, Paolo”.
“Davvero non vuoi l’ombrello?”
“Quando si è già del tutto bagnati è impossibile bagnarsi ancora di più”.
“Vorrei essere saggio come te, Tommaso” dice il barista, ammirato.
Tom Pozzo riprende la sua frenetica ricerca. Il suo sviluppato sesto senso gli dice che deve fare in fretta. Annaspando, sbuffando, imprecando, si trascina per le strade allagate. Poi, all’improvviso, si ferma. È vero, quando si è già completamente zuppi non è possibile bagnarsi ancora di più, però è molto probabile beccarsi una polmonite. Fa cenno a un taxi che, tra enormi spruzzi d’acqua fangosa, accosta al marciapiede. L’investigatore sale e dà un indirizzo.
“Finirà che mi bagna il sedile” dice l’autista sbirciando nello specchietto.
“Finirà che ti spacco il muso se non la smetti di rompere i coglioni” dice Tom Pozzo. L’altro tace e si concentra sulla guida. Dopo alcuni minuti giungono di fronte a un grosso palazzo grigio che, sotto la pioggia battente, sembra ancora più tetro.
“Ferma qui” ordina l’investigatore. Poi sfila dalla tasca della giacca una banconota completamente fradicia e la porge al taxista.
“È tutta bagnata” si lamenta l’uomo.
“Mettila per mezz’ora sulla stufa e vedrai che si asciugherà. Oppure, se proprio non ti piace, me la puoi sempre ridare”.
Il taxista brontola qualcosa e poi riparte. Tom Pozzo, deciso, entra nel palazzo. Due energumeni in camicia verde gli vengono incontro e lo bloccano.
“Chi sei? E dove pensi di andare?”
“Sono un investigatore privato e devo vedere il segretario”.
“Hai un appuntamento?”
“No, ma si tratta di una questione importante” risponde Tom Pozzo.
“Il segretario è in riunione e qui non vogliamo ficcanaso”.
“Aspetterò”.
“No, tu smammi. E subito”. Poi, i due bruti si affiancano al detective con intenzioni bellicose.
Tom Pozzo tende i muscoli, pronto a battersi.
“Che succede?”
Un uomo raggiunge il terzetto. È giovane, sicuro di sé, e indossa una felpa grigia e dei jeans.
“Segretario, quest’individuo pretende di parlare con te. Lo stiamo buttando fuori”.
“E chi sarebbe questo tipo?”
“Sono un investigatore privato”.
“Non sarai mica un giornalista?”
“No”.
“Peccato”.
“Ti voglio parlare riguardo una faccenda che ben conosci” risponde Tom Pozzo, che ha le braccia ancora imprigionate dai due colossi.
“Quale?”
“La scomparsa”.
L’uomo sorride.
“Ah! Vieni nel mio ufficio, ma ti posso concedere solo dieci minuti, poi riprende la riunione”.
Tom Pozzo si divincola con uno strattone e segue l’uomo con la felpa in un piccolo ufficio.
“Siediti, anche se mi rovinerai la poltrona. Sei bagnato da fare schifo”.
Il detective non perde tempo.
“Siete stati voi, vero?”
“Tu sei pazzo, non faremmo mai una cosa del genere. Se lo ridici ti querelo”.
“Sai qualcosa?” incalza Tom Pozzo.
“Ma neanche per sogno! La devi smettere con le tue accuse farneticanti. Hai preso troppa pioggia, mio caro Sherlock Holmes!”
“Voi lo odiate”.
L’uomo con la felpa incrocia le braccia.
“Ti dirò, non è che siamo molto spiaciuti. Anzi, si può dire che siamo quasi contenti. Soddisfatto?”
“Anche se non siete stati voi, siete comunque i mandanti morali”.
“Di cosa? Magari quello domani ritorna e riprende a rompere le balle. Cazzo, sai che pretende che facciamo il formaggio senza usare il latte e altre simili stronzate? Ti rendi conto?”
“A proposito, com’è finita la questione delle quote-latte?” domanda Tom Pozzo.
“Una stronzata pure quella. Aspetta un attimo”.
Il segretario afferra il telefono.
“Dite ad Augusto di preparare la macchina per le sei, che ho un’intervista a Tele10. E stasera sono in collegamento in diretta con Sesta Colonna”. Riabbassa il telefono.
“Adesso te ne devi andare perché ho da fare” aggiunge, rivolto A Tom Pozzo.
“Avresti un ombrello da prestarmi?” chiede il detective, rassegnato.
“Prestare? No, tuttavia in cambio di un minimo contributo per il partito ti posso dare uno dei nostri ombrelli-gadget. Guarda, ne abbiamo di due tipi”.
Il segretario apre un cassetto della scrivania ed estrae due ombrelli, entrambi di colore verde. Apre il primo, sul quale appare la scritta LEGA NAZIONALE accanto al simbolo del partito, uno scarpone chiodato che schiaccia la testa a un africano.
“E poi abbiamo questo”.
Apre l’altro, sul quale c’è l’immagine di una enorme ruspa. Nella benna c’è la bandiera d’Europa, tutta stracciata.
“Allora, quale ti piace di più?” domanda al detective, sghignazzando compiaciuto.
Tom Pozzo si alza.
“Mettiteli tutti e due in culo. Prima uno poi l’altro” dice. Poi se ne va sbattendo la porta.
Fuori la pioggia cade sempre più forte. Tra uno scroscio e l’altro, all’investigatore pare di sentire un suono familiare, quello dell’Inno alla gioia. Il cellulare!
“Capo, sono io”. Frank Saturnio ha la voce ansimante.
“Che succede, Frank? Il becco ti ha beccato e ti sta prendendo a cornate?”
“Non scherzare, capo”.
“So io se devo scherzare o no? Intesi?”
“D’accordo, capo. Mi ha chiamato il mio amico poliziotto”.
“Ah! Che fanno le giacche azzurre?”
“Lo hanno trovato!”
“Che cosa?”
“Lo hanno ripescato dal canale. È morto, capo”.
“Porca troia! Dov’è il corpo?”
“All’obitorio, capo. Che facciamo?”
“Passa a prendermi. Sono di fronte alla sede della Lega Nazionale”.
“Non ho la macchina, capo”.
“E come sei arrivato al lago?”
“Con gli autobus di linea. Ne ho dovuto prendere ben tre. Il primo partiva da…”
“Non farla troppo lunga, Frank. E il cervo?”
“Lui è venuto in auto. Sai, il suo è un macchinone grosso e nell’incidente di ieri non si è danneggiato troppo. Ha soltanto un’ammaccatura sul…”
“Rubala, Frank”.
“Eh?”
“Fotti quella macchina del cazzo e raggiungimi al più presto”.
“Si tratta di un furto, capo”.
“Ma guarda! Sei un autentico intelligentone, Frank. Fai come ti ho detto e sbrigati!”
“E lui come farà a tornare a casa?”
“A casa è meglio se torna il più tardi possibile. Vero, Frank?” Tom Pozzo riattacca e cerca rifugio sotto la pensilina dei bus. Compone un numero.
“Tommaso!” risponde una voce debole e gracchiante. Il telefono si sta scaricando, oppure è mezzo affogato.
“Scusa se ti disturbo, Davide. Ho bisogno di te”.
“Lo immagino”.
“Eh?”
“Hai saputo?”
“Sì, Davide. Ho saputo”.
“Ciò significa che sei implicato in questa brutta faccenda?”
“Lo stavo cercando su incarico di un cliente”.
“Capito”.
“Devo parlarti, Davide”.
“Sai che non è possibile. Per adesso, almeno”.
“Tra mezz’ora sono da te”.
“No!”
“Davide, non ti ricordi il temperamatite?”
“Che cosa? Non ti sento bene”.
“Non fare il furbo, Davide. Il temperamatite. Lo scordavi sempre a casa, e chi te lo prestava se non il sottoscritto? Per merito mio non sei mai stato punito. Allora?”
“Va bene, Tommaso. Ma la tua dovrà essere una visita molto breve. Tra qualche ora qui si scatenerà un autentico pandemonio”.
“Ciao, Davide. A presto”.
Tom Pozzo si sporge oltre la pensilina e osserva il cielo. È completamente buio nonostante sia ancora pomeriggio. Il detective ha i piedi immersi nell’acqua, i vestiti incollati al corpo, che è percorso da brividi di freddo. Guarda nervosamente l’orologio, più volte, impreca. Finalmente, in fondo alla via ormai tutto allagata che sembra un fiume, scorge un enorme SUV che avanza con difficoltà procedendo a zig-zag, come se fosse pilotato da un ubriaco impasticcato reduce da una nottata in discoteca.
Frank Saturnio vede il suo capo che si sta sbracciando e accosta al bordo del marciapiede sollevando un gigantesco spruzzo che investe il povero Tom Pozzo e altri due sventurati passanti. Imperturbabile, sempre più fradicio, l’investigatore si issa a bordo del veicolo.
“Scusa, capo” dice Frank Saturnio
“Frank, guidi come un cane. Veloce, all’obitorio”.
I due ripartono di gran carriera fendendo l’acqua. I tergicristalli fanno fatica a spazzare il parabrezza.
“Più in fretta, Frank. Schiaccia quel pedale.”
“Non ci vedo un cazzo, capo”.
In qualche modo, assistiti dalla fortuna, i due investigatori raggiungono il piazzale dell’ospedale.
“Capo, se lo spengo poi non riparte più”.
“Te lo vuoi portare a casa, Frank? Ti sei affezionato a questo bestione? Ti ricordo che è rubato, e lo hai rubato tu”.
“Era una questione di vita o di morte. Vero, capo?” dice Saturnio, un po’ mortificato.
“Più di morte che di vita, Frank” risponde Tom Pozzo, lugubre.
All’ingresso dell’ospedale trovano ad accoglierli il dottor Davide Fogli, anatomopatologo.
“Ciao Tommaso. Presto, venite”.
Davide Fogli guida i due visitatori alla sala autoptica. Su un tavolo di acciaio, ricoperto da un telo azzurro, c’è un corpo.
“È lui?” chiede Tom Pozzo all’amico.
Il dottor Fogli annuisce.
Il detective si avvicina al cadavere, solleva un lembo del lenzuolo e poi subito lo riabbassa. Frank Saturnio preferisce rimanere in disparte, non ama molto quell’ambiente di morte.
“Qualcuno lo ha identificato?” domanda ancora Tom Pozzo.
“Sì” risponde il medico. “Lo ha fatto un noto politico”. E poi ne pronuncia il nome.
“Il mio cliente. Che cosa puoi dirmi sulle circostanze della morte?”
Davide Fogli si stringe nelle spalle.
“Devo completare gli esami tossicologici”.
“Davide…”
“D’accordo. Il corpo è rimasto poco in acqua e mi sento di escludere il suicidio.”
“Lo hanno ammazzato! Come?”
Il medico scuote il capo.
“Non lo, Tommaso. Sembra quasi che sia stato ucciso un poco alla volta, giorno dopo giorno”.
Tom Pozzo annuisce.
“È anche colpa nostra. Siamo tutti responsabili. Non abbiamo creduto in lui. E questa ne è la tragica conseguenza.”.
“Hai ragione, Tommaso. Non ci abbiamo creduto fino in fondo. Ora dovete andare via, appena la notizia si diffonderà qui ci sarà il mondo intero”.
Prima di uscire Frank Saturnio trova infine il coraggio di dare un’occhiata al corpo. Posa lo sguardo su un alluce del cadavere che sporge dal telo, al quale con uno spago è legato un cartoncino che ne indica le generalità: Sentimento Europeo.
Tom Pozzo e Frank Saturnio escono dall’ospedale, affranti e a capo chino.
Non piove più.

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