Solo una Rosa – Orsola Lejeune

ragazza-alla-finestra-salvator-dalc3acEcco come si fa ad immaginarsi una storia.
Passi per strada e vedi una rosa poggiata su un motorino, accantoil passaggio delle persone è incessante. In un’epoca in cui al ristorante vengono rubati i posacenere, negli alberghi gli asciugamani, nessuno ha osato toccare la rosa, appoggiata su quel motorino con grazia, perché quella rosa aveva un valore inviolabile ed inconsapevolmente lo sapevano tutti quelli che ci passavano vicino.
Lei lasciava sempre lì il motorino quando andava a lavorare e lui lo sapeva. Era stato facile trovare quel motorino e lasciarle quella rosa.
Era tanto che la teneva d’occhio. L’aveva conosciuta in un pomeriggio d’estate, quando, appena uscito dal lavoro, era andato a prendere un caffè. Lei lavorava proprio nel bar accanto al suo ufficio, nel quale passava le sue interminabili giornate cercando di guadagnarsi da vivere.
Lui mettiamo che si chiami Federico. Lei Agata.
Federico viveva da molto tempo un’esistenza infelice caduta nella solita routine, con una moglie completamente distratta e assente. Era così presa dalla carriera che pareva si fosse dimenticata di avere una persona accanto. Ogni sera lo attraversava con lo sguardo chiedendo in tono neutro “Ciao, come stai?”, ma non ascoltando la risposta.Cenavano davanti alla televisione guardando dei programmi insulsi, perfetti per anestetizzare il cervello.
Marta, la moglie di Federico, ne andava pazza.
“Marta perché dobbiamo guardare queste schifezze?”
“Lasciami stare che la sera mi devo riposare”
La differenza sta fra il riposarsi e spegnere il cervello, pensava Federico. Federico veniva quindi lasciato con il suo piatto davanti e uno zombie accanto, un senso di squallore in quella piccola cucina calda, talmente calda che le immagini della tv sembravano evaporare. Sicuramente evaporavano davanti ai suoi occhi, mentre pensava a come cercare di recuperare quella situazione così degradante.
“Perché la gente ama non pensare, quando pensare vuol dire vivere, vuol dire scegliere, vuol dire esistere?”
E guardò Marta con espressione interrogativa. Lei che lo aveva sentito, ma non ascoltato, si girò con occhi vuoti:
“Eh…?”
“Niente, non importa.”
Il giorno dopo Federico entrò in quel bar e vide per la prima volta Agata che serviva caffè con il sorriso sulle labbra, nonostante fosse tardi e Federico fosse entrato all’ora di chiusura.
Agata viveva sola nella sua piccola casa, aveva una vita piena di amici e divertimento, ma erano anni che si era imposta la solitudine. Dopo la rottura con il suo grande amore, che l’aveva distrutta, aveva scelto una solitudine che pian piano l’aveva guarita, che pian piano l’aveva fatta rinascere dalle fondamenta delle sue scelte, prese in completa indipendenza. Ed ora Agata serviva caffè sorridendo, ed era proprio quella felicità completamente disinteressata che affascinava molti avventori di quel bar, che arrivavano a corteggiarla senza pudore. Agata non mollava, difendeva la sua solitudine con grande determinazione.
Tuttavia, quando entrò Federico, lo guardò e lo riguardò, continuò a fissarlo e non poteva fare a meno che esserne affascinata. Non era propriamente bello ma aveva qualcosa, qualcosa che tutti gli altri non avevano, che non era ben definibile, che non sapeva nemmeno lei cosa fosse.
Federico prese il suo caffè e se ne andò, ringraziando quella bella barista che aveva portato un sorriso nella sua giornata grigia.
Diventò un’abitudine. Federico ogni giorno dopo lavoro entrava in quel bar per farsi regalare quel sorriso e pian piano iniziarono a conoscersi.
Agata inconsapevolmente iniziava ad abbattere le sue barriere, mentre Federico cercava di non farsi prendere dai sensi di colpa, ma in ogni caso sapeva di non poter rinunciare a quel caffè quotidiano. In fondo era solo un caffè. La verità era che lui si fermava sempre più a lungo per poter parlare con Agata e quel caffè aveva iniziato a berlo freddo, poco prima di andar via perché era l’ora di cena… “Marta è talmente assente che non si accorge neanche a che ora torno…”, si rassicurava.
Una sera lui si scordò dell’orologio e rimase fino all’ora di chiusura. Il bar era deserto, si era creata un’atmosfera di intimità e, quando lei sorrise, lui non poté fare a meno di baciarla. Quando si rese conto di quello che stava facendo, non riuscì a non dirlo:
“Ho una moglie…”
Lei lo guardò allibita, il dolore che iniziava a nascerle dentro le invase gli occhi.
“Vattene.”
E lui scappò. Scappò con la consapevolezza di dover far qualcosa, di dover dare una svolta alla sua vita, per se stesso più che per Agata.
Agata si maledisse per aver fatto in modo che lui diventasse una parentesi quotidiana meravigliosa, per essersi permessa di aspettarlo tutti i giorni, per aver osservato con trepidazione la porta ogni volta che si apriva quando si avvicinava l’ora in cui lui sarebbe dovuto arrivare, per aver sognato ancora una volta. Si maledisse fra lacrime amare, chiuse il bar e il proprio cuore, una volta ancora.
La rosa lui la lasciò sul motorino di Agata la sera che aveva dato una svolta alla sua vita, la sera in cui aveva lasciato quella moglie zombie che non aveva fatto una piega quando le aveva annunciato che se ne sarebbe andato, che quasi gli aveva aperto la porta invitandolo ad uscire.
Aveva lasciato solo quella rosa, non un biglietto, non un segno di riconoscimento.
Dopo quel bacio l’aveva osservata dalla vetrina e lei, quel sorriso così spontaneo, lo aveva perso.
Aveva lasciato quella rosa e la avrebbe osservata da lontano, solo per vedere quel sorriso comparire di nuovo.
Ecco cosa ci faceva lì quella rosa.

Orsola Lejeune

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