Il nucleo oscuro – Manfredi Cartocci

img14Qualcosa di indefinibile sentiva dentro sè, senza spiegazione. Una presenza di assenza, il peso di un vuoto. Un morbido torpore di taglienti sensazioni, sentori, emozioni grezze. Scavando, scavando dentro di sè era arrivato a questo, questo macigno incompreso e incomprensibile che sembrava darsi senso da solo, rivelare la propria verità a se stesso, e a nessun altro.
Poteva vederlo in realtà il fortunato interlocutore del macigno, del nucleo oscuro di insondata natura, ed era lui stesso: solo quando era distratto, solo quando era assorto, solo quando sognava. Impressioni avrebbe detto, ricordi più o meno nitidi. Vano è lo sforzo di spiegare un immagine che gli altri non conoscono, e così era per se stesso. “Cos’hai visto?”, si chiedeva, ma ogni volta il riporto era insoddisfacente, insapore, falso. E si crucciava, si dilaniava e si tormentava di rabbia e malumore.

“Splendente nucleo oscuro, cuore pulsante della vita vera, tu che non conosci menzogne, relativismi o compromessi. Scintillante principio, tu che suggerisci alla mente le idee, che vedi nella stanchezza, che trascendi il mio vile ragionar di piccolo uomo. Buia stella, tu che esplori l’anima coi tuoi raggi scuri, che ne concedi gli echi. Echi terribili certo a volte, echi spaventosi. Echi di abissi, echi di antri, echi di voragini che non sospettavo, non ricordavo. Urla in questa notte cupa del mio pensiero, urla strazianti di rovelli fanciulli, che crescono giocando. Sconosciuto è il tuo potere, e talvolta illimitato mi appare, come l’azzurro dei cieli migliori, le stelle delle notti più chiare. E il rimorso che divora e distrugge è proprio per esso, che leggiadro ed ineffabile si mostra e si concede, ma lenta è la presa che lo afferra, cechi gli occhi che lo osservano, sorde le orecchie che l’odono. E delle magiche energie irradiate da quella sacra sorgente, madre di ogni ispirazione che ci rende un poco più che uomini, restituiamo il riflesso, il racconto, il ritratto.”

Occhi vitrei che fissano il vuoto, con un intensità che pochi soggetti hanno meritato, forse nessuno. Cercano di seguire quell’irto sentiero di vero che svanisce, si perdono, ricominciano. Non guardano niente perché stanno osservando altro, qualcosa che per lo più sta dietro di loro, non davanti. Tacciono un momento di ciò che corre loro davanti e cercano di decifrare il flusso arcano che scorre loro dentro. Pieni di vuoto.
Per apprezzare il tutto si deve esperire il nulla, e così è: gli occhi non vedono, le dita non toccano, le orecchie non sentono, il respiro è impalpabile, la bocca serrata.

Prigione. Prigione sono gli occhi del buio magma ribollente che si annida dietro ad essi, e prigione è tutto il resto, nient’altro che rugginose catene e sbarre piegate e stanche, logorate dall’infrangersi delle onde incandescenti.

“Così cupa la tua luce nucleo oscuro, eppure cosi splendente. Così varie e ammalianti le forme con cui proietti le tue ombre, così inebrianti gli strumenti dei tuoi suoni. Mille e mille corde ancora arpeggeranno le tue dita, e io non capirò la melodia. Cercherò di ricordarla, di riproporla, di rimembrarla, ma per quanto ci sconvolga o ci turbi o ci ecciti un sogno, l’alba lo sfoca fino a farne svanire l’immagine. Troppo puro era l’ambiente che lo accolse, perché anche solo l’eco ne sopravviva nella “realtà”. Donami un’altra notte stella buia, un’altra notte della tua poesia, un’altra notte della tua passione, e dei calici di ambrosia di cui mi disseti. Un altro bacio proibito, un’altra danza sensuale, un altro tocco da sangue bollente. Del gelo del risveglio non mi dare preavviso, godrò ansimando, ignaro di morte.”

Manfredi Cartocci

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