#MercoledìDeiSensi: Brontofobico – Davide Brioschi

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Avevo cinque anni e stavo rannicchiato sul divano, con le dita che trivellavano le orecchie per lo spavento. Io non volevo che mi prendessero di sorpresa. Il lampo, la luce bianca e fredda che inondava le mie cornee spesso non dava un preavviso sufficiente a evitare il terrore. Mi coglieva impreparato. Il tuono ti coglie sempre impreparato. Se è troppo intenso avrai la costante sensazione di aver scampato un pericolo, appena dopo il rimbombo. Non importa quanti anni tu abbia o la quantità di temporali che hai visto; quando sopra di te si scatena quell’inferno di luce e la voce stentorea del cielo ti grida contro, vorrai sempre avere un tetto sulla testa. Un posto in cui sicuramente un fulmine non può stanarti.
Questo temporale estivo non è diverso da tutti gli altri. Non è nemmeno diverso da certe persone. Le nubi erano itteriche poco prima di cominciare il loro concerto di boati. Forse anche il cielo con la sua rabbia finisce col consumarsi il fegato. L’aria si è caricata con l’odore della geosmina, la molecola che il terreno comincia a sputare fuori quando la pioggia lo malmena.
Adesso lo so.
Adesso so che non c’è nulla da temere nei rumori forti, che è solo aria che si sposta e ti fa vibrare una specie di tamburello che hai nell’orecchio. Una cosa però continua a succedermi. I rumori improvvisi mi fanno venire da piangere, e non so perché. La prima reazione è la paura, poi la rabbia, poi la disperazione.
Non so perché.
Questa tempesta durerà poco più di mezz’ora. Il tempo di lasciare che i cieli esauriscano la loro furia uterina e giallastra. Poi tutto svanirà, il terreno rimarrà bagnato e pesto. Le piante dilaniate dal vento sembreranno tutte salici piangenti. Verrà alla luce il silenzio.
La fine di un temporale è lo iato di una guerra.

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