#NarrativoPresente: Parassiti – Silvia Cristini

ES e autodafé

“Per tutti gli anni in cui i miei figli sono andati a scuola, periodicamente, una volta uno, una volta l’altro, portavano a casa i pidocchi.
La prima volta che successe ero incinta di mia figlia, e la cosa mi scombussolò parecchio. Intanto mi dava ribrezzo pensare di avere in testa una colonia di bestioline attaccate ai miei capelli a succhiare il mio sangue. E poi mi preoccupava l’idea di usare prodotti chimici con una bimba nella pancia, mi sembrava di spruzzarle direttamente addosso una bomboletta di insetticida.
La vivevo come una piaga da cui non vedevo salvezza, mi sentivo in trappola. E in effetti un po’ era così, perché i bambini a scuola si passavano i pidocchi l’un l’altro, e mentre i primi compagni ‘infettati’ facevano il trattamento, gli ultimi che ancora non sapevano di averli, li ripassavano ai primi, e dopo un mese tutto ricominciava da capo.
Non avevano tutti i torti, cinquant’anni fa, a fare tabula rasa sulle teste dei bimbi: tutta la scuola, una sola volta, in massa.
E poi io non riuscivo mica a vederli tra i capelli dei miei bambini (o forse mi rifiutavo di vederli), me ne accorgevo quando ormai tutti ci grattavamo come dei pazzi.”
“Bel dottore che sei!” La prende in giro Niemat.
“Già. Poi i miei figli che dormivano buttati a terra su un materasso, in cinque o sei bambini, hai voglia!”
“Perché? Ma tu mi hai detto che hai tre figli.”
“Sì, ma quando andavano a casa del mio ex, con i figli della sua compagna più il terzo che ebbero insieme, fa sei. Sei teste che dormivano insieme in modo così promiscuo…”
“Che vuol dire promisco?” Niemat si rabbuia sempre un po’ quando non capisce una parola italiana, quasi offesa, lei che conosce sei lingue e qualche decina di dialetti africani.
“Scusa, vuol dire ammassati tutti insieme, senza cura.” Marina si interrompe e si mette in ascolto. “Shhh, ho sentito un rumore… forse è Pietro.”
“Sicura che verrà?” Niemat scruta nel buio. I suoi occhi sono abituati agli spazi sterminati, ma anche in mezzo alle tende da campo in lontananza, ci vedono bene.
“Me l’ha promesso. Boh, sarà stato un gatto.” Marina torna rilassarsi. A parte il motivo per cui lei e Niemat sono lì, si sente bene, è una bella serata, calda e ventilata, come in una vacanza estiva. Seduta sull’erba con un’amica, riesce, anche solo per pochi istanti, a volare sopra la nausea di questo luogo concentrato di tragedie e ingiustizie.
“E allora, questa storia di pidocchi?”
“Un castigo di Dio, non se ne usciva mai!”
Niemat scoppia a ridere, con quella sua risata da ragazzina. Nel buio della notte si vedono solo i suoi denti brillare.
“Zitta, che ci sentono! Lo sapevo che con te sarebbe andata così! Shhhh.
Allora, per risolvere il problema radicalmente, cioè in modo definitivo, ero arrivata a cercare di costringerlo con una raccomandata del mio avvocato a fare il trattamento anti-pidocchi tutti quanti insieme. Nulla da fare, il ‘Fenomeno’ negava che anche loro fossero impestati.”
“Feno-meno??” Niemat boccheggia.
“Niente, niente, lascia perdere.” Troppo complicato spiegarle il nomignolo che gli aveva affibbiato un giudice, dopo aver ascoltato alcuni suoi fantasiosi racconti.
“E quindi ogni settimana scaravoltavo la casa, lavando per quanto possibile ad alta temperatura lenzuola, coperte, cuscini, divani, asciugamani, cappelli, sciarpe. E le nostre teste. Shampoo chimici maleodoranti, schiume da tenere in testa per quaranta minuti, risciacqui con l’aceto che pizzicava in testa e bruciava gli occhi.” Marina non può risparmiarsi smorfie di disgusto e sofferenza al ricordo.
Niemat la guarda un po’ stupita: “Aceto? Quello per insalata?”
“Sì, esatto! Per staccare le lendini. E poi passare il pettine a denti fittissimi per levare le bestie ormai morte e le uova, quelle ancora vive invece, pronte a ripopolare il pianeta se non le togli una per una.”
“Io non capisco.” Niemat ha esaurito la sua curiosità ma le resta un grande stupore. “Nel mio paese è così semplice: tagliamo i capelli corti e facciamo impacchi di argilla rossa. Tutto finito.”
“Sì, per i capelli corti posso darti ragione, anche se a una tipa come mia figlia non potresti tagliarli nemmeno di un centimetro, piuttosto la morte. Ma l’argilla rossa, dove cazzo dovremmo andare a prenderla? Eh?” E ridono di nuovo.
“Sssh, zitte!” Questa volta è davvero Pietro. “Siete impazzite?”
L’uomo tira fuori dalla tasca del camice un mazzo di chiavi e apre nervosamente la porta dell’ambulatorio. Le due donne si alzano da terra, trattengono a stento la loro risata residua, cercando di restare serie.
Aspettano fuori; dentro Pietro accende una luce. Si sente il rumore di uno sportello aperto, e poi richiuso.
“Questi sono gli ultimi flaconi. Poi non ce n’è più. Finito.” Porge un sacchetto del supermercato a Marina.
“Quando arrivano i rifornimenti?” chiede lei cercando e non trovando un piglio da dottoressa.
“Se arrivano e quando arrivano, comunque sia, non te ne darò più.” Chiude la porta con gli occhi bassi.
“Pietro, per favore.”
“Conosci meglio di me la situazione. Hanno bloccato gli invii dei medicinali, figurati cagate come uno shampoo antipidocchi.”
“Cagate? Vogliamo appestare tutto l’accampamento? Le condizioni igieniche sono già di merda, questo sì. Noi dobbiamo imporci, tutti quanti insieme!” Marina ha perso tutto il buon umore degli ultimi dieci minuti, sommerso all’improvviso da troppi anni di delusioni.
“Oh, cazzo, non ricominciare con le solite storie. Sai bene che io alla fine, ho lo stesso potere di un magazziniere, non te lo scordare.” E se ne va.
Le due donne si siedono di nuovo. Nessuna ha voglia di tornare nella propria tenda, a rimuginare in solitudine.
“E dire che qualche mese fa me lo sono anche scopato… Cretino!”
“Oh, non sapevo. Poi finita?” chiede Niemat interessata.
“Sì, sono finiti i preservativi e non ne hanno più mandati. Per fortuna. Ecco un aspetto positivo, dell’embargo dei nostri governanti!” Ridono, ma ormai l’amarezza ha preso il sopravvento.
“Sai come si dice pidocchio nella nostra lingua? Tikiki che significa ‘flagello’.”
“Mai nome fu così appropriato.”
Marina accende una sigaretta, l’ultima delle tre giornaliere che riesce a conservare per sé. Le è tornato all’improvviso in mente un sogno che ha fatto la notte prima: c’era Niemat vestita come sempre con uno dei suoi abiti multicolore, con tante braccia gesticolanti come lunghe zampette, luminosa come una dea, galleggiare nell’aria sopra le tende dell’accampamento.
“Nonostante io sappia benissimo tutto quello che ti è successo in Darfur, certe volte mi chiedo che cosa ci fai qui. Lo so, lo so, è una domanda scema ma me la faccio lo stesso, perché mi sento cosi incapace di fronte a questa Europa di merda. Quando mi rendo conto di quanto sia meschina la nostra accoglienza, quello che vi offriamo di fronte alle violenze subite, agli stupri!” All’improvviso inizia a sentire il peso delle sue parole. “Scusami, Niemat, sono solo una cretina…”
L’amica non risponde.
“Ma davvero, ho bisogno di sapere cosa pensi di noi.”
“Non mi piace offendere chi mi ospita.”
“Che dici, non è questo il punto.”
“Vostra terra è bellissima, sono felice di essere qui.”
“Smettila! Siamo amiche, no? Mi offendo anch’io se non mi dici come la pensi.”
“Non sono scuse, è vero, vostra terra è bellissima e sono felice di essere qui.
Ma non dare colpa a Europa, questa cosa fragile che esiste solo sulla carta, non nella mente della gente. Uomini e donne che non hanno attenzione per gli ultimi, mancano di apertura verso gli altri, loro sono colpevoli. Uomini e donne che non danno valore alle persone ma solo ai soldi, alle cose, non amano la natura, non amano il passato, non amano il futuro. Lasciano i propri figli senza lavoro a credere nel nulla; lasciano i propri vecchi sopravvivere senza dignità; lasciano le proprie famiglie spezzarsi così, senza fare niente.
Se mio marito avesse fatto le cose che tu mi hai raccontato del tuo ex, i miei fratelli, ma anche i suoi fratelli, te lo assicuro! gli avrebbero, come dite voi, staccato le palle. Come potete accettare noi se non sapete amare voi stessi.
Noi per voi siamo come pidocchi: un flagello di cui sbarazzarsi al più presto.”

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