#NarrativoPresente: Noi, l’Europa – Annamaria Trevale

ES e autodaféEmma, Klara e Isabel. Sedute attorno a un tavolino di uno degli infiniti locali che punteggiano il boulevard, mangiano un gelato godendosi il tepore di questo magnifico pomeriggio primaverile a Parigi. A volte, quando si ritrovano insieme in questo modo, a Emma viene in mente che potrebbero diventare le protagoniste di una delle mille storielle che circolano ovunque, ironizzando su analogie e differenze delle diverse nazioni: “Un’italiana, una tedesca e una spagnola sono sedute al tavolino di un bar …”
Già, ma loro perché sono lì? Prima di tutto, perché sono tre studentesse che hanno scelto di aderire al programma Erasmus nello stesso periodo, e poi perché, ciascuna a modo suo, adorano Parigi e la Francia.
Emma, milanese, ha imparato il francese fin da piccolissima: sua madre, che lo insegna alle superiori, gliel’ha fatto apprendere contemporaneamente all’italiano, crescendola perfettamente bilingue prima ancora d’iniziare la scuola, dove poi ha studiato anche l’indispensabile inglese. A Parigi è stata condotta per la prima volta dai genitori quando aveva otto anni, e da quel giorno in poi non ha mai smesso di amare questa città.
Klara proviene da un paesino sperduto nella campagna bavarese, dove è cresciuta ascoltando i racconti del nonno che, durante la seconda guerra mondiale, aveva fatto in tempo a trascorrere qualche mese a Parigi, da militare diciottenne appena arruolato, prima che la Wermacht si ritirasse di fronte all’avanzata inarrestabile delle truppe angloamericane.
Un periodo abbastanza breve, in realtà, che però era bastato a entusiasmare il giovane Kurt, che allora, in fondo, si sentiva solo un povero campagnolo ignorante, ma che a contatto con la sofisticata capitale francese aveva deciso di rimettersi a studiare, cosa realizzata poi con grande fatica al termine della guerra. Klara sorride raccontando la passione nostalgica che suo nonno ha nutrito per tutta la vita per Parigi, dove non ha mai avuto la possibilità di tornare: se fosse ancora al mondo, chissà come sarebbe felice di sapere che sua nipote adesso è lì, a godersi le lezioni universitarie, le visite ai musei, la vita animata della città.
Anche Isabel ha un motivo tutto speciale per amare Parigi: la famiglia della sua nonna materna vi aveva trascorso lunghi anni d’esilio a causa della guerra civile spagnola, quando il bisnonno repubblicano aveva preferito andarsene da Barcellona in seguito alla vittoria del generalissimo Franco, finendo a lavorare come sarto in una casa d’alta moda parigina. Era riuscito a tornare in Spagna solo parecchi anni dopo , a trascorrervi le vacanze con la moglie parigina insieme ai pochi parenti rimasti lì. Era stato in una di quelle occasioni che Carmen, la nonna di Isabel, aveva conosciuto il nonno, l’aveva sposato e si era stabilita con lui a Cordoba, dove vive ancora oggi, in un appartamento pieno di ricordi della sua spensierata giovinezza parigina.
“Mia nonna mi ha cresciuta a riviste di moda. Quand’ero piccola adoravo ritagliare le immagini più belle delle indossatrici per incollarle su degli album: andavo pazza soprattutto per gli abiti da sera e da sposa! Certo, se mia nonna mi vedesse in questo momento, mi diserederebbe senza esitare” sospira Isabel indicando alle amiche i jeans sdruciti, le Converse che hanno conosciuto giorni migliori e la maglia sbiadita da qualche lavaggio poco rispettoso di colori e tessuti.
“Però sarà molto contenta di saperti qua” obietta Emma.
“Insomma … Sì, era felicissima che partecipassi all’Erasmus, ma l’attentato al Bataclan le ha spento ogni entusiasmo. Ha persino insistito con mia madre e mio padre perché mi convincessero a rinunciare al viaggio. Figuriamoci, con la fatica che ho fatto a partecipare, i posti erano pochi!”
“Già, a casa mia è stato più o meno lo stesso. Però, nonostante la paura, i miei genitori non hanno osato dirmi di rinunciare. Devo solo chiamarli spesso, per rassicurarli sul fatto che qui sta andando tutto bene” commenta Klara, pensierosa.
“Ma voi, adesso, non avete paura che possa accaderci qualcosa?”
Emma lancia la sua domanda e aspetta con una certa ansia le risposte, perché anche a lei è toccato interrogarsi, nelle ultime settimane, sull’opportunità di restare in un luogo che sembra essere più di altri nel mirino dei terroristi islamici.
“Paura? Un po’, sì, naturalmente. Cerco di non pensare a quello che è successo, e mi ripeto che di attentati ne hanno fatti dappertutto, nell’ultimo anno, ma anche prima: come faccio a sapere dove sarà il prossimo? Magari potrebbe essere a Monaco di Baviera, alla mia università?”
“Già. Non possiamo sapere nulla. E allora, tanto vale essere qui, no? A Parigi!”
“Mio fratello Andrea mi prende in giro perché adoro la Francia. Lui è tutto pane e inglese, anche se ha imparato il francese fin da piccolo, come me, considera importante solo il mondo anglosassone. Ma a me gli inglesi sono sempre stati un po’antipatici, perché si credono i padroni del mondo, chiusi nella loro isola come se fossero ancora a capo di un impero! In fondo, hanno sempre disprezzato l’Europa.”
“Sì, anche a me hanno dato spesso quell’impressione. Io, invece, mi sono sempre sentita cittadina europea. Dev’esse colpa di mio padre, che già quand’ero piccola sosteneva che gli Stati Uniti d’Europa avrebbero potuto fare abbassare la cresta a tutto il resto del mondo, America compresa!” Klara ride, ricordando come i suoi genitori le avessero raccontato più volte di essersi recati con orgoglio a votare per le prime elezioni europee, nel 1979.
“Erano tutti e due giovanissimi, si conoscevano appena e si sono fidanzati parecchio tempo dopo, ma entrambi consideravano quella data molto importante. Per loro l’Europa Unita doveva servire a chiudere per sempre i conti con la Seconda Guerra Mondiale … soprattutto per noi tedeschi” conclude Klara con un leggero sospiro. Pensare agli anni della guerra e del nazismo non è mai facile, per un tedesco.
“Già, anche mio padre la pensa così. Ma, secondo voi, ci siamo riusciti? Io non lo so se questa Europa è poi così bella, adesso. Guardate un po’ a tutto quello che succede: si litiga su tutto, i governi non riescono a mettersi d’accordo né per combattere il terrorismo, né per risolvere il problema degli immigrati … Ma se non ci si aiuta in queste cose, a cosa serve un’unione europea?”
“A mettersi d’accordo su quanto latte e olio deve produrre annualmente ogni paese?” azzarda Isabel, ridacchiando.
“Già, in certi momenti sembra proprio che i problemi più gravi siano quelli. A me un’Europa così non interessa!”
“Su, Emma, non vorrai che l’Italia esca dall’Europa, come vogliono fare adesso gli inglesi … Dopo, vi toccherebbe preoccuparvi da soli di tutti gli extracomunitari che sbarcano da voi!”
“No, per carità, che poi ne verrebbero ancora di più da noi in Spagna! Mio cugino, che vive a Cadice, dice che dalle sue parti la situazione è disastrosa.”
“Tu non cercheresti di andartene dal tuo paese se fosse in guerra e non ci fosse nulla da mangiare per la tua famiglia? Anche il tuo bisnonno è scappato dalla Spagna, ce lo hai raccontato tu!” osserva Klara.
“Già. Vai a spiegaglielo a quelli che non vogliono accogliere i rifugiati … Ma vi rendete conto che nessuno è in grado di trovare una soluzione? In Italia siamo in crisi da anni, e se di lavoro non ce n’è più per nessuno, diventa effettivamente impossibile accogliere decine di migliaia di persone ogni anno, come ormai sostengono in tanti. Avranno pure ragione, ma allora cosa facciamo: li lasciamo annegare tutti nel Mediterraneo?”
Emma si guarda intorno. Non è facile pensare alla guerra, alle carestie, alla paura del futuro di chi affida il proprio destino a qualche barcone fatiscente pur di arrivare in Europa mentre si mangia un gelato lungo un affollato boulevard parigino.
A quanto pare, però, nemmeno nei palazzi di vetro che ospitano le istituzione europee a Bruxelles o a Strasburgo questi pensieri trovano casa, se tutto ciò che è stato progettato nelle ultime settimane si riduce alla costruzione di nuove barriere e allo srotolare chilometri di filo spinato là dove loro, i ragazzi della generazione Erasmus, credevano che le frontiere fra gli stati della loro Europa fossero state ormai cancellate per sempre.

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