Non tutto il male vien per nuocere – Orsola Lejeune

quadernoLo sentì salire dallo stomaco. Lo stava aspettando dalla mattina, lo sentiva che si rigirava nel suo profondo e le pesava sul petto, sentiva quel nodo che pulsava dentro di sé e non si scioglieva.
Arrivò veloce alla stazione con la musica che le rimbombava negli orecchi, la aiutava ad isolarsi, ad essere meno cosciente del mondo che la circondava.
Camilla aveva paura della “gente”, vedeva tutte le persone attorno a sé come una minaccia, come qualcosa di disumanizzato, con i loro abiti logori ed estranei, con le occhiaie date dalla stanchezza, le mani rovinate dal freddo, le voci troppo stridule o profonde, i denti storti, gli occhi opachi.
Stava vivendo un periodo di chiusura totale verso il mondo, mondo che le offriva sempre spettacoli di squallore quotidiano che lei non poteva sopportare.
Viveva perennemente sulla difensiva e completamente diffidente nei confronti del prossimo, vedeva le masse di persone come delle minacce.
Quando arrivò alla stazione dovette fermarsi, aspettare il treno. I periodi di attesa per lei erano i peggiori, i più pericolosi, quelli che la obbligavano a guardarsi attorno. Persone, persone ovunque, sempre di corsa, con le loro sagome anonime in quei colori grigi della stazione la soffocavano.
Eccolo. Si stava scatenando in tutta la sua furia.
L’angoscia l’assalì, il suo corpo reagì con le tipiche risposte a un terrore puro. La frequenza del suo respiro accelerò, il cuore iniziò a rimbombarle in petto e sembrava volesse uscire da lei, la bocca si seccò, i rumori le sembravano più intensi, gli odori fastidiosi, i colori erano aggressivi e le cose intorno a lei stavano iniziando a perdere i contorni. Tutto sembrava come dissociato, i margini iniziavano a farsi confusi e il ritmo del mondo era sbagliato. Sbagliato rispetto a cosa? Camilla non avrebbe saputo dirlo, semplicemente andava troppo veloce o troppo lento, comunque c’era qualcosa di sbagliato nello scorrere della vita.
Fra le scapole iniziò a sentire scorrere gocce di sudore freddo. Indossò gli occhiali da sole per fermare quell’aggressione visiva, iniziò a fare respiri lunghi per cercare di mantenere un certo controllo e si legò i capelli cercando di riordinare anche i pensieri. Camilla lo sapeva: una volta partito, tra l’altro in maniera così violenta, non sarebbe più riuscita a controllare quel mostro che aveva dentro di sé. Sarebbe passato dopo diverso tempo, appena fosse riuscita a fermare il mondo intorno a sé o forse appena fosse svenuta.
“Non posso svenire. Non posso svenire.”
L’attacco di panico era in pieno svolgimento e lei ormai ne conosceva lo sviluppo, sapeva che quel nodo allo stomaco che aveva fin dal mattino ne era un germoglio, sapeva che prima o poi avrebbe trovato il modo di sfogarsi, sapeva che le ondate di terrore non si sarebbero fermate in così poco tempo.
Si sentiva risucchiare dall’interno, sprofondare senza un equilibrio in un mondo nero, senza speranza. Quelli erano momenti in cui avrebbe voluto morire. Se glielo avessero chiesto:
“Cosa vorresti fare nella vita?”
la sua risposta sarebbe stata semplice e sicura:
“Morire.”
Per sbaglio uno dei tanti passanti le urtò leggermente un braccio. Ma i sensi di Camilla erano amplificati e per lei quel contatto fu come ricevere un forte pugno nello stomaco.
Saltò e si spostò velocemente di lato, ripiegandosi su se stessa. L’uomo che le passava a fianco la guardò in maniera strana. Effettivamente sembrava una pazza, Camilla se ne rendeva conto, e questa cosa la agitò ancora di più.
Il panico continuava a investirla come se fossero ondate violente in alto mare e lei ad ogni ondata cercava di riemergere per prendere aria, cosciente che poco dopo ne sarebbe arrivata un’altra.
Cercò un angolo dove non passasse gente e si accovacciò su se stessa.
Sentiva le forze che ad ogni ondata diminuivano e prima o poi avrebbe ceduto. Se fosse durato ancora a lungo, si sarebbe accasciata lì, in mezzo alla stazione, come una pazza qualsiasi. Sarebbe stata chiamata l’ambulanza, l’avrebbero recuperata da terra, l’avrebbero fatta rinvenire e le avrebbero chiesto che cosa fosse successo. Cosa avrebbe potuto rispondere?
“Scusatemi sono una pazza. Ho avuto una crisi di panico.”
No, Camilla non ci poteva pensare, sarebbe stata una scena vergognosa.
Iniziò a ravanare nella borsa alla ricerca del cellulare, ma in quella borsa c’era di tutto. Le mani le tremavano, erano sudate e le scappava tutto di mano. Presa dalla foga svuotò tutta la borsa sul pavimento e alla fine trovò quello che cercava.
Era la sua unica salvezza, era l’ennesimo fallimento.
Gli squilli le sembravano interminabili. Rispondi, rispondi, rispondi.
“Pronto, Camilla?”
“Mamma…” Camilla aveva la voce rotta dal terrore.
“Camilla!!! Che cosa è successo?”
“Mamma devi venire a prendermi alla stazione. Non ce la faccio, mamma.”
“Arrivo, aspettami.”
L’attesa fu infinita per Camilla, accovacciata in quell’angolino.
Squillò il cellulare e Camilla ebbe l’istinto di gettarlo via per il forte rumore che emetteva, come un serpente velenoso, invece si controllò un attimo e rispose:
“Camilla sono alla stazione, dove sei?”
“Nell’angolo vicino all’entrata che dà sulle scale. Non mi posso muovere.”
Sua madre la trovò così. Accovacciata in quell’angolo, con aria terrorizzata e pronta a difendersi da chiunque le si fosse avvicinato, come un animale in gabbia.
Camilla riconobbe la paura e il dolore della madre davanti ai suoi comportamenti. Glielo avrebbe risparmiato, se solo avesse potuto, ma non aveva avuto altra scelta.
“Camilla…. Andiamo a casa…”
Glielo disse con un filo di voce.
Camilla si alzò. La presenza della madre l’aveva già calmata un po’ e riuscì a passare fra le persone per arrivare alla macchina, guardando per terra, cercando di isolarsi dal mondo che aveva intorno.
Vergogna.
Questa era la sensazione davanti a quella madre che si era precipitata lì per la sua follia. Vergogna profonda e dispiacere.
“Mamma, mi dispiace. Non ce la facevo.”
Una lacrima le scese sulla guancia.
“Ora andiamo a casa.”
La madre non la guardò nemmeno, non sapeva come affrontarla, come aiutarla, era evidentemente impaurita.
Arrivata a casa Camilla ritrovò il suo ambiente, con odori familiari e senza tutte quelle persone che la minacciavano da ogni lato e così cominciò finalmente a calmarsi.
Era stremata. Neanche avesse corso una maratona di mille chilometri, era distrutta.
Chiamò le amiche che avrebbe dovuto raggiungere con quel famoso treno e le avvertì che non sarebbe arrivata, aveva preso una brutta influenza, le dispiaceva molto.
Sentiva dentro di sé come un vuoto.
Delusa dal proprio fallimento, delusa da se stessa e dalla propria fragilità in un mondo brutale, in un mondo in cui aveva capito che non ci si poteva fidare di nessuno. Neanche delle persone che dicevano di tenere a lei, neanche di quelle che a momenti potevano renderla felice, anzi erano proprio quelle da cui Camilla avrebbe dovuto guardarsi, persone in grado di farle vivere un paradiso e poi lasciarla sprofondare all’inferno con tutta l’indifferenza ed egoismo possibile.
Troppo fragile e poco difesa da questo mondo, Camilla non aveva più voglia di vivere, non voleva più vedere quello sguardo negli occhi della madre, non voleva più dover chiedere aiuto, non aveva più le forze per fare niente.
Si mise la sua tuta preferita, quella morbida e accogliente, prese una coperta e se la avvolse attorno al corpo creando un bozzolo protettivo, infine si mise sul letto.
Pianse tutte le lacrime che aveva, pianse per le ingiustizie e le brutture che le capitavano, pianse odiando se stessa e la propria vita e fra le lacrime si addormentò.
Poco dopo sentì nel dormiveglia sua madre che entrava in camera e si soffermava a guardarla un po’ mentre dormiva. Camilla poteva percepire tutta la sua preoccupazione in quel silenzio e ne era mortificata.
Quando si svegliò, sentì il corpo intorpidito. Aveva dovuto sopportare un gran sforzo non solo mentale, ma anche fisico durante quell’ultima crisi.
Rimase per un po’ nel letto, pensò e ripensò.
La sua vita non le piaceva, di dolore ne provava molto, non aveva nulla di positivo a cui pensare per risollevarsi.
Perché?
Vivere per qualcun altro era qualcosa che non andava bene. Non poteva andar bene, lei aveva bisogno di un suo centro.
Le persone vanno e vengono, non ci si può fidare di nessuno e lei aveva bisogno di qualcosa dentro se stessa a cui aggrapparsi nei momenti più bui.
Qualcosa che poteva controllare solo lei.
Qualcosa che nascesse dalla sua parte più profonda e che non sarebbe mai esistita senza la sua presenza.
Scese dal letto correndo e corse al piano di sotto.
Sua madre, che la stava tenendo d’occhio da tutto il giorno, la seguì impaurita. Ormai era convinta davvero che qualsiasi cosa facesse, fosse la reazione di una pazza da internare.
“Camilla! Cosa stai facendo? Dove corri?”
Camilla iniziò a cercare nel mobile del salotto e alla fine lo trovò.
Un quaderno.
Era intonso, non era stata strappata nemmeno una pagina. Era quello che stava cercando.
Camilla lo prese e lo mostrò alla madre che la osservava allibita.
“Mamma, sto bene. Stavo cercando questo.”
E dopo molti giorni fece il primo sorriso.
Eccola l’idea. Eccola la sua creazione, ecco quello che le avrebbe dato un nuovo motivo per vivere.
Si sistemò alla scrivania, prese una penna e iniziò a scrivere.
Questo l’avrebbe salvata.

Orsola Lejeune

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