Notturno – Fabio Parola

pioggia-auto-03La gente sottovaluta quanto sia importante avere dei buoni tergicristallo. A volte un buon tergicristallo fa la differenza. E’ una di quelle cose che passano inosservate e invece sono fondamentali. I dettagli sono fondamentali, ma qualche volta siamo superficiali e ce ne dimentichiamo. Stanotte pioveva leggero quando sono salito in auto. C’era quella pioggia che sembra vapore nebulizzato e che, senza darti modo di accorgertene, ti inzuppa i vestiti. Così, discretamente. La mia auto ha quasi dieci anni, è vecchia. Anche i tergicristallo sono vecchi. Quando li ho accesi invece di pulire il vetro dalle gocce di pioggia hanno ricoperto il parabrezza con una patina d’acqua e tutte le cose fuori erano divenute sfumate e indefinite. Anche passando una seconda volta sul parabrezza la patina rimaneva e non si vedevano le linee bianche ai lati della carreggiata. Sono andato perché conoscevo la strada.
La pioggia era diventata più spessa adesso e picchiava piacevolmente sulla capote. Mi piace stare in auto quando piove. E’ rassicurante. Sembra un sottomarino o una placenta e niente di quello che è brutto fuori può entrare, tranne a volte la brutta musica delle stazioni radio nazionali. Hanno l’incredibile capacità di ignorare il buono della musica e di trasmettere quasi sempre solo banalità. La buona musica è impegnativa, vuole attenzione per essere digerita. Se non hai bisogno di digerire una cosa dopo averla assorbita è perché è inconsistente. Le cose a cui bisogna prestare più attenzione sono quelle che non si capiscono. Andando avanti però ci si fa andar bene un po’ tutto, specie quando si inizia con i problemi di digestione. A quel punto bisogna tenersi leggeri e allora vanno bene anche le stazioni radio nazionali.

Stare in auto quando piove è rilassante di per sé, ma è ancora più piacevole se c’è qualcun altro. Ieri sera ero solo e acceleravo, attraversando veloce le pozzanghere ai lati della strada. L’auto a volte sbandava e dovevo essere sensibile al volante per tenerla dritta. Vedevo le cose solo quando erano vicine per via della patina d’acqua sul parabrezza, ma non frenavo.
Non frenavo nella pioggia e non vedevo granché, ma il motore era sempre sui 2700 giri. Non avevo marce più alte da ingranare. La striscia intermittente in mezzo alla strada sembrava un elettrocardiogramma o il ritmo di un tamburo. Pensai che se qualcosa avesse attraversato la strada, non l’avrei visto. Avevo rischiato diversi incidenti cercando di evitare gli animali e li avevo sempre evitati, ma ieri sera sapevo che non avrei potuto evitare un bel niente, se qualcosa avesse deciso di attraversarmi la strada. I tergicristallo andavano più veloci ora ma la patina rimaneva e sfocava i bordi delle cose. Non sapevo che farci. Era destino guidare senza vedere niente, pensai. Guidavo e gli abbaglianti non facevano altro che aumentare la quantità di indefinito che riuscivo a vedere.
Il momento peggiore è quando si incrocia un auto con i fari accesi di notte quando piove. Si viaggia lanciati l’uno contro l’altro, i fari puntati in faccia. Per un attimo non si vede niente. Si trattiene il respiro e si spera di passare. Per un attimo si resta abbagliati e impotenti e l’unica cosa da fare è tenere dritto il volante e pregare che dall’altra parte del tunnel, quando tornerà il buio, ci sia ancora la carreggiata e non lamiere o nulla. A volte mentre guido in questi momenti, metà sul serio e metà per gioco, faccio il punto della situazione. Il punto della situazione ieri notte era che avrei volentieri bevuto un caffè. Un caffè americano, in quei bicchieroni da 33 cl. I bicchieroni che durano. Il problema del caffè italiano è che finisce prima ancora di poterne sentire il sapore e serve solo a farti venire voglia di berne dell’altro. Qualcuno però dice che il caffè italiano è come la vita: corto, intenso, amaro. Che cazzo, a me piace la vita. Per me va benissimo anche se dura un po’ di più. La frase del caffè italiano come la vita la terrò per quando avrò bisogno di qualcosa da dire per provarci con un’americana suggestionabile.

Nell’abitacolo però non si stava male. Si sentiva la pioggia sopra e le pozzanghere sotto e l’auto era un sasso lanciato nell’acqua. Pensavo che anche io ero acqua e ci riflettei sopra. Questa cosa disorientava parecchio. In un certo senso era come tornare a casa. In qualche modo era abbandonarsi e vedere cosa ci veniva incontro. Tornai a pensare al caffè nel bicchiere da 33 cl. e mi venne in mente quel quadro di Hopper, “Nighthawks”. Lo trovo magnifico. Conosciamo tutti l’atmosfera che evoca, è quella malinconia che senti alla sera, per strada, da solo mentre torni a casa senza più niente da fare. La giornata è finita e non stai ancora dormendo, sei nel limbo, e tutto quello che puoi fare è ricapitolare. E’ tremendo perché quasi sempre trovi qualcosa che avresti dovuto fare diversamente e hai sbagliato. Certo, c’è la speranza nel domani. Credo davvero che domani sarà migliore di oggi. È aspettare l’alba che uccide. Anche nel quadro la gente è malinconica. Hanno finito le parole e stanno in silenzio a bere qualcosa. Guardando “Nighthawks” ci si concentra sempre sulla coppia al centro, l’uomo in nero e la donna con l’abito rosso. Stanno interagendo con il commesso, sono il cuore dinamico del dipinto. Credo però che, per capire il quadro di Hopper, si debba osservare l’uomo girato di spalle. La chiave è lì, in quella figura di schiena: sta tutto nella parte che non si vede. E’ come se quell’uomo sapesse qualcosa. Come se, mettendogli una mano sulla spalla e facendolo voltare, il suo viso potesse rivelare all’improvviso un segreto, una verità della notte e della solitudine. Perché sì, una cosa certa è che sono soli: sono in quattro ma sono dannatamente soli. E’ questo che è da capire. Siamo soli, sempre, dice Hopper. C’è una parte di noi che non si può condividere, neanche se si è in quattro di notte in un caffè e non c’è altro di cui parlare. Piuttosto che parlare di quello, si sta zitti. La tragedia è tutta lì, in quel cono d’ombra. Il cono d’ombra che quell’uomo nasconde dandoci le spalle.

Accelerando sull’asfalto bagnato mi accorsi che le nuvole erano illuminate davanti a me. C’era questo grande fronte nuvoloso e i lampi, tagliandolo perpendicolarmente, lo illuminavano a intermittenza. Guardai nello specchietto retrovisore per un secondo e vidi che, dietro di me, le nuvole si rompevano e iniziavano a vedersi di nuovo le stelle.
Guido verso la tempesta, pensai. Mi sentii come in un film o in un libro e per immergermi per bene nella parte iniziai a dare un grande peso a tutti i gesti che facevo mentre guidavo.
Guidavo nella notte verso la tempesta. Pensai che, in fondo, è questa la condizione comune: guidiamo verso la tempesta e anche se i fulmini sono sempre più vicini, non stacchiamo il piede dall’acceleratore.

Una bella metafora del cazzo, mi dissi superando un’auto che non voleva saperne di fare più dei quaranta all’ora.

Fabio Parola

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