La discendente parabola di Amore – Lorena Bontempi

La discendente parabola di amore_Lorena Bontempi-1C’era una volta, in un tempo non molto lontano dal nostro e in un luogo ancor più vicino, un giovane ragazzo che la gente del villaggio aveva preso a chiamare Amore. Nessuno sapeva di chi fosse figlio; le massaie più anziane, nelle interminabili e gelide sere invernali, quando tutti si radunavano nella stalla davanti al fuoco, narravano di come quel bizzarro ragazzo fosse stato abbandonato da una donna col volto coperto sull’uscio della cascina dei Bentivoglio. Di quella figura, comparsa nella notte e dissolta poi velocemente nella nebbia di novembre, si intravedevano solo le mani affusolate e ossute che stringevano al petto il pargolo.
Nonostante l’aura di mistero che aleggiava attorno alla figura di Amore, nessuno aveva paura di lui. Il ragazzo, del resto, sapeva come farsi voler bene; in particolare, sapeva dare ottimi consigli a chiunque ne avesse bisogno.
Ricordo quando il signor Separanzi, l’avvocato del paese, aveva avuto quella terribile giornata sul lavoro: dopo mesi di battaglie legali, aveva perso il caso per cui aveva investito quasi tutto il suo tempo e la sua energia. Allora Amore era andato da sua moglie e le aveva detto che sarebbe stato carino fargli trovare, una volta rientrato a casa, un bel piatto di arrosto fumante con la polenta, di cui il nostro signor avvocato andava ghiotto. Oppure mi ricordo di quando Gianni era stato lasciato dalla Nina, accidenti quanto ne era innamorato. Allora Amore si era recato in tutta fretta dal suo amico Luigi e gli aveva detto di correre a prendere una cassa di birre e di recarsi da Gianni, che avrebbe sicuramente avuto bisogno di una sbronza e di un orecchio ben teso. Ancora, ricordo bene quella volta che quel bischero del Paolino era scappato di casa per l’ennesima volta. Aveva una passione irrefrenabile per gli insetti, quello. Ogni pomeriggio, dopo scuola, usciva nel campo di fronte alla fattoria dove abitava con mamma, papà e i nonni materni e passava ore intere a scavare per terra, arrampicarsi sugli alberi e spostare rocce per vedere se fosse riuscito a trovare nuove specie di coleotteri o animaletti, a cui avrebbe potuto dare un nome. L’unica cosa che la madre non sopportava (oltre ai vasetti pieni di insetti annegati nell’alcol etilico, con cui puntualmente Paolino la omaggiava) era quando il figlioletto si allontanava troppo da casa. Era già capitato che non rientrasse la notte e ricomparisse il giorno dopo con il sorriso stampato sul volto, perché fino all’alba aveva seguito una sfilata di formichine che gli avevano mostrato il loro regale formicaio. E allora quante ne aveva prese da mamma Marilù, che gli aveva proibito di uscire a cercare gli insetti fino a quando non lo avrebbe deciso lei. Eppure quella sera Amore era andato a fare visita alla casa di Paolino e aveva parlato con sua madre. Le aveva spiegato di come una passione come quella del figlio fosse una benedizione, che esistono poche persone capaci di amare qualcosa così tanto e che se ogni tanto Paolino si allontanava troppo o si scordava di tornare a casa, non era certo per mancanza di rispetto o per arroganza, ma perché era talmente assorbito da tutto ciò che il resto del mondo scompariva. Allora quella sera stessa Marilù, dopo la cena, prese il figlioletto e lo fece sedere sul suo grembo morbido facendolo saltellare sulle ginocchia e gli regalò una piccola lente di ingrandimento. “Così potrai osservare meglio tutti quei mostriciattoli che ti piacciono tanto” – gli aveva detto – “E quando da grande diventerai uno scienziato famoso ricordati di tornare a trovarci a me e al papà ogni tanto”.
Questo era lo straordinario potere di Amore; non compiva fatti eclatanti, non faceva in modo che tutti si voltassero a guardarlo per la strada, ma sapeva sussurrare al cuore delle persone in una lingua che chiunque avrebbe potuto comprendere, anche chi non aveva studiato, anche chi non lo aveva mai incontrato prima.

Ma venne il giorno che anche il nostro amico Amore, non immune allo scorrere del tempo, diventò grande. Quel bambino dalle guance paffute e rosee e dai riccioli biondi era ormai un giovanotto alto e slanciato, con una folta chioma di capelli chiari e una barba dello stesso colore.
Con l’amara sensazione di chi si lascia volutamente alle spalle qualcosa che ti ha reso felice, ma consapevole che le cose cambiano, senza che nessuno abbia il potere di arrestarne il meccanismo, Amore si decise a lasciare il paese in cui aveva vissuto per venticinque anni, dove aveva conosciuto persone meravigliose e dove aveva deposto i suoi ricordi più dolci alla ricerca di nuovi orizzonti e di un nuovo sé.
Il viaggio sembrò letteralmente durare anni. Quando giunse a destinazione, fu scosso da quell’adrenalinica idea di cambiamento, fu inebriato dalle mille possibilità che quotidianamente gli si presentavano davanti, così come fu intimorito e frastornato dalla vastità di tutto ciò che ora gli sembrava tangibile, realizzabile.
Non ci volle molto tempo prima che Amore perdesse la testa per una ragazza che aveva conosciuto in un profumato pomeriggio di maggio, quando aveva deciso di uscire a fare due passi al parchetto dietro casa. Un colpo di fulmine, credo. Amore ricorda che si era sentito come quando scoppia una bolla di sapone e si avverte sul viso quel lieve pizzicare dell’acqua profumata di sapone, e per qualche frazione di secondo sembra di avere l’arcobaleno negli occhi.
Amore sentiva che avrebbe fatto di tutto per lei e spese quasi tutti i suoi soldi e il suo tempo per renderla felice; ma lei non ne aveva mai abbastanza. Presto divenne avida, desiderava e si prendeva con ingordigia qualsiasi cosa che poi non avrebbe saputo apprezzare. Quando venne il momento di scegliere tra un posto in una prestigiosa università in Francia e Amore, lei prenotò un biglietto aereo per Parigi. Era un’opportunità troppo importante per il suo futuro e solo uno stupido avrebbe rinunciato, gli aveva detto prima di imbarcarsi.
Meno fiducioso di prima, ma deciso a non lasciarsi abbattere, Amore continuò il suo viaggio e giunse sulle coste di un paese vicino. Nei pressi del porto notò un gran trambusto; si avvicinò per guardare meglio e vide una nave su cui una decina di persone, tra cui alcune vestite in uniforme, si sbracciavano e urlavano qualcosa al megafono in una lingua straniera. Solo più tardi Amore notò quel minuscolo gommone che, al largo, dondolava sempre più instabile e si avvicinava ondeggiando verso la costa. A bordo vide giovani, donne e bambini. Amore non capiva cosa stesse succedendo e non sapeva spiegarsi come mai alcune tra quelle madri stringessero così ostinatamente tra le braccia dei fagottini di carne che non si muovevano neanche più.
Decise di lasciare alla guardia costiera i viveri che aveva nello zaino e alcuni vestiti, perché quella gente gli pareva davvero tanto infreddolita. Sconcertato e addolorato da ciò che aveva appena visto, Amore tornò verso il centro della città. Si domandava se avesse fatto la cosa giusta ad aiutare quelle persone, perché da qualsiasi parte si voltasse sentiva gente imprecare contro di loro, dire che dovevano tornarsene da dove erano venuti e che qui avrebbero combinato solo guai. Percepiva nelle voci della gente la paura o, peggio, la più totale indifferenza. Eppure lui li aveva visti con i suoi occhi quei giovani, quelle donne e quei bambini, a pochi minuti a piedi da dove ora tutte quelle persone sembravano continuare a svolgere la loro vita come se niente fosse.
Sempre più debole e col cuore gonfio di dolore, Amore si rimise in viaggio.
Per strada notò un gruppo di ragazzini disposti a cerchio. Al centro, uno di loro stava seduto su una sedia a rotelle. Era calvo e delle occhiaie profonde gli solcavano le palpebre inferiori. Quando si avvicinò, Amore notò che uno dei ragazzini stava strattonando la carrozzina su cui poggiava il ragazzo. Sentiva parole di scherno rivolgersi come lame taglienti al poveretto e percepiva la natura inerme di questo come quella di un leprotto che è appena stato avvistato da un lupo.
Senza pensarci due volte, Amore fece irruzione nel gruppo, liberò il ragazzino dalle grinfie del branco e si propose di donargli i suoi capelli, in modo che non si sarebbe più dovuto sentire diverso dagli altri.

Passarono parecchi giorni da quell’episodio e nessuno vide più Amore. Non tornò al villaggio dove era cresciuto, né le persone che lo avevano incontrato durante il suo lungo peregrinare sapevano che fine avesse fatto.
Ogni tanto compariva come un’ombra che vaga tormentata per le strade sul calare del sole; calvo, nudo, povero, il volto scavato dalla fame.
Amore si era perso. Si era perso nell’egoismo delle persone, nella superficialità dei rapporti, nell’incapacità di donarsi agli altri, nell’indifferenza, nell’insicurezza che genera odio e paura.
Ogni tanto qualcuno prova ancora a cercarlo e lui, come un vecchio debole e sdentato, si mostra timido, ma c’è sempre così tanto altro da fare che il nostro caro amico viene presto nuovamente dimenticato. Per ora ci piace rifugiarci nel nostalgico ricordo di quel bambino paffuto e speranzoso dai riccioli biondi, perché forse è più semplice che prendersi cura di un vecchio ossuto e pelato che si muove come uno spettro, nell’attesa che qualcuno ancora possa notarlo.

Lorena Bontempi

2 thoughts on “La discendente parabola di Amore – Lorena Bontempi

  1. licia ha detto:

    Bellissimo racconto. Sono commossa. Un bacio al piccolo e al grande Amore.

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