#NarrativoPresente: La questione morale – Cristiano Mazzoni

ES e autodafé

L’ubriaco barcollava per le vie del centro. C’era stata festa in città, una gioia secolare aveva pervaso gli abitanti, tifosi e non, la gloriosa Società Polisportiva ars et Labor era stata promossa in serie B, dopo un quarto di secolo invischiata nella melma della terza a quarta serie. Anche il vecchio era stato appassionato, aveva gioito assieme alla città per quel risorgimento quasi improvviso. Ma poi, la solitudine e l’angoscia avevano ripreso a scorrere nelle sue semi occluse vene di vecchio ubriacone.
La sua taverna, aveva la serranda leggermente abbassata, l’orario era quello prossimo alla chiusura, ma il vecchio sapeva che il giovane oste non gli avrebbe rifiutato il bicchiere della staffa.
“Hai, già chiuso? Posso entrare?”
“Sto chiudendo, ma lo sai che non ti rifiuto mai l’ultimo bicchiere”. Rispose l’oste.
Il gestore della trattoria era un ragazzo invecchiato prossimo ai quarant’anni, orfano dei genitori ed il vecchio ubriacone era per lui una serena consuetudine. Gli apparecchiava, con la tovaglia di carta un tavolo da due, gli preparava la seggiola impagliata, versava due bicchieri, uno di bianco da un lato del tavolo ed uno rosso dall’altro lato. Faceva accomodare l’anziano e con discrezione si allontanava, piazzandosi dietro al bancone del bar semi nascosto dalla macchina del caffè. Aspettava con tristezza e rispetto il monologo del vecchio ubriacone, sui tempi andati, sulla politica di allora e di oggi, sui ricordi e sui rimpianti di un uomo finito, che discuteva con un fantasma amico suo seduto al tavolino della sua osteria.
Il vecchio indossava in ogni stagione un eskimo, sfoderato in primavera e rimpinguato con l’unta finta pelliccia in inverno, retaggio di mille battaglie negli anni sessanta, quando, con orgoglio, dimostrava assieme a tanti, richiedendo maggior dignità per gli operai, salari adeguati ad una vita difficile, avvinghiata ai nastri trasportatori delle catene di montaggio.
“Senti qua”. Proruppe il vecchio, nei confronti del suo amico immaginario, seduto di fronte a lui nel tavolino della buia taverna. “Puzza ancora da lacrimogeno” alludendo alla manica sporca del giaccone.
“Io non so dove abbiamo sbagliato. Matteotti, Gramsci, Berlinguer, hanno vissuto e sono morti gridando: Moralità ! La politica era, per loro e per noi servizio, senso civico, lotta e dignità. Ora cos’è diventata ? Pensa che oramai tutti credono che fare politica sia un mestiere. Ma che cos’ha nella testa ‘sto popolo italiano? Della segatura ? Gli eletti dal popolo e del popolo erano, anche storicamente una avanguardia, erano i migliori (o il Migliore, inteso come Togliatti), erano i portavoce di una parte, parteggiavano. Ora invece, sembra che la classe politica italiana rappresenti unicamente i vizi, i lati negativi, i difetti ed il malaffare insito nella gente. Rappresentano la parte peggiore di noi stessi, forse perché oramai la corruzione, i furbetti del quartierino, il potere ed i soldi siamo noi, è il nostro sole dell’avvenire. Ti giuro, amico mio, non riesco a crederci.”
Il ragazzo dietro al banco del bar, notò che al vecchio brillarono gli occhi. No, non era il vino, una lacrima asciutta e gonfia gli rigò il viso, scavallando gli avvallamenti delle sue rughe, fino a schiantarsi in un fragoroso silenzio, sulla tovaglia di carta.
“Mio padre, rimase in guerra per otto anni, tornò a casa con tutte due la gambe fratturate ed un polmone in meno, per l’arroganza della dittatura e della monarchia. Mia nonna rischiò la vita per difendere la bicicletta di mia madre, ragazza, dalle grinfie di un tedesco. E poi, loro donne, le mondine, si scontrarono a mani nude contro la celere di Scelba a più riprese, spesso lasciando a terra diversi militari. E noi, nel ’69 fummo caricati e manganellati mille volte, molti compagni nostri morirono nelle fabbriche e nelle piazze. Guido Rossa fu ucciso dalle BR, tanti altri dallo stato. Per cosa abbiamo fatto tutto questo ? Dimmelo tu. Mio figlio è felice in Inghilterra, mi telefona ogni due settimane. Mia moglie è scappata con un professionista, quasi vent’anni fa ed ora credo abiti a Milano, ma non ne sono neanche sicuro. Perché abbiamo lottato, perché? Una volta il compromesso storico lo facevano Moro e Berlinguer, ora Renzi ed Alfano. Ma ti rendi conto. Una involuzione, una mutazione genetica che ha trasformato i giganti in nani. Credo che l’inizio della fine siano stati gli anni ’80, i tempi della Milano da bere, del do ut des, ma poi nei successi trenta anni la situazione è di molto peggiorata. I ladri sono diventati amministratori, manager, politici, presidenti, hanno invaso ogni poltrona, anzi molto spesso con un culo unico occupano più poltrone. E di noi cosa è rimasto? Nulla. Galleggiamo e spesso tratteniamo il respiro e ci facciamo sommergere dal liquame. Ci chiamano gufi, c’è il bullo di Firenze che sorride e vede la luce in fondo al tunnel, riforme, riformismi, moderati, centristi e centripeti. La politica non da più scelte, con un imbuto si sono accalcati tutti al centro, la sinistra non esiste più o quasi, nelle aule parlamentari. Pensa te, amico mio che c’è gente che crede ancora che il PD sia di sinistra. Zaccagnini in confronto ai dirigenti Democratici di oggi sembrerebbe Lenin. Roba da matt.”
Il vecchio, sorseggiò il suo calicino di bianco, mentre sull’altro lato del tavolo, il bicchiere di rosso ristagnava.
Il giovane oste, ascoltava rapito le analisi del vecchio sindacalista, persona non colta, ma curiosa e vogliosa di imparare, lettore per tutta la vita, giornali e libri, come cura, per la sua presunta ignoranza.
“Dicevamo, come siamo arrivati a questo punto? Non lo so. Se fossi un complottista (che non sono), ti direi che il programma politico della Loggia Propaganda 2 è stato rispettato per filo e per segno, il venerabile maestro può dirsi soddisfatto, amici suoi e nipoti degli amici hanno estinto la ribellione e la rivolta, spargendo sale sulle macerie di quello che fu, il più grande partito Comunista dell’occidente. Ma complottista non sono e forse le spiegazioni sono più complesse. Antropologiche forse. Mi spiego meglio.”
E si interruppe.
“Le idee di rivolta non sono mai morte, cantavamo. Ma ora probabilmente lo sono. La politica è diventata un immenso centrone, con rigurgiti neo fascisti e proto leghisti da una parte, un imberbe ed impercettibile sinistra, viva soprattutto fuori dai partiti, nella società civile e sparsa in mille rivoli e poi c’è il movimento. Ma si quello di Grillo e del povero Casaleggio, né di destra e né di sinistra, ma oltre. Ma oltre a cosa? Mi sembra di risentire Giorgio Gaber. Come si può essere indefinibili ? La mia sinistra, quella in cui io ho creduto non può essere morta. La libertà, l’uguaglianza, la solidarietà, la giustizia, come fanno a morire, ad estinguersi. I morti di Reggio Emilia, di Portella delle Ginestre e di cento altre piazze perché ce li siamo scordati ? Non credo ci siano infiltrazioni mafiose nello Stato, credo che le Mafie siano diventate stato. La mutazione genetica, dicevamo prima, il moderatismo, il cambiamento per il cambiamento, la rottamazione dei diritti e l’ignoranza della storia, l’analfabetismo di ritorno e quello funzionale, le ideologie morte e soppiantate dal bigottismo, l’illuminismo spento, l’abbrutimento, la miseria ed i nuovi poveri, la paura degli altri, della diversità, delle invasioni, i muri, veri e presunti. Dov’erano la camice verdi e quelle nere nel 1989, mentre crollava il muro di Berlino? Forse a sventolare la bandiera del capitalismo vincitore, ad esaltare la caduta dell’impero del male, ad esultare in faccia ai comunisti sbandati. E poi? Ora inneggiano ad altri muri, non più tra est e ovest, ma tra nord e sud, gli stati dell’ex Impero di Varsavia, per primi tracciano e realizzano steccati, posano filo spinato, armano i confini. Il poeta con gli occhialetti tondi, sognava un altro mondo, ed anche noi.”
La taverna pulsava di rossa ribellione, l’anziano anfitrione, sembrava ringiovanire ad fermento di tenacia. L’oste pensava che anziani così, come quel vecchio ubriacone, fossero necessari al mondo d’oggi, erano la memoria ed allo stesso tempo la speranza per il futuro. Sognatori falliti, con un pugno di mosche in mano, ma ancora col coraggio e l’orgoglio delle proprie idee, la speranza nel futuro, che ebbero i figli della guerra, mai fu perpetrata nelle successive generazioni. Fino ad arrivare all’oggi, in cui tutto è merce, mercificazione, realtà virtuale scollegata dalla vita vera, con all’interno ed all’esterno dei confini transnazionali guerre, di religione, di capitale, nuovi e vecchi imperi del male, in mano a pochi quadrupedi usi a rotolarsi nello sterco del diavolo, fingendosi paladini di cause di morte, con in mano i destini del mondo.
L’oste, pensava che, morti i vecchi, sarebbe rimasto un grande deserto, di spirito, di sogni e di utopie.
“Ti devo salutare, compagno.” Proferì l’ubriaco al suo amico immaginario, dopo essersi scolato anche il bicchiere di rosso posto all’altro capo del tavolo.
“Vado a casa mia, dove non mi aspetta nessuno. Ma domani ti prometto che ci ritroviamo in sezione, prepariamo uno striscione e andiamo a svegliare le coscienze dei giovani, porta a porta, come diceva Enrico, andiamo a ricordare a tutti che i politici, sono uomini e che la libertà è partecipazione (cit.), e quindi con il voto, con la nostra agitazione, con la nostra voglia di combattere per le cause perse, riusciremo a decidere e ad incidere sul futuro dei nostri figli e nostri nipoti, così come facemmo del ’69, dimostrando a tutti, che l’unica cosa reale, nella vita, sono i sogni.”
Si alzò traballando, salutò cordialmente, il suo giovane amico gestore, al terzo tentativo, riuscì ad infilare la porta d’uscita e se ne andò sfiorando i muri della zona medioevale della città.
L’oste, si versò un bicchiere di vino rosso, lo bevve d’un fiato e si asciugò una lacrima salata e sola.

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