Sussurri – Daniele Viaroli

13101280_10209456252028369_614969855_nTorna da me.
Un sussurro, urlato a un soffio dall’orecchio, gli lacerò i timpani, svegliandolo di soprassalto. Il giovane si destò urlando terrorizzato e spalancò gli occhi su un mondo morto, certo di non trovarsi più nel luogo in cui s’era addormentato. Si voltò di scatto, solo per vedere una parete di legno marcio, incrostata di ghiaccio. Arrancò all’indietro, il cuore che batteva all’impazzata, e le membra contratte per il freddo. Sulla cotta di maglia che indossava bianchi cristalli s’allargavano come gelide ragnatele, permettendo all’inverno di scendergli nelle ossa.
Balzò in piedi e sfoderò entrambi i pugnali, gli occhi che dardeggiavano qua e là per la stanza, in cerca d’indizi. Niente. Era prigioniero in un cubo di legno gelato, addobbato da mobili che un tempo dovevano essere stati cesellati con gusto, ma oramai lo scorrere delle ere e il gelo intenso avevano trasformato in scheletri ghiacciati. Di certo non si trattava della meravigliosa torre in cui si era addormentato. Ricordò con ammirazione gli arazzi colorati, i vestiti di seta delle vallette, i bicchieri di cristallo e le risate dei nobili invitati, agghindati a festa.
Torna da me.
Udì di nuovo quel sussurro dietro l’orecchio e si voltò di scatto, in guardia. Niente. Il cuore gli balzò in gola e il respiro si fece affannoso. Qualcuno aveva parlato, ne era certo. Non poteva essere solo un parto della sua fantasia. Le parole erano troppo nitide, troppo impellenti, troppo cariche di desiderio. Sì, desiderio. Questo percepiva dal tono del sussurro. Un desiderio focoso, passionale, fatto di rabbia e possesso.
Torna da me.
«Chi sei? – sbraitò Alavrill, girando su se stesso alla ricerca della fonte di quel bisbiglio – mostrati.»
Tu mi appartieni. Torna da me.
Un calore intenso accese il petto del giovane che si trovò a urlare e precipitare in ginocchio. La collanina nera, a forma di rosa dei venti, scivolò fuori dalla camicia, penzolandogli davanti agli occhi, ipnotica. Ardeva incandescente, rosso vivo, e i punti cardinali roteavano impazziti. Impossibile. Il vento ululò selvaggio all’esterno, turbinando attorno alla stanza come un uragano inferocito. Impossibile. Alavrill tese una mano e ordinò ai venti di placarsi, di raccogliersi attorno a lui, di proteggerlo. Non obbedirono. Impossibile. Riprovò. Non servì a nulla.
«Impossibile – sibilò irritato, mentre la rotazione del medaglione aumentava – io sono il Messaggero del Vento. Io sono il dominatore del cielo. I venti mi obbediscono.»
Tu appartieni a me. Tu sei mio. Torna da me, schiavo.
«No! Io sono e sarò sempre libero.» ringhiò Alavrill, furente. Non servì a nulla. Improvvisamente la collana si serrò attorno al suo collo, avvolgendolo per intero come il collare di un cane. Il giovane lasciò cadere le armi e si portò le mani alla gola, nel tentativo di strapparsi di dosso quella pericolosa ghigliottina, ma l’acciaio della catenella non diede segnali di cedimento. Poi, come se qualcuno lo stesse trascinando per il collare, fu scagliato al centro della stanza. Provò a lottare disperatamente, arpionando il terreno coi piedi, ma tutto fu vano. Una forza innaturale lo sollevò da terra e lo issò come un impiccato.
Qualcosa gli ondeggiò attorno. Una risata, leggera come un respiro e sinuosa come un serpente, lo avvolse, prendendosi gioco di lui prima di scomparire. Cercò di seguirla con lo sguardo, ma fu troppo veloce, troppo evanescente. Il freddo scomparve, sostituito da un’ondata di calore innaturale, e fiamme violacee si librarono dal terreno a sbranargli le gambe. Alavrill gridò preda del panico.
Mi hai tradito. Mi hai tradito come tutti gli altri e come loro mi appartieni. Tu sei mio. Torna da me. Torna per ricevere la giusta punizione.
«Io non ti ho tradito.» gracchiò il giovane, faticando a respirare attraverso il cappio d’acciaio che si serrava a poco a poco. Un millimetro alla volta, un soffio più vicino.
Non osare mentirmi. Ruggì la voce, adirata. La torre tremò, il ghiaccio s’incrinò e le fiamme divamparono. Avevi promesso. Avevi promesso ed ora non ci sei più. Sei fuggito. Torna da me. Torna da me o morirai.
«Uccidimi allora, perché ti ho giurato amore eterno e non tornerò finché non potrò liberarti.»
Menzogne. Solo menzogne. Misere, bieche menzogne per salvarti la pelle. Conosco l’astuzia della tua lingua, Messaggero del Vento. Conosco le tue bugie.
«Non sto mentendo.» affermò Alavrill in un sussurro, mentre il fiato correva lontano e il cuore galoppava vicino. Per un istante la catenella allargò le maglie, poi tornò a serrarsi con forza. Un’ombra traslucida comparve davanti a lui. Vaporosa, imponente, fatta di veli neri che danzavano attorno a un volto magro e a due tizzoni violacei.
Quel viso; era davvero lei. Splendida come la prima volta in cui l’aveva incontrata, immersa nei raggi argentei della luna. Tratti perfetti, incisi dallo scalpello degli dei, dolci e maliziosi al tempo stesso. Lunghi capelli di pura seta nera, avvolti in eleganti trecce ornate di gioielli, le carezzavano come corvi la pelle perlacea. E quegli occhi, Dei, avrebbe passato la vita ad affogarci, immerso in un oceano ametista. Lo afferrarono e l’incatenarono in una prigione fatta di promesse e rimpianti, rabbia e follia, amore e dannazione.
Sei ridicolo. La risata raschiata dello spettro echeggiò nell’intera stanza. Sei ridicolo. Disgustoso come ogni altro uomo. Innamorato di un bel visino. Mi hai amata finché ero un bell’involucro di carne. Amami ora. Amami ora e torna da me.
Il volto dell’ombra trasfigurò in un istante. I capelli corvini si tinsero d’argento e s’aggrovigliarono in viticci di rovi spinosi. La pelle bianca si fece nera, screpolata, butterata dalle piaghe della decomposizione. La mandibola crollò, lasciando trasparire una gengiva quasi priva di denti. Il naso elegante sparì e un buco disgustoso si spalancò al centro del viso della donna. Il sorriso provocatorio divenne un ghigno ferale, distorto da bubboni pestilenziali. Da regina a megera, le sembianze della donna mutarono in quelle di un cadavere.
Alavrill rabbrividì, ma gli occhi, quei furenti occhi ametista non cambiarono. La furia inquieta, d’amor tradito, non abbandonò lo sguardo dello spettro nel tramutarsi in mostro. Da regina a megera, le sembianze mutarono, ma l’anima rimase la stessa. Furente, vendicativa, pericolosa. Innamorata.
«Io ti amo ancora.» ammise Alavrill in un sussurro, uno degli ultimi che l’assenza d’aria nei polmoni gli consentì di proferire. La catenella s’allentò per concedergli una nuova boccata d’aria. Si serrò subito, accompagnata dalle parole furenti del mostro.
Menzogne. Bugie. Non credo alle parole degli uomini. Non credo alle tue. Sono solo vento. Aria senza sostanza.
«Ti amo.»
Mi ami? Dimostralo. Dimostralo ora. Baciami.
L’ombra avvicinò il viso decrepito in attesa di un gesto d’amore sincero. Alavrill sorrise malizioso nel sentire la collana allentarsi di nuovo. La dannazione gli stava concedendo una possibilità di salvarsi. Non che gli importasse molto. Non voleva salvarsi da nulla. Voleva solo affondare con lei.
Baciami. Ora.
Senza esitare un solo istante, Alavrill lasciò andare la catena e allungò le mani verso l’ombra in attesa davanti a lui. Concentrando tutto lo sguardo negli occhi ametista, le carezzò il volto deforme per attirarla più vicino. Immerso e perduto in quel paradiso viola protese il collo verso di lei. Non chiuse gli occhi, non sbatté le palpebre, non distolse lo sguardo mentre le sue labbra sfioravano quelle devastate del mostro, avvolgendole in un caldo abbraccio.
Lo spettro sussultò e si ritrasse, per poi arrendersi al brivido rovente del bacio dell’unico uomo che avesse mai amato. Bastò quel contatto a far sparire il mostro e a far tornare l’ombra della splendida fanciulla. Alavrill non se ne accorse. Per lui, quel momento perduto nell’ametista rappresentava una vita intera. Il cuore, improvvisamente pieno di gioia, minacciò d’esplodere, mentre il giovane socchiudeva le labbra. S’abbandonò tra le fauci della creatura e si ritrovò a fluttuare lentamente a terra, cullato dalle braccia delicate della più bella fanciulla mai esistita.
Perché? Pianse l’ombra della fanciulla. Perché mi hai abbandonata se mi ami ancora? Perché mi hai tradita?
Alavrill non rispose e sorrise malizioso, allungando una mano verso una tasca, nascosta tra gli strati della casacca che indossava sopra la cotta di maglia. Ne trasse una pietra bianco argenteo. Poi estrasse un pugnale azzurro da un fodero occultato dietro la schiena. Lo teneva là per le emergenze. La vista di quei due oggetti bastarono a far strabuzzare gli occhi allo spirito.
«Perché tu potessi essere libera – affermò con sicurezza il giovane – ho già la Pietra Lunare e il Cuore del Giglio. Mi mancano solo le Lacrime di Selkie, poi potrò completare il rituale e liberarti dal sigillo che ti tiene prigioniera in quella torre oscura.»
Io sono il male. Non posso essere liberata. Non devo essere liberata. Questo mondo ne verrebbe distrutto. Hai visto di cosa sono capace. Potrei schiacciare tutte le anime della terra con un semplice pensiero. Io devo restare in gabbia. Una donna che minaccia d’uccidere l’uomo che ama non è degna d’esistere.
«Ho fiducia in te e sarò comunque al tuo fianco. Nessuno merita d’essere intrappolato in una torre per mille anni.»
Lo spirito si ritrasse, preoccupato. Improvvisamente non era più possente e intimidatorio. Ogni simulacro di potere magico svanì e al suo posto rimase una fanciulla delicata, rannicchiata in un angolo, con le lacrime agli occhi. Aveva così paura di se stessa da non riuscire quasi a parlare.
Ho fatto così tanto male. Per mille anni ho tormentato queste terre. Non esiste perdono per me. Non esiste amore per un mostro.
Alavrill si sedette accanto a lei, la schiena posata al muro e un sorriso malinconico stampato sulle labbra. «Preferisco amare un mostro sincero che un angelo bugiardo.»
Grazie amore mio. Affermò lo spirito, svanendo a poco a poco. T’aspetterò laddove il mondo dei morti incontra quello dei vivi. Torna da me. Torna tra le mie braccia e per mille anni faremo l’amore. Torna da me e saremo la luce del futuro. Torna da me.
Fiamme, ghiaccio e freddo scomparvero con lei. La stanza tornò quella della sera precedente, un lussuoso appartamento degno di un re. La catenella rovente si tramutò in una semplice rosa dei venti in pura ossidiana.
L’ira della Strega Nera, dea del male, spirito vendicativo, tempesta furente, bellissima tiranna, sovrana delle anime, era stata placata. Per il momento.
Fischiettando Alavrill riprese il lungo viaggio, condotto dal vento verso le Lacrime di Selkie e la libertà della donna amata.
«Torno da te, amore mio.»

Daniele Viaroli

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