Semplice – Minou Manafi

4530aba17ca8dd4c2cd4d71bf1554859“Non ci siamo”.
Stavano sistemando ormai da giorni la scena per l’ultimo atto del primo spettacolo della stagione teatrale. Era tutto pronto, mancava soltanto la preparazione di quella scenografia.
Lo spettacolo si concludeva con un vecchio signore seduto su una panchina di legno, in un cortile, che leggeva un libro appoggiato a un tavolino sempre di legno.
Quella scena era estremamente importante, si collocava prima dell’ultima chiusura del pesante sipario di velluto. L’ultima.
“No, no! Non va assolutamente bene!”
“Cos’è che manca? L’ho sistemata come mi hai detto tu. Adesso ci sono fiori veri sul palco, ho sistemato le luci come nel tardo pomeriggio, il vecchio è vestito in maniera povera ma composta..”
“No, mi spiace, non va bene. Proviamo a fargli cambiare postura. A spostare l’angolazione del tavolo, a prendere un libro con più pagine. Così non funziona. Sembra forzato.”
E così fecero: cambiarono nuovamente la sceneggiatura, il vecchio sedette in posizione diversa, cambiarono libro, abbigliamento, colori.
Ma qualcosa ancora non andava, in uno scenario che doveva essere un banale episodio della quotidianità, era tutto troppo fisso. Troppo sistemato, troppo montato. Non trasmetteva alcuna emozione.
Il regista, Laurent, pensò che ciò fosse dovuto all’angolazione delle varie luci sul palco, allo sguardo dell’attore teatrale, a una mancanza tecnica da parte degli scenografi. Cambiarono tutto più e più volte. Nervosismo e sconforto aumentavano linearmente ogni minuto che passava, ogni volta che Laurent faceva cambiar tutto un’altra volta, un’altra volta ancora. Eppur anche Adèle e Lèo, gli scenografi, seppur stavano sviluppando un certo atteggiamento irritato nei confronti di Laurent, riconoscevano anche loro, amareggiati, che nonostante il duro lavoro, quella scenografia non avrebbe reso alcuna giustizia alla chiusura dello spettacolo.
Non vi era una soluzione che sembrasse migliore delle precedenti. Erano tutte egualmente disastrose.
Quella scena era così importante, perché seguiva un’aspra serie di litigi. Nel penultimo atto padre e figlio si riconciliavano prima che il figlio partisse, e il padre che aveva finalmente ritrovato la tranquillità e la gioia nel cuore, tornava alla vita di sempre e semplicemente sedeva solo nel parco leggendo un libro.
Laurent avrebbe voluto comunicare agli spettatori quella semplice serenità d’animo che è la tranquillità delle cose mondane.
E in più era l’ultima. L’ultima cosa che l’occhio dello spettatore poteva afferrare prima che il pesante sipario di velluto si chiudesse per l’ultima volta.

Era come la parola finale di un discorso importante, quella che dovrebbe convincere, persuadere, scuotere, essere credibile, vera. Ma era proprio di questo che mancava, di credibilità e verità.

“Non importa, avete fatto del vostro meglio. Lasciamo l’ultima versione, e speriamo che l’occhio del pubblico non abbia le stesse pretese del mio. Vado a casa a riassestarmi, ci rivediamo dopo cena per la generale.”

“E’ una tragedia, è davvero una tragedia” pensò fra sé.
Prese il cappotto, le proprie cose, e gettò un triste sguardo indietro verso il palco mentre attraversava lento la sala per uscire.

Non sbatté la porta. Chiuse la porta di quel piccolo vecchio teatro con delicatezza, quasi con il riguardo con cui il parroco alla sera chiudeva la porta della Chiesa, e si avviò verso casa.

E fu proprio mentre tornava a casa, stanco, rassegnato, con le spalle piegate sotto il peso di una sconfitta personale, che vide, nel parco che costeggiava un vicolo che si inseriva nella via principale che correva per settecento metri dal teatro fin sotto casa sua, in mezzo alla luce stanca e posata delle ultime ore pomeridiane, come fosse parte integrante di quell’ora e di quell’atmosfera, garbatamente seduto, un po’ affossato nel suo peso, ma dai gesti eleganti e abiti umili, con un cappello marrone, un vecchio Signore, che leggeva da solo, rilassato, tenendo un vecchio libro in mano, senz’alcuna pretesa d’esser personaggio, in chissà quale ruolo, senza alcuna pretesa d’esser parte integrante di uno spettacolo, eppure nella più bella scenografia di sempre, in un bellissimo teatro, pieno di fiori, veri, non belli e rigogliosi, ma per lo più secchi o piegati su se stessi, ma sì splendidi che non avrebbero potuto esser diversamente, vide tutto ciò spendere nella realtà, sotto ai suoi occhi, tutto ciò che col suo cuore aveva immaginato, ma che lui non era riuscito a ricreare, tutto ciò che non trovava una verità propria nel teatro, che non trovava un proprio modo d’essere, ed era ora così perfetto, e così commuovente, nel suo manifestarsi nella quotidianità.
E capì che nessuna riproduzione, mai, avrebbe reso giustizia a quella scena, seppur semplice, banale, ma carica di vita.

Restò a guardarlo a lungo, in silenzio, immobile, circondato dai propri limiti.

E si commosse, si commosse nel profondo.

Minou Manafi

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