#MercoledìDeiSensi: L’uomo nero – Luca Vellani

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Come tornare a respirare dopo interminabili minuti. Così mi sono svegliata. Ho provato ad urlare; non usciva nessun suono; a mala pena riuscivo ad aprire la bocca. Cercai di muovere le braccia, erano bloccate. Ho sentito il morso delle funi ai polsi. Avevo la pelle d’oca per il contatto con il tavolo di metallo su cui ero immobilizzata. Le mie lacrime, calde e lente, scesero fino alle orecchie dandomi un fastidio, accentuato dal non potermi muovere. Ero spaesata e la luce di quel faro, quella tipica del dentista, mi impediva di vedere dove fossi. Sapevo di non essere sola e questo mi faceva ancora più paura. L’ignoto, il non capire il perché mi trovassi lì, come ci fossi capitata o cosa fosse successo mi terrorizzava. Iniziai a tremare. Tremavo e piangevo. Provai a strattonare quella corda che mi bloccava, ma mi provocava solo un gran dolore, come se mille spilli nella pelle.
“Ben svegliata” disse una voce profonda. Mi sono voltata in direzione di quel suono. La mia guancia ha sfiorato il metallo gelido. Mi ha toccato un fianco. Ho cercato di ritrarmi, ma non è servito. Non riuscivo a vedere altro che un’ombra imponente. Ho sentito le sue dita sfiorarmi la pelle; sentivo uno strano calore; era molto piacevole. Ha iniziato a disegnare un fiore; lo sento ancora sulla pelle. I brividi mi hanno percorso la schiena. “Fai la brava e non succederà nulla” mi ha sussurrato. Il suo alito, caldo come scirocco, contro l’orecchio mi è entrato nel cervello. Mi sentivo annebbiata. Mi accorsi solo in quell’istante di essere calma e rilassata. Il freddo che percorreva le ossa era scomparso facendo posto a un fuoco ardente. Ha continuato a ricamare con le dita su di me. Ora non piangevo, non cercavo di liberarmi o urlare. Con poche parole e quel tocco fatato sono diventata sua.

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