Torniamo a casa – Manfredi Cartocci

the_pacific_R375Polvere, caldo, cattivo odore. Polvere, caldo, cattivo odore. Un leggero prurito sotto il mento.
Stu-tuum… stu-tuum… stu-tuum… silenzio. Il sobbalzante rumore metallico del telonato accompagnava quella notte scura. Ricognizione, sopralluogo in una zona urbana abbandonata, l’ultima azione in teatro operativo prima di tornare a casa. Sei lunghi mesi. Aprì una tasca della mimetica e ne trasse una foto di sua figlia. La moglie gli aveva scritto che aveva cominciato a parlare, la gioia di sentirsi chiamare mamma … “Imparerai a dire papà, quando torno?“. Rimise la foto in tasca, alzò lo sguardo. Roberto, detto “boom-boy” perché artificiere, era seduto davanti a lui.

*

Stava pulendo la canna del fucile quando Roberto gli si avvicinò sorridente.
“Che ci fai qua? Voglio dire, non è un posto da giovani padri di famiglia”
Alzò lo sguardo, sorpreso e divertito.
“Non sono certo l’unico, boom-boy. Hai … avresti ragione. Ma se ti guardi intorno, se togliamo i padri non rimane niente di questa pattuglia”.
“Io non ce la farei mai. Un domani, finito tutto questo, mi farò una famiglia. Quando nessuno dovrà più chiedersi se sono ancora vivo”.

*

Quanto hai ragione boom-boy” pensò. Eppure, certe decisioni non si possono prendere a tavolino.
Un noioso pomeriggio incontri una fisioterapista che credevi di detestare per quella musica orribile che sentivi in sottofondo mentre fissavi l’appuntamento e invece …
Il fucile gli ballava fra le mani per gli scossoni del telonato.
Non sentiva niente, a parte l’aria che entrava e usciva dai suoi polmoni.
Il mezzo frena, si ferma. Due colpetti sull’elmetto col palmo della mano e scese.
Cercava di viverla come una routine, l’addestramento serviva anche a questo. Movimento in pattuglia, settori di controllo, check materiale, check personale … occhio vivo.
Proiettava i suoi sensi sull’ambiente circostante, attento ma calmo. La città deserta e semidistrutta era, come tutti possono immaginare, tetra e angosciante, ma in sè recava un fascino, un fascino malsano.
Entrarono in un edificio, procedura standard.
“Libero!”.
Si schierarono per entrare nella stanza successiva.
Quante volte l’aveva fatto? Quante volte aveva desiderato che fosse l’ultima? Quante volte aveva avuto paura che fosse l’ultima? “E’ il nostro modo di giocare alla roulette russa” pensò con sarcasmo.
Di solito cercava di evitare pensieri troppo complessi in quei frangenti, di solito era troppo concentrato su ciò che stava facendo. Non quel giorno. Guardava i suoi compagni, guardava uomini armati che camminavano in un edificio cadente, molto, molto lontani da casa. La bandiera cucita sul braccio, unico oggetto familiare. Pensò al davanzale a cui si appoggiava per fumare, a sua figlia che dormiva, all’odore del suo barbecue, al sorriso di sua moglie certe sere d’estate. Polvere, caldo, cattivo odore.
Entrarono. Un uomo a terra, privo di vita.
“E questo?”.
Il sangue a terra ormai rappreso, le mosche, la puzza. La presa salda sul fucile, come per aggrapparsi alla vita, davanti a quella figura di morte.
Assi di legno in un angolo della stanza che si ribaltano, una figura minuta ne esce e lascia cadere qualcosa. Esce dalla finestra.
“Granata!”.
Si buttarono tutti a terra, o così credette.
Lo scoppio, assordante. Un attimo senza fiato, senza coscienza. Aprì gli occhi. Era vivo. Si alzò.
Corse alla finestra, la figura minuta correva. Pochi spari mirati. Rovinava a terra.
“Roberto!”.
Guardava fuori dalla finestra. Non aveva il coraggio di voltarsi. Uno sguardo temerario, giusto con la coda dell’occhio. Il sangue, la morte. Chiuse gli occhi. Sentiva la mano della figlia chiudersi intorno ad un dito.
Saltò fuori dalla finestra, corse verso la figura minuta. Sentì due colleghi seguirlo.
Sangue, ancora sangue. Si dimenava ancora. Un bambino. Cadde in ginocchio. Guardò con orrore il fucile.
Lo lasciò cadere a terra. Si coprì la faccia con le mani. Mani sporche. Mani che non si sarebbero lavate mai più.
Avevi ragione boom-boy. Non è un luogo per padri. Ma tu, ingenuo ragazzo, pensavi a questo posto. E’ questo mondo, questo mondo di merda che non è un luogo per padri. E lo sarà finché ci saranno padri che ammazzeranno figli. Bambini che invece che in braccio alla madre vivono in braccio alla morte“.
Lo sfrigolio della radio.
“Comandante … boom-boy è morto”.
“Dannazione! Cessa operazione, ripeto, cessa operazione. Rientrare immediatamente!”.
Lo aiutarono ad alzarsi. “Dai amico, torniamo a casa”.
“Si … torniamo a casa“.

Manfredi Cartocci

2 thoughts on “Torniamo a casa – Manfredi Cartocci

  1. Uber off ha detto:

    This sounds like such a fun book! I’m insanely curious about the Witness Protection Program myself, so that aspect of it definitely draws me in. I hope I enjoy it as much as you did!

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