#NarrativoPresente: Come quando c’era il re – Giorgia Tribuiani

ES e autodafé

ORE 16.00

“Che dicono?”
“Che c’è stata una frana, onorevole.”
“Una… dio mio.”
“Che siamo imbottigliati qui. Che dobbiamo aspettare l’arrivo dei soccorsi.”
“E poi?”
“E poi ci porteranno via in qualche modo.”
“…”
“Faranno indietreggiare le altre auto, il pullman: non so.”
“…”
“Nel frattempo, onorevole, possiamo anche uscire, alzarci un attimo.”
“No, restiamo in macchina.”
“Come vuole.”
“L’aria della galleria mi opprime, mi mette ansia: restiamo in macchina.”
“Come vuole, onorevole: ok.”
“…”
“…”
“Le hanno detto, quei tipi, quanto ci vorrà?”
“No.”
“Neanche più o meno?”
“Non lo sapevano neanche loro: questo hanno detto.”
“Non arriveremo mai per tempo a Roma, vero?”
“Credo di no, onorevole.”
“Niente discorso.”
“Mi spiace. Era importante?”
“Be’: direi.”
“Di che avrebbe parlato?”
“Lavoro.”
“Lavoro come?”
“Lavoro. Lavoro per i giovani, sovvenzioni, contratti. Occupazione.”
“Bello.”
“Sì: era un bel discorso. Poi, però, la frana.”

ORE 16.30

“Novità?”
“Non hanno notizie.”
“Complimenti. Faremmo prima a uscire di qui e a tornare indietro a piedi.”
“Dicono di restare dove siamo, onorevole.”
“Dicono, dicono.”
“Saranno quasi otto chilometri di traforo: vuole davvero attraversare il Gran Sasso a piedi?”
“…”
“Non le metteva ansia, uscire dall’auto?”
“Saranno due ore, che siamo bloccati qui.”
“Appena un’ora, onorevole.”
“È comunque vergognoso.”
“…”
“Tempi biblici.”
“Onorevole, sono sicuro che…”
“Non si rendono conto che la gente aspetta? Che siamo bloccati qui in attesa che facciano qualcosa?”
“Onorevole, gliel’ho detto: abbiamo percorso otto chilometri; non credo sia una passeggiata, per loro. Staranno facendo arretrare le auto, staranno bloccando l’autostrada, obbligando le uscite. Non voglio neanche immaginare quanta fila si sia creata, prima del traforo.”
“Non mi sono mai sentito così inerme.”
“È solo un’ora.”
“Quando la perderà mentre sta cercando di fare il suo dovere, be’, allora forse capirà.”
“Sta succedendo adesso. Farle da autista è il mio dovere.”
“…”
“Crede che il mio lavoro valga meno, onorevole, vero?”
“…”
“Il lavoro di tutta la gente che perde un’ora ogni giorno – anche ogni giorno, sì – perché i treni vengono soppressi e le strade bloccate?”
“…”
“Lei ha un autista: è già una gran fortuna, non crede?”
“Ho male alle tempie.”

ORE 17.00

“Cosa diceva, il suo discorso?”
“Di nuovo?”
“Mi ha detto che avrebbe parlato di lavoro, non cosa avrebbe detto.”
“Su, mi fa male la testa.”
“Sarà.”
“…”
“È che, vede, quello che ha detto non mi è piaciuto molto: il fatto di perdere un’ora, intendo.”
“Ormai dica anche due.”
“Due ore. Ma lo sa quanta gente perde due ore ogni giorno? Ha mai parlato con un pendolare? Uno di quelli che partono la mattina alle quattro, si mettono sui pullman mezzi addormentati e poi, alle nove, con la schiena distrutta dal sedile, timbrano il cartellino di qualche azienda troppo lontana dalla propria famiglia?”
“…”
“Che se la moglie li chiamasse per dirgli di tornare a casa, che la figlia s’è rotta un dente a scuola, ci metterebbero tre, quattro, cinque ore prima di poter intervenire?”
“Li abbiamo avuti tutti, i momenti difficili.”
“Certo, onorevole, ma qui non parliamo di gavetta. Parliamo di gente di cinquant’anni che fa questa vita da secoli.”
“Chiaro. È per questo che…”
“Gente che rimane nell’ombra, che non si lamenta perché ormai è abituata a vivere così.”
“Sì, ma è per questo che il nostro partito…”
“E lei mi ha parlato di perdere un’ora per fare il proprio dovere.”
“…”
“No, davvero, me lo dica. Mi dica di cosa avrebbe parlato il suo discorso. Perché lei ha detto quella cosa del proprio dovere, di subire una specie di torto mentre lo si fa, e io non riesco a non pensare a tutti i sacrifici che la gente fa ogni giorno, ai torti che subisce senza motivo.”
“Ascolti.”
“Le aziende che chiudono, le morti sul lavoro…”
“Posso parlare?”
“Sembra che per voi sia solo un gioco ai voti. Sembra che non vi rendiate conto che ogni vostra decisione può cambiare la vita di gente in carne e ossa.”
“Mi ascolti.”
“Dica.”
“Avrei parlato di jobs act, del referendum per cui la CGIL sta raccogliendo le firme, dell’apprendistato che…”
“Ma in fondo sa che neanche me ne importa, di cosa avrebbe parlato?”
“…”
“Mia figlia – ascolti – è una che ha studiato. Non starò qui a raccontarle dei sacrifici che ho fatto per lei; di quelli che ha fatto sua madre: le dirò solo che mi ha detto questa cosa qui, una settimana fa, che le piacerebbe mettere su una cosa in proprio. Aveva un bel sorriso, un sorrisone grosso così, vede?, però mentre mi parlava della sua idea io pensavo alle tasse che avrebbe dovuto pagare, mi dicevo: non ce la farà mai.”
“Be’, ma le sovvenzioni di cui il mio partito…”
“Il punto è che mia figlia, per lei, è una delle tante. Una da cui prendere i Mi Piace su facebook.”
“Si sbaglia. E se lei vuole…”
“Che poi il punto non è neanche mia figlia, a dirla come va detta, ma tutte le figlie e tutti i figli che dovrebbero poter avere un’ideologia, un sentire comune morale e politico, la possibilità di dare fiducia a un partito e al proprio futuro. Sa cosa dice mia madre? Ha settantotto anni, mia madre. Dice: è come quando c’era il re; il contadino stava nella sua campagna e non lo vedeva mai, il re: magari gli arrivava voce di ciò che accadeva a palazzo, ma non aveva la possibilità di decidere nulla, non c’era un senso di comunità. Lui sapeva solo di dover pagare le tasse.”
“Lei è uno sfiduciato della vita.”
“Non ho avuto la sua fortuna.”

ORE 17.30

“Pare che ci muoviamo.”
“Che si farà, poi?”
“Usciremo prima del traforo, prenderemo un’altra strada. Arriveremo a Roma.”
“Tardissimo, però.”
“Farà in tempo per la cena.”
“…”
“Immagino che la prossima volta chiederà un altro autista.”
“Intende uno che non ce l’abbia con tutta la classe politica?”
“Uno con cui, bloccato in macchina per una frana in galleria, potersi lamentare di un’ora persa.”
“Non volevo essere irrispettoso.”
“Non è stato irrispettoso: è stato distratto.”
“Distratto?”
“Sì, distratto. La distrazione è uno dei vostri problemi. Vede: ci foste voi, al posto di questi tipi arancioni – eccoli, evviva! – noi potremmo restare per sempre in galleria. E alcuni di voi ci direbbero anche: guardate che non c’è nessuna galleria.”
“Su.”
“È così. La gente diventa fortunata e lo dimentica, il proprio passato in galleria. Io… un attimo che faccio inversione… Bene, ora speriamo che si scorra un po’. Dicevo: io spero che lei se la ricordi, poi, questa galleria qui.”
“Le darò una mano per sua figlia.”
“Non importa. Ecco: si parte. In qualche modo, si parte.”

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