#NarrativoPresente: Due città – Silvia Cristini

ES e autodaféAttinia
Chi arriva in questa città lo fa per ammirare la bellezza dei suoi boschi secolari.
Attinia è un’oasi nel deserto. I suoi primi abitanti hanno faticato a lungo per poterne fare un luogo in cui vivere. Hanno cercato l’acqua nelle viscere asciutte della terra e quando l’hanno trovata era talmente tanta da bonificare il deserto intero.
Tutta la vita degli abitanti di Attinia è legata al mondo vegetale. Dal cibo agli attrezzi alla carta su cui scrivono all’inchiostro che usano per raccontare le loro storie. Le case spesso sono costruite su alberi altissimi collegate da passerelle e scale e pergolati percorsi da vigorosi rampicanti odorosi. Bovindi e terrazzi ornati di fiori si affacciano sulle strade. Sotto le chiome ombrose la gente passa la maggior parte della loro vita, occupata nel commercio di semi e piante rare, nelle faccende quotidiane e nello stare con amici e familiari.
Si ammalano poco perché sono vegetariani e comunque sia le piante offrono loro ogni rimedio a qualsiasi malattia.
Al viaggiatore che giunge ad Attinia non sfuggono i profumi e i colori e l’aria calda e dolce e l’eleganza dei suoi abitanti.
Maribeth fu il loro primo reggente, molti secoli addietro. Fu suo padre a scoprire la Grande Sorgente che ancora oggi alimenta i loro serbatoi. E fu lei a stabilire le Nuove Regole: il regno durerà quanto dura la vita del Seme.
Da allora ogni uomo o donna a capo di Attinia inizia il suo governo nel momento in cui il Seme viene piantato nella Piazza Magna, dando origine ad una unione simbiotica tra i due esseri viventi, mai vista prima in natura.
Il reggente avrà vita tanto quanto la pianta impiegherà a germogliare, crescere, ramificare, fiorire, dare frutti, anno dopo anno.
Cento anni o un giorno. Perché l’esistenza di chi governa è legata con una intima associazione a quella del seme: se non germoglia entrambi avranno fallito.
E così la pianta avrà vita lunga tanto quanto chi regna si dimostrerà abile, lungimirante, onesto, a quanta cura e passione ci metterà nell’adempiere al suo compito, la stessa che un amoroso giardiniere mette nel crescere rigogliose e forti le sue piante. Viceversa la sua vita cesserà nel momento in cui avidità e sete di potere avranno il sopravvento, in un intreccio tra due vite sorprendente e spietato.
I semi provengono da ogni parte del mondo; la scelta, il giorno dell’incoronazione, è puramente casuale. Potrebbero non attecchire mai, potrebbero non adattarsi a sopportare il calore del deserto, le tempeste di sabbia, lo sbalzo termico tra giorno e notte.
Maribeth scelse un piccolo seme nero che dopo tre giorni germogliò, con due foglioline opposte. Crebbe un albero le cui radici riescono a scendere molto in profondità nella terra e si cercano l’acqua da sole. Fu così che il suo regno durò per più di cento anni.
In questa città nessuno sa se questa compenetrazione porti vantaggio all’Albero, che vive a lungo perché al governo c’è una persona giusta o se l’Albero riconosca l’integrità della guida e decida allora di allungarne la vita oltre le normali leggi della natura.
Ciò che noi viaggiatori percepiamo con certezza è la rara armonia tra questa città e le persone che la abitano.

Tenebra
Tenebra è una città molto ben nascosta ma non irraggiungibile. In tanti prima o poi la vanno a visitare.
Non è una città come le altre, perché non ha abitanti che dimorano lì ma solo persone di passaggio che senza sapere come ci siano arrivate, si trovano a dovervi soggiornare. Però sanno che un giorno se ne andranno, solo non sanno di preciso dove e quando.
Non ci sono strade e case vere e proprie, solamente chi si trova lì immagina di vederle: un palazzo, una piazza, un ponte, un obelisco, brandelli di ricordi di altre città visitate in tempi ormai remoti. Chi passeggia a piedi, chi in tram pensando alla sua vera casa, se mai ne ha avuta una, chiedendosi perché mai un giorno l’abbia lasciata per giungere proprio a Tenebra.
Fiumi di persone si ritrovano a camminare insieme immersi nella nebbia densa e umida carichi di pensieri orribili, come orde di malati infetti uniti dallo stesso terribile destino di morte. Certe notti vagano atterriti nel buio totale come in un disperato Pavor notturno collettivo. A volte si riuniscono in banchi pensando di nuotare nelle profondità dell’oceano, altre in maestosi stormi provando a volare in mezzo alle nuvole rarefatte. Ma non è bello come se l’erano immaginato perché manca l’aria nel petto e la terra sotto i piedi. Sempre ammassati in gruppo, profondamente avvolti dalla solitudine.
A Tenebra nessuno parla perché in realtà nessuno ha niente da dire: vorresti sapere cos’è successo al tuo vicino di casa, quali pensieri atroci invadono la mente delle persone che incontri al supermercato, l’umore cupo degli spazzini che puliscono il marciapiede, ma la voce non esce e d’un tratto ti ricordi delle parole non dette di tutta una vita.
I suoi abitanti vorrebbero andare al ristorante, al cinema, alle feste, ma si accorgono di non avere il denaro e nemmeno la fame e neanche la voglia di farlo e alla fine non c’è neppure il ristorante o il cinema o la festa, e si ricordano che in una vita passata, forse, di questi doni non ne godevano affatto.
Tutto appare offuscato ottenebrato senza contorni, perché Tenebra corrompe le menti, poiché a Tenebra arriva solo chi ha la mente corrotta.
Vivono in un confuso torpore, continuamente colti dal dubbio di avere perso qualcosa o qualcuno a cui tenevano molto, di avere dimenticato di perseguire un obiettivo importante, di avere mancato un’occasione memorabile, una di quelle opportunità che darebbero una piega vertiginosamente inaspettata alla loro vita, ma quale? si chiedono infine in una sorta di tiepida rassegnazione.
Pochi sanno che in realtà è molto semplice lasciare questa città perché il muro che la circonda è costruito pietra su pietra dai pensieri distorti dei suoi abitanti: Tenebra non ha confini né di luogo né di tempo.
Quando finalmente gli abitanti di passaggio giungeranno agli ultimi istanti del loro soggiorno in questa città, qualcuno gli rivolgerà la parola: allungando le sue mani chiuse a pugno all’improvviso le aprirà, mostrando loro ciò che contengono e chiederà di scegliere tra una pillola azzurra e una rossa, per decretare se torneranno indietro oppure continueranno a vagare nei fumosi dedali di Tenebra. Nessuno sa qual è la pillola giusta.
E tu, quale sceglierai?

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