Una giornata tranquilla – Emiliano Felicissimo

Allungo una mano e prendo un fazzoletto. Lo passo sulla punta del cazzo, sulla pancia, sulle dita. Poi ne prendo un altro e asciugo la pozza che ho nell’ombelico. Devono essere passati tre o quattro giorni dall’ultima volta che mi sono fatto una pippa, dato che sono letteralmente esploso.
La stanza completamente immersa nel buio, butto i fazzoletti a terra e finalmente riesco ad alzarmi. Faccio per aprire le finestre, ma ci ripenso e aspetto qualche altro momento. Mi guardo intorno nell’oscurità, ma non vedo niente. Cammino piano, e inciampo su bottiglie di vetro e lattine.
Quando arrivo in bagno, accendo la luce e mi guardo allo specchio. Ci metto pochissimo a distogliere lo sguardo. Mi siedo sulla tazza del cesso e mi massaggio le tempie, forte, forte, sempre più forte. Mi tocco il mento e sento i peli ispidi di una barba che non taglio da almeno due giorni.
Torno a guardarmi allo specchio, stavolta mi sforzo per non distogliere lo sguardo, e intanto mi chiedo cosa mi sia successo. Devo aver passato due, tre, quattro, forse cinque giorni, forse anche di più, in stato di incoscienza.
Senza neanche pensarci, apro sportelli a caso alla ricerca del necessario per radermi, ma sebbene io riconosca l’ambiente del bagno di casa mia, non riesco a trovare niente. Poi noto, aperta nel piatto della doccia, una ventiquattrore. Dentro c’è una scatola di legno nera, un telefono e un foglietto di carta. Sul foglietto ci sono dei nomi e degli indirizzi. Sul telefono c’è scritto qualcosa.
Chiama la segreteria telefonica.
Io chiamo la segreteria telefonica. Dopo qualche rumore sento una voce dire qualcosa. Devo riascoltare il messaggio un paio di volte, prima di capire cosa stia dicendo.
“De Curtis, porta la scatola a Marchini, prima che sia troppo tardi. A lavoro finito, verrai ricompensato. E stavolta si gioca pesante, non sono ammessi errori. Ah, nella valigetta c’è una lista di nomi: quelli sono amici nostri, nel caso ne avessi bisogno. Ma non tirare troppo la corda.”
Quando capisco il senso del messaggio mi viene un dubbio atavico. Io chi sono? Cioè, non è che sia una questione esistenziale: proprio non mi ricordo come mi chiamo. Chiudo la valigetta e torno di là: stavolta mi faccio coraggio e lascio che la casa venga invasa dalla luce del sole. La stanza è completamente ingombra di scarti di cibo e bevande, oltre che mozziconi di sigaretta e residui di droghe varie. Guardo la valigetta che tengo in mano. Io devo essere il De Curtis del messaggio, a quanto pare, e deve essermi successo qualcosa di brutto.
Guardo ancora la valigetta, e capisco che non ho tempo da perdere. Mi infilo due vestiti alla svelta, e scendo in strada.

Appena l’aria fresca mi assale, è come un pugno nello stomaco, sul mento, sul naso, sugli occhi. Poi un calcio sulle palle.
Poi la botta passa e rimango col dubbio di sapere quale possa essere la mia macchina, delle quattro che stanno parcheggiate qui di fronte. Frugo nelle tasche dei pantaloni che mi sono infilato prima di scendere e trovo un telecomando. Lo schiaccio a casaccio, e dopo un paio di tentativi mi risponde una vecchia Alfa verde bottiglia, parcheggiata a qualche metro da me. Ci salgo prima che anche lei decida di lasciarmi solo, e la metto in moto.
Già, la metto in moto. Peccato che io non abbia la più pallida idea di cosa debba fare o dove debba andare. Poi ripenso alla lista nella valigetta, la tiro fuori e la leggo.

Il primo indirizzo corrisponde a un capannone in una zona quasi deserta fuori città. Intorno al capannone, solo altri capannoni. E davanti al capannone, tre SUV neri che paiono usciti fuori da un film americano.
Lascio la macchina davanti alla recinzione e faccio per avvicinarmi, quando dai macchinoni vedo scendere un manipolo di gente in giacca, cravatta e occhiali scuri. Mi chiedo chi siano, ma quando tirano fuori le pistole e cominciano a sparare verso la mia direzione, la mia curiosità scema e penso solo a correre.
Neanche li guardo, salto in macchina e rifaccio nel verso contrario la strada di campagna che mi ha portato qui. Dopo qualche chilometro e un paio di minuti di apnea, rallento, e guardo nello specchietto: oltre la nuvola di polvere che ho sollevato, non c’è nessuno. Mi fermo a riprendere aria e tiro di nuovo fuori la lista per leggere il secondo indirizzo.
Ci metto un paio d’ore a raggiungerlo, e una volta arrivato mi trovo davanti una villetta. Il quartiere è carino e ben tenuto, neanche sembra appartenere a questa città sporca e caotica. Questa dev’essere gente coi soldi.
Dopo aver suonato alla porta, mi fermo un secondo a ripensare al mio nome, al mio lavoro, agli ultimi giorni. Aspetto qualche altro minuto, nella speranza che mi arrivi una qualche specie di illuminazione, ma niente. Vuoto totale.
Suono ancora e, quando capisco che non verrà ad aprirmi nessuno, mi faccio coraggio e provo a forzare la serratura. Appena metto la mano sul pomello, la porta si apre senza opporre la minima resistenza. Non so perché, ma la cosa non mi stupisce molto. Entro, nell’ingresso regna il silenzio più assoluto. Vago per la casa deserta, e l’unico rumore che sento è quello di un fuoco. Lo seguo, e raggiungo un salone con un caminetto acceso.
Davanti c’è seduto, di spalle, quello che dev’essere l’uomo che sto cercando. Mi avvicino, e poso una mano sulla sedia. Lui non sembra muoversi, forse dorme, forse non si è accorto di me. Mi giro verso di lui, e noto che ha il volto viola, tirato dagli spasmi di una morte violenta, probabilmente per soffocamento. Sono indeciso su cosa provare a riguardo, quando sento il fuoco nel camino scoppiettare più intensamente. Unicamente per istinto mi allontano e, quando sono all’altezza della porta del salone, sento le fiamme divampare.
Faccio appena in tempo a uscire dalla villetta, prima che il fuoco se ne impossessi. Mi guardo intorno, alla ricerca di chi possa aver appiccato l’incendio, ma non noto nessuno. Prima che sia troppo tardi, me ne torno in macchina e parto verso il terzo indirizzo, l’ultimo della lista.

La segretaria mi dice di accomodarmi nella sala d’aspetto. La persona che devo incontrare è seduto nell’ufficio accanto, ma al momento non può ricevermi. Guardo la moquette chiara della sala e mi avvicino al vetro. Da qui si domina tutta la città, anche se il quartiere è pieno di palazzoni di vetro e di cemento e la visuale non è il massimo.
Cammino avanti e indietro per un tempo indefinito, senza che riesca a ricordarmi niente di quello che ho bisogno di sapere: nome, lavoro, vita, cose così insomma. Cose da niente. Santo cielo, è come essere un fantasma in un corpo di un cretino.
Mi sono stufato di aspettare, ma non posso fare altro. Mi avvicino al distributore di bevande e faccio per prendere un caffè, ma la macchina infernale vuole soldi. Frugo nelle tasche e trovo qualche spiccio. Scopro di avere molta sete, mi butto il caffè in gola tutto d’un fiato, ma è bollente e lo sputo. Metà mi finisce sulla maglietta che, a ben vedere, era già abbastanza sporca.
Mentre cerco di pulirmi alla meglio, noto qualcosa di strano. Come un pallino rosso che si muove, una specie di insetto o qualcosa di simile. Mi ci vuole un po’ per capire che è il mirino laser di un fucile di precisione.
Il proiettile buca la finestra del grattacielo senza difficoltà, ma per fortuna io sono già a terra. Senza neanche capire cosa stia succedendo, faccio i tredici piani tutti d’un fiato, e mi ci vuole un bel po’ per capire che, nonostante io abbia evitato il proiettile, mi è passato abbastanza vicino all’orecchio destro da farlo sanguinare.
Mentre impreco, prendo a tutta velocità la strada che mi riporterà verso casa.

Arrivo davanti al portone del mio palazzo che ormai è buio.
Ho l’orecchio che ancora mi sanguina, la ventiquattrore ancora sul sedile, e nient’altro. Apro di nuovo la valigetta, prendo la scatola, e me la passo tra le mani. Non capisco cosa possa contenere, e provo a forzarla per aprirla. Dopo un paio di tentativi e qualche decina di minuti, la stronza cede.
Dentro, però, non c’è quasi niente: un sacchetto di plastica praticamente vuoto, e un telefono. Apro il sacchetto, e ci trovo giusto un paio di cristalli di roba. Non mi pare il caso di farmi, non nelle mie condizioni attuali. Poi prendo il telefono. Un altro messaggio in segreteria. Stavolta mi basta il primo ascolto.
“Marchini, questa è la roba di cui ti parlavo. È roba forte, non scherzarci. Limitati ad assaggiarla, e poi dicci com’è. Mi raccomando, occhio che potresti rimanerci sotto per parecchi giorni. E non possiamo permetterci tutto questo tempo, con la polizia, la mafia e i marsigliesi alle calcagna.”
Ancora questo Marchini. Non ho idea di chi possa essere, ma dati i due messaggi, dato il sacchetto di droga quasi vuoto, e data la tranquilla giornata di follia che ho appena passato, direi che sono in mezzo a un bel casino.
Ci penso su un momento, e decido che non posso farci poi granché. Spero solo che quando verranno a farmi fuori, qualcuno avrà la decenza di dirmi come mi chiamo, prima che io crepi.
Scendo dalla macchina lentamente, dolorante e col fiato ancora corto. Salgo le scale piano piano, fino ad arrivare davanti al portone di casa mia. Mentre faccio per inserire la chiave nella toppa, mi cade l’occhio sulla targhetta sopra al citofono.
Marchini Dario, recita.
Marchini. Casa mia. Sono io.
La valigetta, la droga, le imboscate.
Ancora parecchio confuso apro la porta, e trovo ad aspettarmi il lato sbagliato di un cannemozze.
BOOM.

Emiliano Felicissimo

***

IMG_20150519_210306Ciao, sono Emiliano Felicissimo e sì, questo è proprio il mio cognome. Anche perché sarebbe un po’ assurdo come nome d’arte. Ho quasi ventinove anni e scrivo più che altro per passione. Ho lavorato in vari ambiti, dal commercio all’agricoltura, ma soprattutto nell’informatica, e mi piace qualsiasi forma di creatività, sia da spettatore che da ‘autore’ (oddio, autore è un parolone): in particolare mi cimento con musica, fotografia e, soprattutto, con la scrittura. I generi che prediligo sono il noir, la fantascienza e…e poi tutto il resto, perché limitarsi? I miei autori preferiti sono Thomas Pynchon e James Joyce, Ezra Pound e Philip K. Dick, ma poi anche mille e mille altri.
Qualche anno fa ho pubblicato un romanzo (molto acerbo) e alcuni racconti, principalmente sul mio blog. Al momento, oltre ai racconti brevi e non, mi sto dedicando alla scrittura per il web e il cinema.

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