#NarrativoPresente: Fino all’ultimo respiro – Laura Veroni

ES e autodaféC’era odore di medicinali in corsia. Ginevra se lo sentiva addosso, appiccicato ai vestiti, incollato alla pelle. E c’era odore intenso di disinfettanti. Avvertì un senso di nausea. Un’inserviente le passò di fianco, spingendo davanti a sé una sorta di spazzolone col quale raccoglieva lo sporco dal pavimento in linoleum grigio piombo. La donna non alzò nemmeno lo sguardo. Ginevra la osservò passare oltre. Se non fosse stato per l’uniforme che indossava, le avrebbe ricordato uno spazzolatore del ghiaccio. Era così che, da ragazzina, chiamava gli uomini che spianavano la pista di pattinaggio. Partiva all’improvviso la sirena e i pattinatori venivano invitati a uscire per qualche minuto, in attesa che gli spazzolatori spianassero nuovamente la superficie ghiacciata. Questione di un quarto d’ora o poco più, poi di nuovo tutti a formare catene o a pattinare in coppia, qualcuno da solo. Le sfuggì un sorriso, amaro come il caffè della Maghetti che stava sorseggiando, appoggiata al pilastro, di fronte alla macchinetta.
Era stanca, avrebbe dato qualunque cosa per trovarsi nel proprio letto, sotto alle coperte, la testa sprofondata nel cuscino di piume soffici. Pensò che avrebbe dovuto cambiarlo al più presto. Era ormai deformato e non andava bene per la sua cervicale. Si portò istintivamente una mano al collo, indolenzito dalla nottata appena trascorsa. Non aveva chiuso occhio. Si era appisolata più volte, ma la poltrona non era il massimo per concedersi un sonno ristoratore. Si ritrovava sempre con la testa ciondoloni, ora da un lato, ora dall’altro. Nemmeno lo schienale reclinabile.
Guardò l’ora dal cellulare: i medici dovevano aver terminato la visita. Finì di bere il suo caffè e gettò il bicchierino di plastica nel bidone dei rifiuti. Prima di avviarsi verso la stanza numero tre, si concesse ancora un attimo per se stessa e per i propri pensieri. Si diresse verso la sala d’attesa per i visitatori. C’era poca gente a quell’ora di mattina, facce di fantasmi come la sua, pensò, specchiandosi nell’ampia vetrata della finestra. Sicuramente tutta gente che aveva trascorso la notte come lei, ad assistere qualche malato.
Strana estate, quella! Non smetteva di piovere un istante. Anche il tempo sembrava assecondare il suo umore depresso. Sospirò, poi si volse verso il lungo corridoio che conduceva alle camere dei degenti, fino a giungere davanti alla porta divisoria del reparto, che trovò chiusa. Bisognava suonare e attendere. Si prega non insistere, c’era scritto. Attese dieci minuti.
Quando entrò nella camera numero tre, Adele la scrutò dal letto con aria seria. Aveva le lenzuola rivoltate fino alle ginocchia.
«Hai l’aria stanca», disse.
Ginevra le si fece vicino e sorrise debolmente. «Dici?» Le prese la mano. Era ancora livida e gonfia dall’ago della flebo uscita di vena durante la notte.
«Ti fa male?», domandò, notando l’espressione sul volto di Adele.
Adele annuì. «Non riesco nemmeno a chiudere il pugno.»
«Che cos’hanno detto i dottori?»
«Quello che già immaginavamo.»
Ginevra vide che gli occhi della compagna si erano fatti lucidi, lo sguardo tirato. Provò una stretta alle viscere, come se una mano le fosse penetrata nella pancia per strizzare l’intestino al pari di una spugna. Si chinò a baciarle la guancia e le accarezzò i capelli, sforzandosi di mantenere lo stesso sorriso di quando era entrata.
«Non mollare», le disse. «Io non posso stare senza di te!»
Una lacrima rotolò lungo lo zigomo scarno di Adele. Aveva l’aria rassegnata. Si era arresa, Ginevra glielo leggeva negli occhi.
«Dovrò fare un altro ciclo di chemio», disse Adele con voce rauca. «Pensare che, uscita di qui, volevo andare dal parrucchiere…» Le uscì di bocca un rantolo strozzato, mentre il petto sobbalzò sotto la stoffa vuota del pigiama.
Ginevra avvertì una fitta dolorosa al cuore. Si sforzò di trattenere le lacrime. Ricominciava tutto daccapo. A distanza di cinque anni, quando tutto sembrava essere finito, ricominciava un’altra volta.
«Ci andrai lo stesso dal parrucchiere. Ti porterò io appena ti sarai rimessa», disse.
Adele si sforzò di non ridere, mentre le lacrime cominciavano a scendere copiose, bagnandole il collo e le ciocche bionde sparse sulle spalle. «Abbiamo soldi da buttare?»
Ginevra non disse nulla.
«Tra poco non resterà più niente di questa chioma folta», riprese l’altra. «Che senso ha spendere soldi per fare una tinta e delle meches che durerebbero sì e no un mese? Tanto vale che, arrivata a casa, prenda un rasoio e mi rapi a zero.»
«Questa volta, ti comprerò una parrucca bellissima, una di capelli veri.» Ginevra le accarezzò la mano livida, tenendo gli occhi bassi.
«Ho conservato la mia vecchia bandana. La parrucca costa troppo», replicò l’altra.
«Possiamo permettercela!», ribatté Ginevra. «È un regalo che ti voglio fare per il tuo compleanno.»
Adele emise un singulto. «Compio gli anni a settembre. Siamo solo in giugno.»
«Non posso farti un regalo in anticipo?»
«Hai forse paura di non potermelo più dare?»
Ginevra si schiarì la voce e si staccò da lei. Si alzò e si diresse alla finestra a osservare la pioggia che scendeva, rimbalzando sul davanzale. Il piazzale sottostante si stava riempiendo di auto. Si avvicinava l’orario di visita dei parenti. Era curioso osservare le persone dall’alto.
Si ritrovò a fare lo stesso gioco che faceva da bambina: immaginare la vita degli altri.
Finse di essere la donna con l’impermeabile rosso che stava scendendo proprio in quel momento dalla Multipla blu. La seguì con lo sguardo fin dove le fu possibile. “Adesso entra nel padiglione di fronte: Geriatria. Poserà l’ombrello nel portaombrelli all’ingresso, slaccerà l’impermeabile e si dirigerà verso l’ascensore. Pigerà il pulsante del piano e arriverà nell’atrio, uno come quello di questo reparto. Si fermerà a prendere un caffè alla macchinetta poi si dirigerà verso la stanza dove il vecchio padre… o la madre?…” Ci rifletté un secondo. “Dove il vecchio padre giace in un letto…”
«Perché non vai a casa a riposare? Mi sembra che tu ne abbia bisogno.» La voce di Adele la distrasse dalle sue fantasie.
Ginevra si voltò verso di lei. «Voglio stare con te.»
«Hai passato qui tutta la notte. Vai a casa. Io non ho bisogno di niente. Sono assistita. Tornerai nel pomeriggio, quando avrai dormito. Te lo chiedo per favore.»
«Vuoi restare sola?»
Adele annuì.
«D’accordo. Farò come vuoi. Tornerò nel pomeriggio. Desideri che ti porti qualcosa?»
«Sì, un cambio: un pigiama e degli intimi. E magari un libro. Uno bello, mi raccomando!»
Ginevra percorreva il lungo corridoio verso l’uscita, quando si imbatté in un gruppo di medici che usciva da una camera. Riconobbe tra loro il chirurgo che aveva operato Adele. Si avvicinò.
«Mi scusi», disse, «potrei parlarle un istante?»
Il chirurgo la osservò con fare interrogativo e con l’aria di dire: “Questa l’ho già vista”.
Ginevra si presentò come la compagna della paziente della camera numero tre.
«Ah, certo!», esclamò lo specialista. «Ora mi ricordo.»
«Vorrei sapere qualcosa di più sulle condizioni della mia compagna», disse Ginevra.
Il chirurgo le chiese di attenderlo nella saletta d’aspetto: appena terminato il giro di visite, l’avrebbe fatta chiamare.

«Dunque, lei è la signora…» Il dottore sedeva dietro la scrivania nel piccolo ufficio. Teneva in mano una cartella clinica che riportava il nome di Adele. Ginevra poteva vederne il frontespizio.
«Ginevra Montuoli.»
«Sì, leggo qui che la paziente ha dato il consenso a comunicare le proprie condizioni soltanto a lei.» Alzò lo sguardo dal foglio e con un gesto tanto lento quanto studiato – così parve alla donna – sistemò gli occhiali che erano scivolati sul naso.
«Non ci sono buone notizie, purtroppo», cominciò guardandola fisso negli occhi.
«Lo avevo capito», disse Ginevra. «Vorrei sapere cattive quanto. C’è qualche speranza?»
Il dottore posò la cartella chiusa sul piano della scrivania, incrociò le braccia e si sporse leggermente verso di lei.
«No, mi dispiace.»
«Quanto le resta?» Formulò quella domanda con una freddezza glaciale.
«Poco.»
«Poco quanto?»
Il medico sospirò. «Qualche mese. Le metastasi sono molto estese.»
«Perché la chemioterapia, allora?»
«Abbiamo asportato la massa tumorale e vorremmo rallentare l’avanzamento del tumore, per consentire alla paziente di…»
Ginevra non gli lasciò terminare la frase. «Di prolungare l’agonia?» Lo guardò con fermezza. «Non è quello che vorrebbe Adele. E non lo voglio nemmeno io.»
Il dottore si schiarì la voce e attese qualche secondo, prima di riprendere. «Signora, è nostro dovere di medici cercare di rendere la malattia più sopportabile possibile al paziente e tentare il tutto per tutto.»
Ginevra lo interruppe di nuovo: «Ha detto poco fa che non ci sono speranze.»
«È vero, ma la chemio potrebbe consentirle di vivere qualche mese in più in condizioni dignitose», spiegò. «Non vorrebbe avere la sua compagna vicina il più a lungo possibile?»

Ginevra guidava verso casa, la mente un tumulto di pensieri rumorosi nel silenzio dell’abitacolo. Durante tutto il tragitto ripensò alla sua vita con Adele. Ricordò i loro momenti più belli, ripensò a quando aveva capito di amarla, a quando aveva dovuto affrontare la sua famiglia, alla faccia di sua madre, nel momento in cui le diceva: “Mamma, mi sono innamorata di una ragazza”. Quante difficoltà, allora, quanti scontri, quante opposizioni! E le malelingue della gente, i pettegolezzi dei vicini! Non era mica come oggi, in cui fare outing non rappresentava più una tragedia, erano altri tempi, un’altra mentalità, più gretta, più chiusa, conformista. Il legame tra persone dello stesso sesso non era concepito. Se due donne o due uomini si amavano, erano costretti a farlo di nascosto.
Dopo una dura lotta, la sua famiglia si era arresa all’evidenza dei fatti. Tuttavia la relazione con Adele non era mai stata ben vista in casa Montuoli, tanto che, molto presto, le due ragazze avevano deciso di andare a convivere e avevano scelto una città diversa, lontana dalle rispettive famiglie. Avevano poco più che vent’anni all’epoca, laureate entrambe da poco, senza un lavoro. La nonna le aveva dato dei soldi di nascosto. Ginevra ricordava ancora quel momento con infinita tenerezza. “Tieni, bambina mia”, le aveva detto, porgendole una busta di plastica sigillata, gonfia che sembrava dover scoppiare. «Questi sono i risparmi che avevo messo da parte per la mia vecchiaia. Tienili tu, che servono più a te che a me!» L’aveva baciata in fronte, un bacio umido e sincero. Ginevra e Adele erano giunte così a Milano, la città delle grandi opportunità, come si diceva in giro. Avevano trovato casa in affitto in periferia e, non senza difficoltà, un lavoro in pieno centro. Dopo alcuni anni di convivenza, Adele aveva manifestato il desiderio di ufficializzare la loro unione col matrimonio.
“Perché non andiamo in Spagna e ci sposiamo?”, aveva detto.
Ginevra aveva riso, divertita da quella proposta.
“Che bisogno c’è di sposarci? Non stiamo già bene così?”
“Sì, ma mi piacerebbe che potessimo farlo. Le coppie che si amano, vogliono stare insieme e sposarsi”, aveva spiegato.
Ginevra l’aveva abbracciata, baciandola sulla testa e l’aveva stretta a sé.
“All’estero le coppie gay si possono sposare”, aveva ripreso Adele. “Andiamo in vacanza in Spagna quest’estate e lo facciamo. Dai, che ne dici? Ti va?”
Ora, mentre la pioggia continuava a cadere incessantemente, si domandava perché mai non avesse accettato. Avrebbe dato qualunque cosa, per tornare a quel giorno, dirle di sì solo per vederla sorridere felice.
Questo pensava Ginevra, mentre l’auto inforcava la rampa in discesa dei garage. Posteggiò la vettura rasente il muro, nello spazio comune dell’androne, e scese, dirigendosi verso l’ascensore. Quando fu all’interno della cabina, si scontrò con la propria immagine riflessa nello specchio: aveva l’aria sfatta, pareva invecchiata di dieci anni in una sola notte. Premette il pulsante del piano e si lasciò portare a destinazione dalla cabina.
Entrata nell’appartamento, si sentì accogliere dal silenzio e dal senso di vuoto. Pensò che non ce l’avrebbe fatta a rivivere daccapo tutta quella sofferenza. Specialmente adesso che non le avevano dato nemmeno più la speranza. Si guardò attorno: in quella casa ogni oggetto parlava di loro. C’erano le foto incorniciate, appese alle pareti – Adele era una fanatica della fotografia – alcune a colori, altre – le più belle – in bianco e nero. Era racchiusa tutta la loro vita insieme, in quelle immagini. Si soffermò a osservale. La loro era stata una vita serena, ricca di amore e di soddisfazioni, ma – aveva ragione Adele – era mancato qualcosa. Erano comunque state felici insieme, fino a quel momento, quell’orribile momento in cui Adele aveva avvertito una nocciolina sotto l’ascella sinistra, mentre faceva la doccia. Solo una nocciolina, probabilmente una delle tante cisti che si formano nel seno femminile. Aveva un seno fibrocistico, lo sapeva bene. Quante volte era corsa dal medico, allarmata per aver sentito qualcosa sotto le dita. “Non è nulla, signora», le aveva detto il dottore “solo una cistina, stia tranquilla.” Aveva fatto un’eco per sicurezza. L’esito era stato negativo. Perché allarmarsi ancora? Sicuramente si trattava di un’altra cisti. Si era giustificata così con Ginevra quando, un giorno, allarmata per le dimensioni di quella cosa che era improvvisamente cresciuta fino ad assumere le sembianze di una noce, le aveva manifestato la propria preoccupazione. Ginevra ripensò allo sguardo allarmato della compagna.
“Ho qualcosa tra il seno e l’ascella”, le aveva detto. “Ce l’ho da diversi mesi, a dire il vero.”

Un tardo pomeriggio, dopo il secondo intervento di mastectomia, Ginevra stava riportando Adele a casa, il borsone, con i panni sporchi che puzzavano di ospedale, nel baule dell’auto. Aveva insistito perché la compagna si lasciasse truccare. Si era presentata nella stanza numero tre con la trousse dei trucchi.
«Ma che me ne faccio?» Adele aveva opposto resistenza all’inizio, poi aveva ceduto all’insistenza di Ginevra.
«Ti voglio riportare a casa bella come quando te ne sei andata», aveva detto.
«Mi stai dicendo che così sono brutta?» Adele le aveva lanciato un’occhiata di traverso. «Mi dici perché mai mi hai portato questi vestiti?», le aveva domandato, mentre si guardava addosso. «Mi sarebbe andata benissimo anche una tuta, per dove dobbiamo andare e per quello che ho da fare.»
«Ma la smetti di brontolare? Non sei contenta di tornare a casa?» Ginevra l’aveva ripresa con tono benevolo.

Quando la cabina dell’ascensore giunse al piano, Ginevra aprì la porta e aiutò Adele con il borsone. «Lascia stare, porto io!»
La prima cosa che Adele vide, entrando, fu un festone appeso tra la porta della cucina e quella del salotto, su cui era scritto a caratteri cubitali BENTORNATA A CASA! La seconda un bouquet di fiori di campo coloratissimi, come piacevano a lei, confezionato con cura. Era adagiato sulla cassapanca, di fianco alla porta. Notò anche una nuova fotografia appesa alla parete dell’ingresso: ritraeva loro due al mare, abbracciate. Guardavano entrambe l’obiettivo. Lei appoggiava la testa sulla spalla di Ginevra. Il vento scompigliava i capelli a entrambe. Sullo sfondo, il mare in burrasca, il cielo grigio. Ricordava quella giornata. Adele volse lo sguardo verso la compagna. «Come mai questa novità?», domandò, indicando la fotografia.
«È la nostra foto più bella. Mi piaceva che la trovassi entrando.»
Adele sorrise. «Voglio andare a letto. Sono stanca e mi sento molto debole.»
«Ci andrai dopo», disse inaspettatamente Ginevra. «Prima vieni in salotto con me: c’è una sorpresa.»
Adele la guardò con aria interrogativa.
Ginevra la prese per mano e la condusse verso la sala.
Lo stupore di Adele fu grande, quando, varcata la soglia, trovò tutti i loro amici ad aspettarla. Rimase a bocca aperta. Ancor di più, quando vide che, tra i presenti, c’era anche il sindaco, vecchio amico di Ginevra. Erano tutti molto eleganti. La accolsero con un lungo applauso.
Adele non riusciva a credere ai propri occhi. La tavola era apparecchiata con piatti e bicchieri del servizio bello, quello che usavano solo a Natale o nelle grandi occasioni. C’era una bottiglia di Champagne al centro e una grande torta a più piani.
«Oddio…», esclamò Adele, portandosi la mano alla bocca. «Non dirmi che è quello che penso!»
Ginevra fece un cenno affermativo col capo, lo sguardo lucido di emozione.
Fu a quel punto che la musica partì: Another day in Paradise, la canzone preferita di Adele.
Gli amici si spostarono, facendo largo alle due protagoniste di quell’evento, cha avanzarono per mano verso il sindaco, vestito in doppiopetto, pronto a celebrare il matrimonio.
Terminata la musica, il primo cittadino si apprestò a leggere gli articoli del codice civile riguardanti i doveri coniugali, quindi passò alle domande di rito.
«A seguito della vostra risposta affermativa io, Ufficiale dello Stato Civile del Comune, dichiaro in nome della Legge che siete unite in matrimonio.»
Ginevra baciò Adele davanti agli invitati, poi le due donne si strinsero in un abbraccio, tra le congratulazioni festose dei presenti.
Mentre tutti brindavano con lo champagne, Ginevra e Adele si accingevano al taglio della torta.
«Grazie, Amore», bisbigliò Adele all’orecchio di Ginevra. «Mi hai fatto un regalo bellissimo.»

La cerimonia non durò molto.
Non appena tutti se ne furono andati, Ginevra si preoccupò di riordinare la sala, caricando piatti e bicchieri in lavastoviglie.
«Hai notato?», domandò Adele a un tratto.
«Che cosa?»
«Il sindaco non ha detto: finché morte non vi separi.»
Ginevra alzò lo sguardo su di lei e ne studiò l’espressione. Non sembrava turbata.
«Chissà se si è dimenticato o se… Comunque, sono felice. Grazie.»
Ginevra aveva gli occhi lucidi, ma si trattenne: non voleva rovinare quel momento. Terminò di caricare la lavastoviglie poi si avvicinò alla donna della sua vita. «Basta ora con le malinconie!», disse, prendendola per mano. «Andiamo in camera! Dobbiamo festeggiare la nostra prima notte di nozze!»

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