#MercoledìDeiSensi: Resina – Davide Brioschi

5-senses-main-fotoQuando ancora credevo che i bambini si facessero baciandosi troppo intensamente, insistevo perché i miei d’estate mi mandassero una settimana in campagna da mia nonna.
«Campagna» significa: nella sua casa in Brianza, che in realtà campagna non è, ma lo sembra perché a pochi metri ci sono una stalla e un pollaio. Mosche col dono dell’ubiquità e galli che alle quattro e mezza del mattino cantano stonati il loro saluto all’alba.
La casa mi è tornata in mente perché l’ho sognata di nuovo, stanotte. Ormai ci entro solo quando dormo.
Il mio inconscio è di solito molto creativo. Ma davvero: una stazione ferroviaria al posto del cancello in ferro battuto? Una mostra di quadri impressionisti e sculture greche in salotto, vicino al camino?
Mi sono svegliato sentendo l’odore dei pini che cingono il giardino. Credo la chiamino allucinazione ipnopompica. Ad agosto, quando fa un caldo che potrebbe arrostirti le meningi, la resina che spilla dalla corteccia si scalda ed emana il profumo che, finché non ho avuto quindici anni, per me ha significato essere lontano dai miei coetanei.
Protezione.
Un giorno camminavo con mio nonno sul letto d’edera che invase il giardino e cercò di strangolare il melo e l’albero di cachi. Eravamo immersi nella fragranza pulita di quello scudo viscoso con cui i pini riparano le loro ferite. O sono lacrime?
M’indicò la più imponente di quelle lance verdi puntate contro Dio. Mi disse: guarda quanta resina. Ne staccò una goccia grande quanto un verme e se la mise in bocca.
Ero certo che le due dentiere, quella superiore e quella inferiore, si sarebbero appiccicate l’una all’altra e il nonno non avrebbe masticato per il resto della sua vita.
O che la nonna sentendolo biascicare avrebbe smesso di parlargli per giorni.
E invece lui la ruminava come se fosse una cicca.
«Si può mangiare tutto» mi disse.
«Finché non ti uccide», penso io.
Per un po’ l’alito gli seppe di pino silvestre, anziché di grappa all’aglio.

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