#NarrativoPresente: Mi dicono clandestino – Lisa Carboni

ES e autodaféPrimi di giugno 1977.

Mi chiamo Eleonora,
perché mia mamma aveva da bambina un’amica del cuore che si chiamava così.
Ho sette anni e vado a scuola, con uno zaino rosso.
Il mio papà quando mi porta in moto mi asciuga bene i capelli, mi fa la treccia.
Ci riesce bene perché ha dita sottili, lui suona il piano.
Mi tira su bene la zip della giacca e mi mette il casco che sembro un’aliena.
Mi dice brutta e io gli tiro fuori la lingua, ma siccome ho il casco la lingua non esce fuori.
Ma la cosa più bella di tutte è aggrapparsi sulla moto alla pancia di papà.
Che ha una pancia piccola ma abbastanza per stare sicuri.
Che quando andiamo al mare facciamo il gioco di andare in moto seduti sulla sabbia, che io gli posso affondare le mani nella pancia e non ci stanno più cattivi al mondo.
Ma oggi non è estate, anche se ci sta il sole si deve andare a scuola.
Ma se annuso l’aria io sento i fiori.
L’odore dell’acqua del lago.
Una signora corre in canotta, anch’io ci vado in canotta.
Che l’estate è vicina.
Papà corre che siamo in ritardo, che sembra di nuotare dentro l’aria.
Che bello che è. Con la sua giacca rossa. Me lo invidiano tutti.
Ma ci vivo io con il mio papà, perché mamma lavora lontano lontano e io la vedo solo a Natale e in vacanza d’estate.
Papà non la vede mai, da quando io avevo due anni.
Mi ha spiegato che prima ci viveva con mamma, ma poi litigavano sempre per i calzini.
Ah mio papà, che si chiama Mattia, ha la barba, i capelli tanti marroni, è alto giusto, magro e dimentica tutto.
Però a me non mi dimentica ma i calzini invece sì. Che tu guardi sotto il letto e ne trovi dieci. Nascosti come i gatti.
Che li prendiamo e poi tiriamo fuori da un sacchetto i calzini single ma alcuni rimangono così scompagnati.
E un giorno che eravamo lì a fare il party dei calzini, del trova il compagno di quello blu e poi di quello verde, papà si siede, le mani che si stropicciano ma poco, e dice cosa penseresti se non fossi più scompagnato?
Io rimango lì così, ho due lacrimoni e la nostra casa dico?

Primi di giugno 2016.

Mi scendono ora questi due lacrimoni, dopo che tutti se ne sono andati, strette di mano e baci da persone che manco ricordavo, mi dispiace, condoglianze.
Mi sento come un palloncino, ma d’un pesante dentro eppure basterebbe un soffio d’aria a farmi volare via. Renato lo sente e allora la sua mano ossuta stringe la mia. Si puntella sul bastone e finiamo sfiniti su una panchina.
Non è ancora estate ma c’è un bel sole, il primo caldo.
Devi passare da casa, dice, Mattia ti aveva comprato una giacca nuova per la moto. Rossa, rosso rosso un fiore.
Non ho più voglia di raggiungere una casa all’estero che forse non è mai stata casa, una casa vuota, mi sento stanca e vorrei, ecco vorrei ritornare in quella casa che era la nostra casa, che poi è stata anche la casa di Renato, che è venuto ad abitarci e mi aveva portato un regalo perché avevo finito le elementari. Ed era un trenino che ancora mezzo distrutto sopravvive in quella che era la mia camera e che non hanno toccato mai, casomai la bambina che ormai è quasi vecchia abbia voglia di tornare.
Vorrei andarci a vivere io con Renato, per sentire tra le stanze ancora l’odore di mio padre, gli spartiti del pianoforte, i libri, i suoi diari di pensieri, racconti pubblicati e quelli lasciati lì a vedere sorgere un giorno. Andare a vivere lì, per essere consolata da un vecchio che mi conosce così bene da prendere con cura ogni grinza mia e stirarla. Vorrei farmi camicia, che Renato mi mettesse a bagno nell’acqua, togliesse lo sporco piano con una spazzola, messa ad asciugare al sole e con cura stirata, e poi non riposta in un armadio ma appesa tra le librerie di mio padre.
– Puoi stare tutto il tempo che vuoi, ma non credo sia un buon futuro cambiare pannoloni ad un vecchio.
– Sarà, tanto tra un po’ pure io me li metterò. Come è stato passare più di cinquant’anni con mio padre?
Renato sorride.
– Amava la penombra, il silenzio quieto, le note struggenti di una canzone sentita in Grecia durante il nostro primo viaggio, il modo che avevi tu di grattarti la testa, la pasta alla carbonara. Leggere al cesso, fumare, bere vino rosso durante la cena e poi scappare a fare l’amore. Era capace di smarrirsi e sentire una stretta in gola per un orizzonte che si perdeva nel mare, per una tua telefonata che arrivava cinque minuti dopo il consueto. Aveva mani bambine e poi adulte, spalancava gli occhi e poi rideva e poi invece ci stavano giorni in cui si rabbuiava, una nuvola, un ombra, una rondine che guarda la pioggia. Che ti chiedevi sono io che ti ho stufato con i miei discorsi, i miei principi, il mio sentirmi sazio e tu avere fame. E piantavamo pomodori nell’orto e lui cantava piano e io prendevo la canna dell’orto e mi divertivo a bagnare la terra e la sua barba. Sono stati anni belli, le cose brutte le abbiamo scavate con le nostre mani e con le nostre mani le abbiamo cucite. Volevamo una figlia e ci sei stata tu, io ti conoscevo prima di averti vista. Una sbucciatura fatta mentre correvi a scuola, il tuo quattro in greco che ti pareva un’ingiustizia perché avevi studiato, il tuo primo casco della moto che hai perso non si sa dove. Erano i racconti di tuo padre quando ci vedevamo la sera.
Ninin, è stato un grande amore e se te lo racconto e se te lo dipingo finisce come un romanzo rosa scritto da un vecchio rincoglionito.
Lo guardo, Renato mi era piaciuto subito, sin da ragazzina. Aveva due occhi blu, blu come gli americani mani grosse ma capaci tra una vite e una rotellina di aggiustare il mio gioco preferito. Quando non riuscivo a dare un esame all’università mi aveva detto quanto conta un esame nell’arco intero della tua vita? Poco, meno di un gradino. Se non ridimensioni le tue paure quelle ti si mangiano. Una giornata di sole non puoi ucciderla con l’ansia di un esame, con la scontentezza di un brufolo sul mento. Quella proprio ci sta a ricordarti di vivere. A non mollare. Soprattutto ci sta per ricordarti di non cedere centimetro dopo centimetro la voglia di felicità.
Non avevo capito subito che non era solo un amico ma il compagno di mio padre.
L’ho capito una sera sul balcone, loro giù nell’orto a fumare.
Non parlavano, erano solo seduti sul muretto un pacchetto di sigarette in mezzo.
E ho capito pure che non ero più bambina ma ragazza. E invece di chiamare mio padre ho detto solo: Renato io esco, vi ho messo il vino in fresco.
E adesso ci tocca invece sbrigare pratiche burocratiche, che per la legge Renato non è nessuno.
Che passata questa benedetta legge sulle unioni mio padre ha detto a Renato: eh dai sistemiamoci.
E ne è nato un putiferio, con mio padre che diceva almeno ci regolarizzano e Renato che urlava meglio clandestini che cittadini di serie B, non baratto i miei diritti. Si sposa quella che è rimasta incinta, quella per raccattare l’eredità, quel vecchiaccio bavoso di fronte con la ragazzina e io a te che ti amo non ti posso sposare ti posso, ti posso che? Manco la parola ci sta. Che diciamo, andiamo in comune a unirci?
Se non posso sposarti meglio morire clandestini, come amanti sinceri e non come ancelle.
E forse quella è l’unica volta che l’ho visto arrabbiato davvero con mio padre che si è stretto nelle spalle, e io gliele ho accarezzate e lui ha detto ci vuole pazienza e ci vorrebbe tempo, tempo che non ho più. Che forse glielo dovrei dire che vorrei rimanesse scritto che noi ci siamo scelti non eravamo mica due semplici amici.
E ha usato il passato e io ho sentito davvero che tempo non ce ne era più.
Guardo le mani di Renato hanno vene in trasparenza e tremano ma stringono ancora la mia.
Mani che mi hanno fatto giocare, mi hanno scritto compiti di nascosto e poi lettere quando ero lontana. Ha sempre avuto paura che le persone care se ne andassero, come avevano fatto i suoi genitori, l’hanno preso lasciato in un collegio dicendo è solo per un giorno e son passati anni. Si difende dai torti altrui, ero un bambino troppo vivace dice. Adesso che è vecchio questi incubi gli diventano realtà.
Penso alle abitudini che avevamo noi tre prima di andarmene via, che Renato ha costruito piano per non farsi divorare dalle paure, per dire siamo noi ci siamo non ci perdiamo: il ritrovarsi a colazione insieme con la sua crostata, il film del mercoledì, lo Spritz della domenica in giardino.
Mi passa una mano tra i capelli, andiamo al nostro appuntamento in giardino dico, e riesco a pensare solo che ho ancora un padre anche se clandestino.

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