#NarrativoPresente: Ritornato – Davide Brioschi

ES e autodaféGiuro che per una volta vorrei che le turbolenze prendessero a calci i motori fino a farli esplodere.
Non faccio altro che chiedermi «perché mai?» dal decollo. Appena un’ora e un quarto fa. Quando ho detto «arrivederci» alla libertà.
Abbiamo smesso di sobbalzare: la donna alla mia sinistra mette via il rosario, e il signore vicino all’oblò smette di toccarsi le palle. Ecco perché non voglio mai stare nel posto centrale.
Atterrerò, a quanto pare.
Aprono il portellone.
Tre.
Due.
Uno.
Ciak, si gira.

Quando due settimane fa mia madre mi ha chiamato su Skype e mi ha chiesto come stessi già subodoravo una bella dose di passività aggressiva.
«Non ti vediamo mai. Ci vuoi ancora bene?»
Non so, voi me ne volete ancora?
Poi l’ho guardata, sempre che si possa dire di stare guardando qualcuno a tremila chilometri di distanza e attraverso uno schermo, con l’espressione vacua che riservai a Julio la prima volta in cui mi disse: «Te amo». Come se all’improvviso non avessi più capito la lingua dell’altro.
Silenzio imbarazzante, seguito da mio riempitivo di pausa: ehm.
I miei mi volevano ancora bene, e per dimostrarlo mi hanno invitato a pranzo da loro il ventisei dicembre. Natale no. Natale l’avrei passato dove vivo ora. Fosse anche solo per evitare di dire che l’ho trascorso in famiglia.
Julio mi ha detto no, non sarei dovuto andare. Dovevo inventarmi una scusa, che so, una sfilata per Desigual, o un servizio in qualche spiaggia della Costa Brava.
Gli ho detto che l’ultima cosa che m’interessava era l’opinione di un mio ex.
Diceva ancora «ti amo» ai ragazzi dopo una settimana?
«Sei un bastardo.»
Sei imbarazzante.
Si è irrigidito. Un blocco di ghiaccio seduto sul divanetto imbottito, di fianco al bovindo. Spingeva gli occhi talmente fuori dalle orbite da toccarmi, quegli occhi adesso tempestati di minuscoli fulmini rossi. Ha inspirato prendendo quanta più aria gli riusciva, poi la lingua ha iniziato a frustare per tutta la bocca le parole che fino a un secondo prima aveva tenuto domate in gola. Un torrente di effe, esse, zeta e parolacce è straripato nel salotto di casa mia per almeno cinque minuti. Non ho potuto fare a meno di ridere, perché di botto mi sembrava uno spagnolo che imitava un italiano che imitava uno spagnolo.
Ha provato a fare leva su un mio presunto nazionalismo urlandomi che siamo dei barbari noi italiani, che abbiamo fatto passare le Unioni Civili solo qualche mese fa, menomate tra l’altro delle adozioni. Poi il mio neo-ex-fidanzato schermidore di lingua mi ha dato la stoccata finale: a ventinove anni la dovevo smettere di assecondare il volere di qualcuno che non mi accetta.
Un punto per Julio.
Ho provato a tradurre verso lo spagnolo l’espressione «quieto vivere» e il concetto che ci sta dietro, ma la sua furia uterina faceva rimbalzare le mie parole contro i suoi timpani.
Non è che mamma e papà non mi accettino. Mamma e papà non vogliono sapere. Amano la menzogna per omissione.
«Non voler sapere e non accettare sono la stessa cosa.»
Due punti per Julio.

Fallo per l’eredità, mi sono detto.
Fallo per il quieto vivere.
Fallo velocemente.
Fallo e basta.
Questa scena iniziale vede me, pietrificato davanti alla porta di legno color fiordaliso della villa da duecento e più metri quadri dei miei. Lo zerbino è un quadratino di fibre di saggina circondato da ghirigori nero pece fatti di copertoni riciclati e trattati per sembrare ghisa.
Non ho il gusto estetico di mamma.
Grazie cromosomi.
Al di là della porta, che mi tiene ancora a una distanza al contempo abissale e sottile come carta forno da chi sta dentro, sento la voce ovattata di mia zia Maura.
«la crema da parte, così chi vuole la mette e chi non la vuole lo mangia così.»
Suono.
Un rumore di tacchi, almeno quattro direi, raggiunge l’uscio mitragliando il pavimento. La maniglia esterna è mossa da un fantasma e nel giro di un millesimo di secondo al posto dell’enorme porta blindata a guardarmi ci sono mia madre e zia Maura.
«Oddio, sei sempre il solito bel fusto!»
La zia mi saluta così da quando ho cinque anni, non ha smesso di farlo nemmeno quando a dodici la depressione mi aveva reso un insetto stecco, e segretamente detesto la parola «fusto».
Sorrido e m’imbarazzo, ma non per il complimento.
Non ho portato niente.
Neanche una fetta di Pata Negra, che sarebbe stato il minimo.
Nemmeno un regalo.
Siamo io e il mio affetto.
Zia Maura mi abbraccia, poi è il turno di mamma. Mi stringe forte e io provo a darle un abbraccio che dica «vorrei essere qui». Invece ne improvviso uno che può al massimo aver strillato «voglio scappare».
Varco la soglia e mi vengono incontro, nell’ordine, nonna Elisabetta, zio Riccardo, la moglie pazza di zio Riccardo e infine papà.
Lui non mi abbraccia, mi dà la mano. Come i veri uomini.
Auguri papà.

Nella scena seguente, siamo tutti seduti a tavola. Mamma, la donna con un raffinato gusto per gli zerbini, ha scelto una tovaglia verde agrifoglio, sulla quale ha poi steso un enorme pizzo ricamato da nonna durante la seconda guerra mondiale, che le ustioni del tempo hanno reso color crema. Candelabri, vassoi e porta grissini tutti d’argento, c’è materia prima per sterminare tre generazioni di lupi mannari.
Mi correggo, siamo quasi tutti seduti a tavola; credo che nonna Elisabetta lo farà di nuovo.
La scaletta è la stessa di sempre: finge di scordarsi una cosa in cucina; aspetta che tutti si siedano, ma sta attenta che almeno qualcuno si serva una fetta di prosciutto crudo o un pomodorino ripieno di pasta d’acciughe, poi fa la sua entrata sul palco.
«Siete già lì che mangiate e non abbiamo fatto nemmeno una preghierina».
Nel nome del padre, del figlio e di chi me l’ha fatto fare.
Amen.
Signore, benedici il cibo che stiamo per mangiare e ti prego, se c’è una pasticca di Xanax nascosta in un vol-au-vent fa’ che me lo prenda io.
Siamo in sette, ma vista la quantità di pietanze potrebbero banchettare con noi anche i clochard della Stazione Centrale. Mamma preferisce fare donazioni ai City Angels.
La diversità è bella ma per carità, fuori da casa sua.
A un pranzo in famiglia il tempo che passi senza essere oberato di domande imbarazzanti sulla tua vita è scandito dalle portate. In genere durante la prima la passi liscia, la seconda è critica e se arrivi al dessert e nessuno ti ha rivolto la parola, be’ hai un motivo per stappare lo champagne.
Il menù di oggi è il seguente.
Antipasto di salumi misti e aggiornamento sul tempo impazzito dell’ultimo periodo perché davvero, le mezze stagioni non esistono più.
Primo: cannelloni di zia Maura ripieni ai porcini e besciamella, il tutto condito dalle recenti conquiste ittiche di zio Riccardo, lui e il suo luccio grosso così.
Secondo: anatra all’arancia con contorno di aneddoti presi dalle entusiasmanti classi di catechismo impartite dalla moglie nevrotica di zio Riccardo. Fatico sempre a ricordarne il nome. È d’altri tempi, c’entrano i fiori. Gelsomina? Rosamunda? Ginestra? Tutti nomi che magari non ti dicono nulla su chi li porta, ma sono un ottimo rendiconto della spietatezza di chi li ha assegnati a una donna nata nel 1968.
Il dessert consiste in un pandoro tagliato trasversalmente in enormi stelle a otto punte, smembrato e poi ricomposto fetta su fetta, in modo tale che le punte di quella superiore stiano dove ci sono gli incavi di quella sottostante. Una brina di zucchero a velo completa l’opera, e zia Maura porta in tavola una scodella piena di crema vanigliata al mascarpone.
L’argomento ancora manca.
«Elia, hai fatto sfilate di recente?»
È la schizoide dal nome fiorato a chiedermelo; ha i capelli raccolti in un polveroso chignon anni ottanta; il rossetto color pompelmo che le imbratta le labbra non fa che mettere in risalto l’incisivo scheggiato che si porta dietro da vent’anni e le fa articolare quella esse umidiccia e fischiettante.
Sì, ho sfilato per Vivienne Westwood a Madrid, il ventidue. Poi il giorno dopo ho posato per un servizio fotografico di Ermenegildo Zegna ed è stato meraviglioso perché alla fine mi hanno regalato anche una camicia.
L’aggettivo «meraviglioso» non lo uso mai, dove vivo adesso. Fa parte di un copione che uso solo qua.
«Giacomo spendeva un patrimonio in vestiti di marche simili, vero Maura?»
Mia madre ha sentito il bisogno di ricordare a sua sorella che il suo ex marito, che secondo loro adesso abita in nessun luogo, era uno scialacquone. Credo sia il suo modo claudicante e rozzo di convincerla che davvero non valeva la pena continuare a starci insieme.
«Sì.» Mia zia non sposta gli occhi dal piatto.
Io so la verità.
«Poi, a un certo punto» continua mia madre ignorando l’imbarazzo di zia Maura, «ha cominciato a vestirsi solo con tute e roba da sportivi.»
«Già».
«È cominciato tutto quando si è appassionato a quella roba…Tree climbing?»
Pene.
«Free climbing?»
Pene mamma, la parola che cerchi è quella.
«Circuit training?»
No, il pene. Allo zio piaceva il cazzo.
«Sì insomma, roba tipo l’arrampicata. Poi è sparito, volatilizzato. Che razza d’idiota.»
C’è un retroscena tragicomico in tutta questa storia. Lo zio acquisito Rossano non si è trasferito in montagna, è solo quello che ha voluto che credessimo tutti quanti. Non passeggia per i sentieri del Sud Tirolo. Vive a Blanes con il suo fidanzato, un arrampicatore professionista portoricano.
Lo zio acquisito Rossano, prima di diventare l’asceta d’alta montagna in tuta di nylon e k-way che tutti qui sperano che sia, passava le sue giornate su Grindr.
Piantala di mentirti, mamma.
Piantala di mentirmi, mamma.
Piantala di mentirci, mamma.
Un punto per Elia.
«Fai anche altro, lì a Barcellona?» è di nuovo la psicotica col nome da pianta annuale a spostare l’attenzione su di me. Le dita sottili delle mani terminano in un tripudio di unghie mangiucchiate. L’ansia deve dare a quel dente la forza d’incisione di un tornio.
Ogni tanto lavoro come ragazzo immagine. O come immagine e basta, perché di me non c’è traccia quando sono costretto a sorridere a tutte quelle persone. Nei fine settimana liberi faccio il bartender in un locale vicino al Port Vell, e ultimamente per annegare l’insopportabile idea che io possa ancora amare il mio ex melenso e romantico, mi sveglio in mutande nel letto di un ragazzo diverso ogni sabato e domenica.
L’ultima scena è ovviamente stata censurata.
Taglia e cuci.
Faccio il bartender in un locale vicino al porto vecchio nei week-end. Stop.
I miei evitano di scavare. Non vanno oltre ciò che racconto. Col tempo ho imparato a dipingere dei coloratissimi quadri con cui tenerli incantati, e a loro piace contemplare quelli.
È il velo di Maya necessario al nostro quieto vivere. Nemmeno la «disgrazia» delle Unioni Civili li ha guariti dalla loro miopia.

«Recitavo». La prima volta che un ragazzo mi ha chiesto cosa facessi quando ancora abitavo dai miei ho risposto così. Eravamo al Parque Güell, seduti da qualche parte vicino alla casa museo di Gaudí. Le nubi facevano filtrare una luce di neon che, unita all’arsura di luglio, mi aveva azzerato la pressione sanguigna.
Lui l’avevo conosciuto tramite un sito d’incontri; allora credevo ancora che potessero servirmi a qualcosa. Ora so solo che le persone li usano per mentire su qualsiasi cosa. Aspetto, personalità, stato di salute.
Tutto.
Speravo che il mio sarcasmo, unito alle braccia incrociate e allo sguardo sfuggente come quello di una mosca, gli avrebbe fatto capire che non c’era verso di piacermi. La sua speranza c’impiegò quattro polverose, aride ore a soccombere.
La domanda sulla mia vita prima del trasferimento fu l’unica cui risposi sinceramente.
Julio, lui è il solo cui abbia raccontato la «recita». Capii che potevo farlo quando colse al volo cosa intendevo con quella parola.
Gli dissi: è una storia lunga.
«Non sto andando da nessuna parte» mi rispose il madrileno con l’abisso negli occhi.

La scena che si svolge ora comincia con nonna che porta la moka in tavola. Le Unioni Civili sono sufficientemente lontane da non essere argomento da caffè. Ma so già che nessuno le tirerebbe fuori in ogni caso, perché nessuno vuole vedere il placido Elia diventare la gorgone Elia. Soprattutto non per quelle sei ore all’anno in cui io e i miei parenti condividiamo spazio e tempo.
La discendente di Norman Bates all’acqua di non so quale fiore chiacchiera con zia Maura e ogni tanto posa gli occhi glaciali e stretti come crepe in un muro sulla maglia che indosso, un dolcevita a coste rosso carminio che ho messo per calarmi nella parte di quello che ama il Natale. Parlano di me.
Sta per succedere di nuovo.
«Ma allora, stai con qualche modella?»
Che è la versione editata e adattata alla mia vita del buon vecchio «e la fidanzatina?» incubo dei primi ventun anni della mia esistenza.
Mamma e zia Maura sentono la frase tabù, così in un maldestro tentativo di uscire di scena si mettono a parlare della nevicata incredibile di quest’anno, roba che non si vedeva dal 1985.
È il momento di finirla.
No, dico, l’ultima con cui sono stato era isterica, cattolica, indossava spesso le Hogan e aveva un attacco di panico al giorno.
«Ah sì?» dice lei. La fronte le comincia a riflettere la luce in modo insolito. Sudore.
Già. Cominciava dicendo che si sentiva morire, ansimava e il fiato le si faceva corto e ogni respiro sembrava impedire a quello successivo di esistere.
«Oh…» il sangue le abbandona il viso, si sposta nelle zone del corpo utili alla fuga.
Diceva che sentiva il battito del cuore spostarsi da un orecchio all’altro, la vista le si annebbiava a partire dalla zona periferica, il mondo cominciava a schiacciarla a terra e…
La mia parente-per-finta corre in cucina, afferra la borsa e sento le sue mani scartabellare freneticamente le bustine che tiene nella pochette dei medicinali. Poi corre in bagno.
Scusa, zia acquisita.
«Per l’amor del cielo, la prossima volta scegline una nelle grazie di Dio!»
Nonna Elisabetta e la sua ingenuità.
I miei parenti si scambiano regali, ma nessuno lo fa con me. Ed è un bene, perché sarebbe stato tutto un ricevere senza dare nulla in cambio, nel mio caso. I miei non mi hanno fatto più regali, dopo il trasferimento.
D’altra parte, puoi fare il giusto regalo a qualcuno che non conosci?

Il mio aereo è domani alle 13. Non rimarrò qui stanotte. Ho prenotato un hotel vicino alla stazione, in Brera, così sono certo di non perdere il treno per arrivare all’aeroporto.
Saluto tutti abbracciandoli. Tutti meno zia non-so-che-fiore, che dal bagno annaspa un «buon viaggio». Ristringo la mano a papà. Sono il primo ad andarsene, mi ero dato sei ore di tempo per fare tutto, quindi alle cinque e mezza sarei dovuto essere fuori di lì.
Julio mi ha scritto. Sono sparito per tutto il giorno. Mi chiede com’è andata.
Meglio di quanto non voglia ammettere. È una storia lunga.
«Quando torni ne riparliamo». Che è la versione fintamente distaccata e da ex-fidanzato del «non sto andando da nessuna parte» di quando ci siamo messi insieme.

La scena finale: me, seduto nel posto 33C di un Boeing 747 con destinazione El Prat. I motori iniziano a scaldare l’aria al loro interno e la proiettano dietro di noi, e spingono noi in avanti sempre più veloce. Tutto diventa un tuono. Fuori dall’oblò, la pista di decollo scatta dietro l’aereo, migliaia di fotogrammi quasi identici che si alternano impazziti. Tutto all’esterno sfuma, poi s’inabissa.
Milano si fa piccola, poi minuscola, poi dimenticabile.
Al suo posto, solo cielo.
Mi odio, perché non penso «sto tornando a casa». Non penso: «arrivo, libertà».
Penso che torno da Julio.
Gigliola.
Ecco il nome di zia-panico.
Stop.
Buona la prima.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *