La ragazza canarino – Luca Vellani

RagazzaGabbiaDisperataIl colore delle sbarre, quell’argento brillante che riflette i raggi del sole in milioni di arcobaleni minuscoli, fa sembrare la piazza uno zoo. Il caldo è insopportabile, ma la gente non ne è spaventata. La paura, le minacce e il terrore hanno assunto una forma diversa ultimamente. Le gabbie sono poste in piazza. Una serie di celle davanti agli occhi di tutti. La folla è in piazza con lo sguardo incollato a godersi lo spettacolo. Le bandiere nere e la gente armata circondano la piazza.

Anaan vuole diventare una cantante. Nonostante la sua giovane età – ha da poco compiuto 15 anni –, ha vinto qualche concorso canoro nei paesi vicino a Mosul. È una piccola star e sogna di portare la sua voce sui palchi di tutte le città del mondo. Purtroppo in un Paese da anni devastato dalla guerra, si sa, rincorrere i propri sogni è più impegnativo e difficile, ma la giovane ragazza può contare sull’appoggio della famiglia. Il padre, prima che gli aerei americani sorvolassero e bombardassero l’Iraq, era un commerciante di frutta. Non navigavano nell’oro però potevano permettersi una casa con un bellissimo giardino; e questo era già molto di più di quello che, in città, la maggioranza della popolazione poteva permettersi.

Anaan fin da bambina aveva una voce emozionante e unica. Anche un orecchio poco allenato se ne sarebbe subito accorto. I genitori avevano risparmiato il più possibile per permettere alla loro bambina di iniziare a frequentare una scuola di canto nel villaggio vicino. Non era sicuramente la migliore del mondo, ma da qualcosa bisognava iniziare.

La vita di Anaan non fu sconvolta dalla guerra. Le lezioni di canto andavano bene e lei coltivava il suo sogno con passione e dedizione. “Solo con impegno si può cantare bene” gli aveva ricordato il suo primo maestro prima del suo trasferimento a Mosul. “Nella grande città potrai avere un maestro privato e migliorerai ancora di più” la rassicurò la madre, ma nel suo tono la bambina sentiva un certo senso di malinconia. Quel senso che le attorcigliava le budella. La notte prima del viaggio, quando tutte le valigie erano pronte, Anaan non riusciva a dormire. Ripensava ai suoi amici. A Muham, il suo vicino di casa, che dalla notizia della loro partenza non aveva più visto. “Lo ricorderò con quegli occhi lacrimosi” sussurrò la ragazza rigirandosi nel letto intriso di sudore. Muham aveva pianto per un giorno intero. I genitori cercarono di tirarlo su di morale e gli promisero di portarlo da lei ogni settimana, ma il piccolo non cedeva. Sapeva bene, nonostante la sua giovane età, che il viaggio sarebbe stato troppo lungo.

I suoi pensieri furono interrotti da una voce che la chiamava. Anaan pensava di sognare. Si alzò e si sporse dalla sua stanza, ma in casa regnava il silenzio. I suoi genitori dormivano per prepararsi al lungo viaggio. Si sedette sul letto e sentì ancora il suo nome. Capì che proveniva dal giardino e si affacciò alla finestra. Un ragazzino scapigliato e vestito con un pigiama con pantaloncini corti azzurri la salutò. Muham aveva trovato il coraggio di salutarla un’ultima volta. La ragazza gli sorrise e gli disse di aspettare un attimo. Dopo dieci minuti erano seduti sotto la veranda e gli occhi di petrolio del ragazzo si specchiavano in quelli smeraldo della giovane cantante. “Promettimi che mi penserai ogni giorno. Perché devi partire? Non ti andava bene il maestro che avevi qui?” l’interrogatorio iniziò così. “Mu, lo sai bene, se voglio diventare brava devo andare in città. E poi certo che ti penserò sempre. Non c’è bisogno di promettere” lo tranquillizzò, ma non sembrava essersi convinto. “Io non capisco, sei la più brava del mondo. Tu non dovresti studiare. Dovresti solo farti sentire cantare dal mondo”. Anaan alzò gli occhi al cielo, quante volte aveva sentito quel discorso, si domandò e sorridendogli gli disse: “Tu lo sai che non è così. Non devi essere triste. Poi ti prometto che verrò a trovarti”. Muham esplose in un sorriso, sapeva che nessuna parola della ragazza poteva essere una bugia. Si rassicurò e tutto d’un fiato disse: “Voglio sposarti perché sono innamorato di te”. “Cos…” provò a dire, ma sentì le labbra umide e calde del ragazzo premute contro le sue. Muham si ritrasse e scappò.
Anaan rimase pietrificata con una mano che si accarezzava le labbra violate. Non sapeva più cosa pensare. Non riusciva a pensare. Tutto era successo così in fretta. La dichiarazione, il bacio, la fuga. Tre flash veloci che la lasciarono stordita. Rimase nel giardino con l’aria fresca della sera che la accarezzava. Il silenzio la aiutò a rimettere in ordine le sue idee. Forse anche lei era innamorata di Muham, forse avrebbe dovuto rinunciare a quel viaggio, a cantare. Sarebbe diventata una brava moglie che avrebbe fatto sentire la sua voce al suo amato. Si sentì ad un bivio, ma si sentì con le spalle al muro. Tutto era stato organizzato e pronto, la settimana prossima avrebbe iniziato il suo nuovo corso. Non poteva rinunciarci. Si sentì chiusa in una gabbia per la prima volta in vita sua. Tornò nella sua stanza e dalla finestra notò un bagliore nuovo e diverso. Prima di addormentarsi si ricordò anche della guerra e di come il padre avesse speso gli ultimi soldi per il loro trasferimento a Mosul. Pianse e si addormentò sul cuscino intriso di lacrime, sudore e paure.

Anaan visse la fine della guerra in una palazzina ai bordi della città, il padre aveva trovato un lavoro come imbianchino e muratore e la madre portò a casa qualche soldo facendo da balia. La vita della ragazza stava volgendo al meglio. Aveva trovato qualche nuovo amico e l’insegnante di canto era severo, ma molto capace. Gli insegnò ad usare bene il diaframma e a scaldare la voce. Nella città iniziava ad essere conosciuta come la ragazza canarino; infatti aveva seguito il consiglio di Muham e aveva improvvisato alcune esibizioni per la città riscuotendo un grande successo e ammaliando il pubblico. Era orgogliosa del suo lavoro. Si sentiva un po’ in imbarazzo ad inizio esibizione, ma bastava qualche nota per sciogliersi. Solo di una cosa si dispiaceva. La distanza dal suo primo ed unico amore. La famiglia del ragazzo era uscita dalla guerra in ginocchio e lui doveva lavorare ogni giorno per poter dare una mano. Le loro visite erano ormai diventate una rarità e Anaan si sentiva sempre più sola nonostante la fama che stava avendo e la nuova vita.

Un giorno ricevette una lettera che le sciolse il cuore:
Cara Anaan,
verrò a Mosul per cercare un lavoro. Ci vediamo tra un mese.
Tuo Mu.
Rimase inchiodata alla sedia con la lettera, quell’unica riga, in mano. La rilesse e ne assaporò ogni parola, ogni carattere. Da quel giorno partì il conto alla rovescia.

In quei giorni però l’esercito di Daesh prese la città. Mosul che lentamente era tornata alla vita ripiombò nel terrore. Uomini e donne erano costretti a sottomettersi a uomini armati. In pochi giorni le abitudini dei cittadini furono stravolte, la città cambiò come se fosse piombato su di essa un enorme temporale. Anaan non uscì di casa per settimane. Dovette rinunciare alle lezioni e ai suoi concerti improvvisati. I giorni passavano tutti uguali. I cittadini come topi in gabbia e i militari a rastrellare gli infedeli casa per casa.

Quando entrarono a casa di Anaan si stava esercitando nella sala principale. Uomini vestiti di nero, immuni alla pietà e tanto meno al suo canto la strapparono dalla sua vita. La immobilizzarono e la chiusero in una gabbia al centro della piazza principale. I suoi genitori quel giorno non erano in casa e si salvarono. Anaan fu umiliata e picchiata. Era chiusa in una gabbia di metallo con il sole bruciante il giorno e il vento freddo la sera. Nessuno poteva avvicinarsi. Come lei altre donne erano in gabbia. Come lei di fede non islamica. Anaan piangeva. Era stremata e piangeva. I suoi capelli sempre composti erano arruffati e le coprivano il volto pieno di lacrime e bava. Chiedeva aiuto, come lei le altre compagne di sorte. Qualcuna addirittura pregava. La fame e la sete iniziavano a far cedere anche le più coraggiose, quelle che avevano provato a scappare dai loro aguzzini e avevano guadagnato oltre che alla prigionia anche una buona dose di torture. Anaan piangeva, ma aveva ancora la speranza di rivedere Muham, di riabbracciarlo. Era sicura in cuor suo di essere salvata dal suo grande amore. Ogni uomo che passava vicino alla sua gabbia la faceva fremere. Le lacrime le velavano gli occhi, ma sperava di vederlo apparire tra la folla.

Neanche da prigioniera smise di contare i giorni e quella mattina. Proprio quando tutto sembrava perduto, aveva avuto il presentimento che lui fosse in quella folla che ingorgava la piazza. Per la prima volta da quando era stata fatta prigioniera guardò quel cielo azzurro vuoto: nessun uccello solcava il cielo e nessuna nuvola dava riparo. Provò a scrutare nella folla. Era sicura che Muham fosse lì. Qualcosa glielo diceva. La sua speranza di essere salvata pian piano morì dentro di lei quando vide degli uomini vestiti di nero. Proprio come quelli che la avevano strappata dal suo canto. Li vide avvicinarsi alle gabbie con delle taniche in mano. Le sue speranze crollarono definitivamente, non si sarebbe salvata, ma non voleva morire come un animale. “Non gli darò questa soddisfazione” pensò “Ci hanno tolto umanità e ora ci toglieranno la vita. Non voglio dargliela vinta. Sono bestie che trattano le persone come bestie. Non piangerò, non urlerò e non chiederò di essere risparmiata. Combatterò la mia battaglia come posso”. Guardò con sfida gli uomini che spargevano benzina ai piedi della sua prigione. Anaan iniziò a cantare una vecchia canzone. Una ninna nanna che sua madre le cantava da piccola. Intorno sentiva grida di paura e il pianto delle altre condannate. Cantò più forte. Le donne accanto a lei iniziarono ad ascoltare. Smisero di pregare di essere risparmiate e iniziarono a cantare. Quando le fiamme avvamparono si sentivano diciannove canti, nessun urlo. Gli uomini in piazza cercarono di sfondare il cordone dei soldati per spegnere le fiamme. Per salvare le ragazze. “La ragazza canarino” continuò a cercare quelle due gocce di petrolio tra la folla. Il calore iniziava ad essere insopportabile e la pelle sembrava staccarsi dal corpo coprendosi di piaghe. Il canto continuava nonostante il fumo e l’odore acre di bruciato che avvinghiava la gola. Improvvisamente lo vide tra la folla. Anaan non piangeva e cantava. “Non voglio che l’ultimo ricordo che abbia di me sia di una bambina con gli occhi lacrimosi”. Si fissarono come quella notte sotto la veranda. Si sorrisero. Poi le fiamme inghiottirono il pubblico.

Luca Vellani

2 thoughts on “La ragazza canarino – Luca Vellani

  1. Claudio Ferraris ha detto:

    Una scrittura “giovane” da irrobustire. La storia d’amore che regge il racconto, fra gli orrori della guerra , è troppo velata di sentimentalismo romantico, oggi poco realistico, tra guerre continue e violenze di ogni sorta, condizioni che certo condizionerebbero un romanzo. Per il racconto in oggetto, le condizioni espresse e il finale tragico e crudele, che il sentimentalismo passionale tende ad alleggerire si fa poco realistico e inattuale spingendo il racconto verso la novellistica sentimentale. Tutto questo però in presenza di una scrittura viva ed attenta e di un pensiero giovane ed esuberante. Il buon racconto breve, efficace, è una della prove meno facili per uno scrittore, dove nel romanzo trova più respiro, e possibilità di arricchire e variare la trama e le figure dei protagonisti. (indovino a dire l’autore un giovane? Con un’esperienza quindi in formazione, ma se costante nella volontà, senz’altro attesa da più gratificanti considerazioni. Auguri.

    1. Luca Vellani ha detto:

      Grazie per le bellissime parole. Saranno sempre un grande stimolo per migliorare!

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