#NarrativoPresente: Le case di Marco – Sila Foresti

ES e autodafé

Prima, Marco aveva sempre vissuto in vecchie case nel centro storico della sua città.
Era stato bambino in una di quelle case, figlio di genitori operai che non potevano affittare un alloggio nei nuovi immobili della periferia. Faceva freddo d’inverno nella casa dove Marco abitava a quel tempo, ma si stava al fresco d’estate, all’ombra delle spesse mura che separavano la sua famiglia dal resto del vicinato.
I pomeriggi di Marco bambino erano lunghi, divisi tra i giochi in cortile con gi altri ragazzini e i riposi forzati imposti da sua madre. Accanto alla stanza in cui Marco dormiva con suo fratello Achille, si udiva il gocciolio continuo dell’acqua dalle tubature nella vasca da bagno striata dalla ruggine.
A poche decine di metri dal cortile dove viveva Marco c’era il quartiere dei ricchi. Le due zone erano separate dalla strada dove passava il tram. La gente dalle due parti della strada non si incontrava mai. I poveri con i poveri, i ricchi con i ricchi, e Dio con tutti, diceva la madre di Marco.
I poveri e i ricchi, però, si incontravano alle giostre in piazza, a Natale, a Carnevale e per la festa patronale. Ma anche lì le loro vite scorrevano parallele. I bambini dei ricchi compravano i loro biglietti d’ingresso alle giostre e passavano tutto il pomeriggio a cavallo dei loro destrieri dorati. I bambini dei poveri stavano in gruppo intorno alle giostre e guardavano girare in tondo i cavallini luccicanti. Veniva poi il momento in cui il giostraio faceva scendere sulle teste dei bambini una coda di volpe spelacchiata attaccata a un filo, che i piccoli cavalieri si sforzavano di afferrare per vincere un nuovo giro gratuito. La coda sfrecciava veloce tra le piccole mani che cercavano di prenderla, fino a quando una, più abile o più fortunata, riusciva a strapparla dalla pinza da bucato a cui era attaccata. E i poveri, sempre a guardare.

Marco si ricordò per molto tempo di quel Carnevale in cui passò per la piazza tenuto per mano da suo padre. Gli sembrava che le giostre fossero ancora più scintillanti che d’abitudine, e non riusciva a distogliere lo sguardo dal carosello dei cavalli bardati a tutto punto. “Vuoi fare un giro, Marco?”, gli chiese suo padre. Marco si morse il labbro, “No papà, costa troppo”. Suo padre sorrise e si avvicinò alla donna che vendeva i biglietti. Marco lo vide tirare fuori il portafogli, il suo bel portafogli nero, poi rimetterlo nella tasca della giacca e ritornare con un cartoncino rosso tra le mani. “Vieni, scegli il tuo cavallo”. Marco si trovò sulla giostra per la prima volta in vita sua. La giostraia lo apostrofò: “Bimbo, sali in fretta, che il giro comincia”. Marco indicò il cavallino con il pennacchio azzurro cielo, e suo padre lo aiutò a montare in sella. Mentre girava, a Marco sembrava che i bambini rimasti a terra lo ammirassero a bocca aperta, e che gli altri cavalieri lo inseguissero senza poterlo raggiungere. A un certo punto vide suo padre che lo salutava e, improvvisamente, sopra di lui, la coda di volpe. Marco non osava cercare di afferrarla, e alzava timidamente la mano senza fare grossi sforzi. La coda sgusciò tra le mani di quattro o cinque bambini con guizzi rapidi, poi sembrò calmarsi ed esitare proprio quando arrivò da Marco, che se la trovò inanimata sulla criniera azzurra del suo cavallo. La tirò e la coda gli rimase n mano. Suo padre e la donna della giostra applaudirono.
Quando tornarono a casa, Marco raccontò a sua madre che era stato sulla giostra. “Si potevano usare meglio quei soldi” sua madre rimproverò suo padre, “Marco ha bisogno di quaderni per quando comincerà ad andare a scuola in autunno”. “C’é ancora tempo per la scuola“ sorrise suo padre, ”Marco, preferisci un quaderno o un giro in giostra?””La giostra!” rispose Marco senza esitare. La discussione tra i suoi genitori finì così, e Marco sognò quella notte di cavalli al galoppo e donnine sorridenti.

La madre di Marco morì quando lui aveva quindici anni. Era già malata quando Marco era nato, anzi Marco pensava che forse la malattia di sua mamma era anche un po’ colpa sua, perché le zie gli avevano raccontato che aveva sofferto molto quando era stata incinta e i primi affanni li aveva avuti in quel periodo. Quando sua madre morì, Marco non c’era, perché suo padre l’aveva mandato a stare da un suo cugino. Marco fece finta di non sapere cosa stava succedendo. Non poteva immaginare che non avrebbe più rivisto il viso pallido e magro di sua mamma e i suoi grandi occhi verdi. Quando tornò a casa, tutti si stavano già preparandosi per il funerale. Marco si nascose nello sgabuzzino della dispensa e pianse un poco.
Nemmeno un anno dopo, Marco cambiò casa.
Suo padre, qualche mese dopo la morte della moglie, si portò in casa una donna delle sue parti, Giuditta, che aveva due figli già adulti. Dicevano che era una vedova di guerra, ma in realtà suo marito era stato dato per disperso e lei era ufficialmente ancora sposata. Qualcuno diceva del padre di Marco che avesse frequentato quella donna già per parecchio tempo, ancora prima che la moglie morisse. Marco aveva l’impressione di avere già visto quella donna. Comunque fosse, Achille, che aveva allora diciotto anni, se ne andò sbattendo la porta di casa e portò con sé pure Marco.
Marco non aveva un’idea molto precisa di cosa ne pensava di quella storia, ma seguì suo fratello. Si sistemarono in un’altra via del centro, in una soffitta che li obbligava a salire cinque piani a piedi tutti i giorni. I due fratelli vissero per qualche mese con il salario di Achille e qualche aiuto dalle zie. Quando l’anno scolastico si concluse, Achille chiese a Marco se se la sentiva di lavorare. A Marco piaceva studiare, e stava frequentando le scuole magistrali. Si rendeva però conto delle sue responsabilità, e disse di sì al fratello, che gli fissò un appuntamento con uno dei suoi capi. Per fare bella figura, Marco si mise a studiare meccanica e disegno. Marco cominciò a lavorare in officina in un bel giorno di settembre, dorato e mite.
Una sera d’inverno Marco trovò suo padre ad aspettarlo all’uscita del lavoro. Si incamminarono verso il parco fianco a fianco, ciascuno imbacuccato nel suo cappotto pesante. Suo padre parlò molto, e Marco non ci era abituato. Gli raccontò che aveva dato il primo appuntamento a sua madre in quel parco. Gli disse che non aveva mai mancato di rispetto a sua madre. Gli parlò anche del suo bisogno, ora, di avere una donna accanto a sé e della sua idea, forse sbagliata, che Giuditta potesse essere una nuova madre ai suoi figli. Marco guardava con attenzione le nuvole di vapore che si rincorrevano nell’aria quando suo padre parlava. Marco le sapeva già tutte quelle cose, ma non aveva osato contraddire suo fratello quando lui aveva deciso di partire. Suo padre gli chiese se gli piaceva il suo nuovo lavoro o se avrebbe preferito continuare a studiare. Marco rispose che andava bene così, senza troppa convinzione. Suo padre disse che era un peccato che lui avesse lasciato gli studi, e che, se voleva, avrebbe parlato con il delegato sindacale, perché sapeva che alla Cassa edile si potevano ottenere dei finanziamenti per gli studi dei figli. Marco si commosse e alla fine del loro incontro lo abbracciò a lungo, in silenzio. Ritornò a lavorare, ma con il suo salario e con l’aiuto di suo padre gli fu possibile iscriversi di nuovo alle scuole magistrali come studente lavoratore. Qualche anno dopo, Marco entrò all’università, sempre lavorando, e si sistemò nella sua terza casa, una piccola stanzetta con terrazzino all’ultimo piano di un vecchio condominio, sempre in centro città. E questa volta con un ascensore.
Si laureò a pieni voti e trovò lavoro come insegnante in un liceo cittadino. Conobbe Marzia, una sua collega, e la corteggiò timidamente tra una riunione in sala professori, una gita con gli studenti e una sessione di esami. Lei accettò subito il suo amore taciturno, ed ebbero presto un figlio, Guido. La quarta casa di Marco fu un grande appartamento in un edificio storico che sua moglie aveva ereditato dai suoi genitori.
Il padre di Marco continuò a vivere con Giuditta, la sua convivente, “more uxorio”, come si leggeva nei documenti amministrativi che li riguardavano, perché il marito di Giuditta non fu mai ritrovato e lei non poteva risposarsi. Giuditta disse a Marco che si erano perfino rivolti alla Sacra Rota, ma senza successo. La coppia si installò in un minuscolo alloggetto in un comune della cintura. Marco pensava che era un peccato che suo padre avesse dovuto lasciare il suo quartiere nel centro storico, ma adesso le case si affittavano meno care in periferia che in città, e i due conviventi, anziani, vivevano della magra pensione lavorativa di lui e della pensione sociale di lei. Marco andava spesso a trovare suo padre e Giuditta. Stavano bene insieme, e Marco sorrideva quando Giuditta diceva di suo padre che era “beo come el sol”, con il suo forte accento veneto. Suo padre lo trovava spesso nell’orto che qualcuno gli aveva affittato a poco prezzo vicino alla ferrovia, dove le sue carote, le sue zucchine e le sue insalate crescevano allegre, esposte al sole e alla polvere di ferro che si sollevava quando il treno passava con un boato. Suo padre aveva sempre pronti per Marco e Guido una bottiglia di vino rosso e del pane e prosciutto, nel frigorifero di casa o nella borsa frigo che teneva nell’orto.

Un giorno il padre di Marco vide dei lampi di luce mentre stava piantando i pomodori. Qualche giorno dopo fu colpito da un ictus e rimase paralizzato.Passò qualche mese in in un centro di cura dove la moglie di Marco gli aveva trovato un posto. Durante l’inverno, suo padre morì.
Marco voleva fare ottenere a Giuditta la pensione di reversibilità di suo padre, e preparò con cura con lei tutta la documentazione. L’impiegata allo sportello dell’INPS sfogliò la cartellina e guardò Marco perplessa: “Ma suo padre era vedovo, non sposato!”. “Si era risposato, cioè viveva con la signora Giuditta Zanetti da anni. Erano davvero come marito e moglie”. Si amavano, avrebbe voluto dire, ma si trattenne. “Ma sa,” rispose la sua interlocutrice con aria sicura ”In Italia hanno diritto alla pensione il coniuge superstite, anche se separato o divorziato, i figli, i nipoti e in alcuni casi anche i genitori e i fratelli o le sorelle della persona defunta, ma non il convivente”. Marco tornò a casa pensando preoccupato a come potesse dare questa brutta notizia a Giuditta.
“Dopo una vita insieme, mi si tratta peggio di una pezza da piedi!” pianse Giuditta. Marco decise di non dirle quello che aveva anche saputo dall’impiegata, e cioè che la pensione di reversibilità Giuditta l’avrebbe ottenuta se suo padre fosse stato un parlamentare. Per quanto, rimuginò in silenzio, la convivente di un parlamentare non avrebbe sicuramente avuto come Giuditta lo stesso bisogno urgente di quella pensione.

Grazie all’aiuto dei suoi due figli e di Marco, a qualche economia di più sui suoi pochi risparmi e alla comprensione del padrone di casa, che accettò di ridurle di qualche decina di euro l’affitto, Giuditta riuscì a rimanere nel minuscolo appartamento in cui viveva e a continuare a passare il tempo riordinando le sue foto insieme al padre di Marco e guardando il suo canale televisivo preferito.
Marco continuò a frequentare Giuditta anche dopo la morte di suo padre. Una volta andarono tutti insieme al luna park, con Marzia e Guido. Guido guardava ammirato l’otto volante. Marco andò a comprare un gettone e Marzia si sedette a fianco di suo figlio su una fiammante Ferrari gialla. La macchinina risalì lentamente i binari verso il primo picco dell’otto volante, e Marco sollevò gli occhi fino a quando le teste di Marzia e di Guido furono due macchioline nel cielo. Giuditta prese sotto braccio Marco ed esclamò: “Certo che qui non ci sarà nessuna giostraia che gli farà scendere apposta la codina di volpe tra le mani!”. Marco abbassò i suoi occhi chiari su quelli bruni di Giuditta, che un’ombra di malinconia avevo reso lucidi, e si ricordò in un attimo dove li aveva già visti.

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