Ventiquattro ore di solitudine – Tobia Cioce

finita_Si svegliò. Si mise a sedere sul bordo del letto. Non riusciva ancora a crederci, gli sembrava tutto surreale. Se ne era andata. Rimase per qualche minuto con lo sguardo perso nel vuoto; la sua mente era piena di domande, alle quali non sarebbe riuscito a dare una risposta nemmeno volendo. Da un giorno all’altro aveva perso la donna che amava, la donna della sua vita. In quella stanza tutto ricordava lei: la sveglia sul comodino insieme ad una sua foto, ricordi di vacanze passate insieme messi sulla scrivania, persino il letto gliela ricordava. Si alzò per andare in bagno, con lo sguardo fisso per terra per evitare di guardarsi allo specchio e vedere la sua faccia segnata dal dolore. Non gli piaceva vedersi mentre era giù, mentre la vita gli dava pugni che stordivano.
Scese per fare colazione e si vestì. Tutto faceva parte della routine, ma qualcosa era cambiato: mancava lei, e il suo pensiero gli riempiva la mente e condizionava ogni singolo gesto che faceva.
Uscì di casa e andò all’università, durante il viaggio in pullman con l’iPod nelle orecchie ripercorse nella sua testa tutti i momenti felici e tristi della loro storia; ricordava quasi tutte le esperienze vissute insieme, tutte esperienze che lo avevano reso l’uomo che era.
Le lezioni corsero via velocemente tra un professore che sapeva tenere ben salda l’attenzione degli studenti e un altro che, al contrario, si capiva che l’insegnamento non era cosa sua; ma la sua mente era fissa e inchiodata sempre su quel punto, su quell’argomento, su quella ragione di vita.
Cercava di ritrovare lei nei passanti, nei suoi compagni di corso, nelle macchine che passavano. Ripensava al suo bellissimo sorriso che l’aveva catturato e fatto innamorare, ai suoi modi semplici e garbati che lo prendevano nel profondo, al suo corpo, al suo odore che lo faceva sentire al sicuro, lo faceva sentire a casa.
Rientrò a casa per il pranzo, l’appetito non era molto ma mangiò lo stesso; dopo il rito del caffè tornò in camera e si buttò sul letto, chiuse gli occhi e allungò la mano verso la parte del letto dove lei era solita posarsi dopo che avevano fatto l’amore. Sperava che, aprendoli, si materializzasse accanto a lui e che gli dicesse che era tutta finita quell’agonia, che era accanto a lui e che avrebbero vissuto uno accanto all’altro per il resto dei loro giorni. Li aprì, lei non c’era.
Il pomeriggio passò così tra un ricordo e l’altro, tra lo sfogliare di un libro e una canzone che la radio passava.
Arrivata la sera, si sentì come se fosse in una bolla di sapone rispetto al resto del mondo: lo scorrere del tempo gli sembrava relativo, le voci degli altri come ovattate, solo una cosa era chiara, limpida e delineata. Il pensiero di lei.
Si domandò dove fosse, che stesse facendo, se anche solo per un istante pensasse a lui come aveva fatto fino a qualche giorno prima, se gli stesse mancando.
Guardò la sveglia sul comodino, erano le 23.33.
La stanchezza stava iniziando a prendere il sopravvento, si preparò e andò a dormire.
Un altro giorno senza di lei era passato.

Tobia Cioce

***

13570087_1224143534272297_952060919_oTobia Cioce, 25 anni, residente a Pisa ma nato a Napoli. Studente presso la Facoltà di Farmacia. Appassionato dalla recitazione (faccio parte di una compagnia teatrale) e dalla lettura, impazzito per la musica e in special modo per gli U2. Penso che Bono sia un vero e proprio maestro nell’esprimere in pochi versi concetti ed emozioni indescrivibili. Timido ma guascone, sensibile ma “capa tosta”. Alla ricerca della Verità, anche se spesso non è quella che ci raccontano; appassionato della Storia e della storia, quella intorno a noi, quella che ci viene raccontata dalle nostre azioni, dalle nostre gioie e dai nostri dolori.

One thought on “Ventiquattro ore di solitudine – Tobia Cioce

  1. Livia Valerio ha detto:

    “Lei se n’era andata”. Un pugno nello stomaco. E lo si sente. È perfetto!

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