#NarrativoPresente: La rivincita di Magda – Laura Veroni

ES e autodaféEccolo, è arrivato! Sento i suoi passi che rimbombano per le scale. Ancora non ha capito che deve fare cambiare i tacchi a quelle scarpe. O forse le vuole tenere proprio così. Sono tacchi vuoti che fanno un rumore infernale. Mi ricordano un paio di stivali che avevo qualche anno fa. Una volta, entrando in ufficio, il mio capo mi disse: “Lo sapevo che eri tu. Ti ho sentita dal fondo del corridoio”. Non misi mai più quegli stivali: non mi piaceva che fossero loro ad annunciare la mia presenza. Sono una a cui piace passare inosservata. Non sopporto le persone boriose, quelle piene di sé che fanno di tutto per mettersi in mostra. E mio marito, purtroppo, è proprio così. A proposito, scusate, non mi sono ancora presentata: io sono Magda. Suppongo che, adesso, leggendo la mia storia, molti di voi non potranno fare a meno di immaginarmi come la Magda del film di Verdone. Beh, in effetti, è così, anche se fisicamente io e lei siamo molto distanti. Mio marito, ahimè!, è, invece, molto, troppo simile a Furio, però si chiama Guido.
Ora vi chiedo scusa, ma devo andare ad accoglierlo alla porta, altrimenti comincia con le sue solite menate del marito che arriva a casa stanco dal lavoro e la moglie che nemmeno lo riceve degnamente. Da questo momento, sarà il narratore a parlarvi di me. Io vi lascio qui e corro ad adempiere al mio dovere di moglie devota.

«Ciao, tesoro!», Magda si affrettò a porgere le ciabatte a Guido, mentre il marito toglieva le scarpe sul pianerottolo.
Era abitudine del geometra Monetti non entrare in casa con le scarpe ai piedi, per evitare di sporcare il pavimento. L’ordine e la pulizia erano due tra le cose prioritarie nella sua gerarchia dei valori. Quel rituale veniva rispettato da tutti i membri della famiglia. Addirittura gli amici dei figli, quando si presentavano da loro, erano costretti a farlo. Magda conservava diverse paia di calze antiscivolo per i ragazzi. Aveva optato per quella scelta, al posto delle ciabatte, per due motivi: non conosceva il numero di piede di tutti gli amici dei suoi figli; gli amici di Maria, la bambina più piccola, erano in una fase di crescita, quindi avrebbe dovuto comprare ciabatte nuove ogni anno. Le calze a taglia unica erano risultate, dunque, la scelta migliore.
Guido calzò le ciabatte scozzesi e porse alla moglie la ventiquattrore, quindi sfilò la giacca e le passò anche quella. Magda la prese con la mano libera e si affrettò a posarla sull’attaccapanni. Portò invece la valigetta nello studio del marito, mentre lui si dirigeva verso il bagno a lavarsi le mani.
Pochi minuti più tardi, la famiglia al completo era riunita intorno alla tavola.
«Allora, Magda, adesso che sei in ferie, hai programmato le prossime giornate?», si interessò Guido, soffiando sul risotto.
Aveva abitudini particolari, il geometra Monetti, come quella di mangiare il riso col cucchiaio. Magda lo aveva sempre mangiato con la forchetta, ma, dal momento in cui si erano sposati, si era adeguata suo malgrado, per evitare le sterili discussioni che ogni sua libera scelta suscitava.
Venticinque anni di matrimonio. Magda si domandava come avesse potuto sopportare quell’uomo pedante per tutti quegli anni.
Si erano sposati giovani, quando lei aveva appena iniziato l’università, mentre lui già lavorava in Comune, all’urbanistica. La decisione era avvenuta non perché Magda fosse incinta, ma perché Guido aveva ricevuto in eredità da una vecchia zia la casa nella quale abitavano ancora adesso. Secondo il suo giudizio, non si poteva lasciare sfitta e di affittarla a qualche altra famiglia, che poi non sarebbero riusciti a sfrattare al bisogno, nemmeno se ne parlava. Fatti due conti, Guido aveva deciso che potevano farcela a mantenersi col suo solo stipendio, tirando un po’ la cinghia, poi, col tempo, quando Magda si fosse laureata, avrebbe cercato un lavoro a sua volta e tutto sarebbe stato più facile, la vita sarebbe stata più agiata e tranquilla. Invece Magda non aveva più ultimato gli studi, in seguito alle numerose incombenze che si era trovata ad assolvere, come le pulizie, la spesa, le varie attività che il marito le commissionava. Il sogno della laurea era rimasto chiuso nel cassetto, mentre ringraziava ancora il diploma di scuola superiore che le aveva consentito di trovare un lavoro come segretaria presso una piccola azienda, grazie anche alle raccomandazioni del suocero che conosceva il titolare.
«Non ho ancora fatto programmi», rispose.
Guido la guardò con aria stupefatta. «Non intenderai trascorrere le giornate nell’ozio?»
Dio, era insopportabile!
«Lo sai, cara, che l’ozio…»
«È il padre dei vizi», lo interruppe Paolina, la figlia maggiore.
Guido si limitò a rivolgerle un’occhiata torva.
Madre e figlia si scambiarono uno sguardo d’intesa.
«Visto che non hai programmi», riprese Guido rivolto alla moglie, «ci sarebbero da lavare le auto.» Portò alla bocca il cucchiaio e masticò rumorosamente il riso. «Inoltre, già che ci sei, potresti portarmi in tintoria le giacche e i pantaloni invernali che non metterò più fino al prossimo autunno.» Ingoiò il boccone, si pulì le labbra col tovagliolo, spinse in su gli occhiali che erano scivolati verso la punta del naso e riprese a parlare: «Se poi lavassi anche i balconi, non sarebbe una brutta cosa: ho voglia di bere il caffè sul tavolino del terrazzo d’ora in poi, visto che è cominciata la stagione calda».
«Ma se piove praticamente tutti i giorni e tutte le sere?» Magda non poté fare a meno di sottolineare quel particolare.
Guido la guardò sorpreso. «E allora?»
Magda cercò di giustificarsi: «Non ha molto senso lavare i balconi. La pioggia e il vento trasportano terra e foglie. Io pulisco e il giorno dopo è di nuovo sporco.»
«Scusa, cara, ma tu ti lavi tutti i giorni?»
Magda cercò lo sguardo dei tre figli seduti dall’altra parte del tavolo. «Sì, perché?»
«Che cosa ti lavi a fare, se tanto il giorno dopo sudi e sei di nuovo sporca?», ribatté Guido.
Magda sospirò.
«Ho visto la macchina di Antonio», riprese il geometra Monetti. «È conciatina, bisogna riconoscerlo.» Quindi si rivolse al figlio. «Dovresti portarla all’autolavaggio.»
«Devo studiare, papà, ho l’esame tra pochi giorni», rispose il figlio con aria annoiata.
«Allora, Magda, ci penserai tu, visto che sei in vacanza.»
Le aveva già organizzato le giornate. Come al solito: una vita pianificata nei minimi dettagli. Secondo le sue regole, naturalmente. Che non ammettevano repliche. Questo Magda lo sapeva bene. E lo sapevano anche i suoi figli.

Dopo cena, come di consuetudine, Guido si recò in sala a guardare il telegiornale, lasciando la moglie in cucina a rigovernare. I ragazzi tornarono ognuno nella propria stanza. Da diversi anni, da quando i tre erano cresciuti, nessuno più osava condividere gli spazi con il padre, per evitare le sue discussioni polemiche e le sue imposizioni. L’unica che riusciva ancora a sopportarlo era Maria, la più piccola. Aveva solo otto anni e ancora non era satura degli atteggiamenti del padre, tuttavia aveva già cominciato a capire che era meglio stargli alla larga e cercarlo solo quando serviva, come quando doveva riscuotere la paghetta settimanale. Se i figli avevano imparato a ignorarlo, Magda non ne aveva facoltà, poiché Guido reclamava la sua presenza. Quando lui era in casa, terminate le faccende domestiche non le era consentito di ritirarsi nella sua stanza, ma doveva rimanere in sala con lui a fargli compagnia, mentre Guido decideva quali programmi guardare e fino a che ora. Questa era una cosa che Magda non riusciva a comprendere e sulla quale si era confidata una volta con sua madre, che le aveva dato della demente. “Siamo nel Ventunesimo secolo, mica nel Medioevo! Ribellati! Mollalo!”
Sua madre era una donna molto più coraggiosa di lei e sicuramente più determinata: non avrebbe mai accettato un simile comportamento da parte del marito. Ma Magda era per il quieto vivere in famiglia e sottostava ai diktat di Guido, ingoiando rospi.
«Magda, vieni che c’è Renzi in tivù!», gridò Guido dalla sala.
«Finisco la cucina e arrivo.»
«Muoviti! Sta parlando del referendum!»
“Sai cosa me ne frega del referendum!”, avrebbe voluto dire.
Quando giunse in salotto, sedette sul divano accanto al marito, concentratissimo sul discorso del premier.
“Sui contenuti la stragrande maggioranza dei cittadini, di tutte le forze politiche, vuole rendere più semplice l’Italia come fa questa riforma, finalmente”, diceva il capo del governo. “Ogni giorno che passa diventa più chiaro: il referendum di ottobre sarà su argomenti molto semplici. Se vince il sì, diminuiscono le poltrone; se vince il no, restiamo con il parlamento più numeroso e più costoso dell’Occidente. Se vince il sì, per fare le leggi e votare la fiducia sarà sufficiente il voto della Camera, come accade in tutte le democrazie; se vince il no, continueremo con il ping-pong tra i due rami del Parlamento. Se vince il sì, avremo un governo ogni cinque anni; se vince il no, continueremo con la media di un governo ogni tredici mesi. Se vince il sì, avremo meno poteri alle Regioni; se vince il no, continueremo ad avere venti burocrazie diverse per trasporti, infrastrutture, energie, promozione turistica all’estero. Se vince il sì, i consiglieri regionali non guadagneranno più dei sindaci”.
Guido lo osservava ammirato. «Grande Renzi!», commentava.
“C’è un’Italia che dice sì e non vuole fermarsi, non vuole tornare alla palude, all’ingovernabilità, agli inciuci”, continuava il premier dalla tivù.
«Giusto, è ora di farla finita col vecchio sistema! Finalmente un uomo capace di decidere da solo, senza ascoltare tutte le Cassandre!», commentava Guido.
Poi Renzi prese a lamentarsi perché, diceva, “I cittadini non stanno notando nessuna discesa delle tasse: eppure nessun governo ha fatto quanto noi.”
«Vero, verissimo! Bravo!», Guido fece un applauso indirizzato allo schermo.
Dalla cucina giunse il rumore della caffettiera che borbottava: il caffè stava salendo. Magda si affrettò ad andare a spegnere il gas. Tornò in sala poco dopo con un vassoio sul quale erano posate due tazzine. L’aroma del caffè pervase la stanza.
Nel frattempo, Guido aveva cambiato canale. Adesso c’era Berlusconi che parlava. Magda sospirò. Avrebbe dato qualunque cosa per veder un bel film.
Le ultime dichiarazioni di Berlusconi stavano facendo molto discutere il pubblico in sala. L’ex cavaliere si era espresso in merito al referendum costituzionale, dichiarando che, nel caso in cui avesse vinto il no, Forza Italia sarebbe stata pronta a dar vita a un governo di unità nazionale per un’emergenza insieme al Partito Democratico.
L’intervistatore, a un tratto, lo interrompeva e dava la parola a un altro ospite, esperto di Costituzione, il quale veniva invitato a spiegare i pro e i contro del sì e del no.
Magda ascoltò solo l’inizio del discorso poi si alzò col vassoio e portò le tazze in cucina, caricandole nella lavastoviglie. Se la prese comoda.
«Non vieni?», la chiamò Guido dopo qualche minuto.
Magda sbuffò senza rispondere.
«Cosa stai facendo di là? Muoviti che il dibattito è interessante. Puoi imparare tante cose anche tu e capire come votare.»
“Come votare lo deciderò da sola, se permetti!”, pensò Magda. Si sarebbe informata in Internet. Per quella sera ne aveva abbastanza.
«Sono molto stanca, Guido», disse tornando da lui. «Vorrei andare a letto.»
Guido la guardò con un’espressione da imbecille. «Ma se non hai fatto niente tutto il giorno?»
“Respira, Magda, respira…”, si disse lei, ingoiando l’ennesimo rospo. Aveva pulito la casa di fino tutto il giorno, lavato i pavimenti, data la cera, sbattuto tutti i tappeti, fatto la polvere, stirato una montagna di panni e quello era il suo primo giorno di ferie. Ma per Guido, l’attività di casalinga non aveva alcun valore quanto lavoro. Peccato che, se fosse stata una colf, avrebbe pure dovuto pagarla. Ma Magda non era la colf, era soltanto la moglie.
“Nell’articolo cinquantacinque della Costituzione entra un nuovo comma: Le leggi che stabiliscono le modalità di elezione delle Camere promuovono l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza.” La voce dell’esperto raggiunse le orecchie di Magda il cui cervello si sintonizzò nuovamente sul programma tivù. “Ecco, voterei sì solo per questo”, si disse. «Vado a letto», comunicò al marito.
«Non mi trovi d’accordo, Magda», obiettò lui. «Non comprendo come tu possa preferire il materasso a questo interessante dibattito…»
Magda lo interruppe bruscamente, sorprendendosi lei stessa della propria audacia: «Posso avere il diritto di essere stanca e decidere io che cosa fare, se rimanere qui a guardare la televisione o andare a dormire?»
Guido rimase senza parole, evidentemente sorpreso da quell’uscita inattesa.
Magda si congratulò con se stessa e uscì dalla sala, dirigendosi verso la camera da letto.

La mattina seguente, Magda si alzò di buon’ora per lavare i balconi, compresi il tavolino e le sedie in ferro battuto. Quella sera Guido avrebbe bevuto il caffè sul terrazzo, secondo il desiderio che aveva espresso.
“Sono proprio una brava moglie obbediente. Lui decide e io eseguo gli ordini!”, pensò con una punta di amarezza. Quanto avrebbe voluto ribellarsi e mandarlo a quel paese! Era veramente stufa delle sue imposizioni. Pensò alla Magda di Verdone e provò un senso di ammirazione per quella figura di donna, succube di un marito pedante quanto il suo, che aveva trovato il coraggio di mollare tutto e scappare con un altro uomo, piantando in asso il suo Furio. Magari avesse avuto anche lei quella forza! Pensò che in fondo due figli erano già grandi: Paolina aveva vent’anni, Antonio diciotto. Solo Maria era ancora piccola, ma anche la figlia della Magda del film era una bambina eppure lei aveva deciso di prendere in mano la propria vita lo stesso. Già, ma quello era solo un film. Nella vita queste cose non succedevano mica. O no?
Quella mattina avrebbe anche lavato l’auto di Antonio, così Guido sarebbe stato contento e avrebbe smesso di romperle le scatole, almeno per qualche giorno. Anche se, ne era certa, avrebbe sicuramente avuto qualcos’altro da recriminare.

Eh, no, il finale ve lo voglio raccontare io. Che cosa ho fatto? Sono uscita di casa, mi sono diretta all’autolavaggio e ho lavato la macchina di mio figlio per bene, interni compresi, come dice sempre mio marito. Mentre lavavo la Golf, tenevo la radio sintonizzata sulla Rai e seguivo le notizie. Ho sentito che il PD aveva perso le amministrative e che Renzi era stato contestato anche dalla base del suo partito. Il PD allo sfascio.
Quando ho finito di lavare la macchina, ho controllato che tutto fosse a posto, ho sistemato meglio la valigia nel baule, poi sono salita, ho messo in moto e sono partita. Per dove? Questo non ve lo posso dire.

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