Figli senza passato – Daniele Viaroli

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Il mio nome è Jack e non sono nessuno.
Per tutta la vita ho creduto d’essere un eroe, destinato a grandi imprese, nato per cambiare il mondo, ma ora, in punto di morte, mi rendo conto d’essere stato solamente uno dei tanti soldati partiti per il fronte per non tornare mai più. Quanti, come me, sono caduti nei deserti mediorientali con la bandiera americana cucita sul petto? E quanti soldati sono morti, dall’alba dei tempi fino ad oggi, per difendere i valori e la cultura di una terra che si era dimenticata di loro?
Sinceramente non saprei calcolarlo. Non sono mai stato molto bravo a fare di conto. In generale non sono mai stato bravo a fare nulla. Le mie maestre alle elementari lo dicevano sempre che ero un buono a nulla. I miei compagni mi hanno sempre preso in giro perché ero lento a capire le cose. Forse è proprio per quello che ho scelto la carriera militare. In fondo non dovevo pensare molto, facevano tutto i superiori. Loro ordinavano e io obbedivo. Scattavo sull’attenti quando dovevo e tutti non facevano che ripetermi quanto somigliassi al soldato perfetto.
Fu così che venni spedito al fronte. Una lettera di convocazione, l’esaltazione di un momento dopo un’esercitazione riuscita e tanti complimenti da parte del generale Andreas Lee Forbes. Ero stato scelto per un corpo speciale, un gruppo d’incursori che si sarebbero occupati di fiaccare la resistenza dei fondamentalisti islamici. Come potevo rifiutare un tale onore? L’America aveva bisogno di me. Come potevo tradire il mio paese? Forse se avessi pensato un po’ di più avrei capito come stavano davvero le cose, ma non ero bravo a pensare e i sorrisi dei miei compagni erano così sinceri, così amorevoli. Finalmente lo stupido Jack faceva parte di qualcosa, andava incontro a un destino di gloria. Io avrei difeso la libertà.
Fu l’inizio della mia fine.
I primi tempi, però, passarono avvolti in una patina di rilassante predestinazione. Noi eravamo l’esercito liberatore, eroi che avevano attraversato il mondo per salvare l’Iraq dalla sua stessa follia. Qualcuno ci aveva inculcato in testa l’idea che il popolo ci avrebbe accolto, salvatori delle loro misere vite, a braccia aperte. Noi eravamo eroi, leggende, guerrieri votati alla libertà. La verità si mostrò ben diversa. Noi non eravamo altro che ragazzetti ingenui, imbrogliati dai superiori, odiati dal popolo che sognavamo di salvare e obbligati a compiere azioni atroci per sopravvivere. La peggiore, dopo mesi di crudeltà efferate, mi portò alla tomba.
Era un mattino come tanti: polveroso, soleggiato e devastato dall’aridità. Ricordo ancora il duro risveglio da caserma, con la punta dello stivale di un mio compagno che mi picchiettava le gambe. Mi alzai sbadigliando, ingurgitai una colazione leggera e mi sciacquai la faccia nella speranza d’allontanare il sonno. Non funzionò, ma almeno riuscii a idratarmi un pochino. Indossai la mimetica e l’equipaggiamento tattico. Stavo per uscire dalla tenda quando il generale Andreas Lee Forbes entrò impettito, annunciando che di lì a dieci minuti avremmo partecipato ad un attacco alla cittadina di Shafi, alle porte di Bassora.
La battaglia fu breve e la vittoria scontata. Difficile perdere una battaglia se si utilizza carri armati e bombardieri contro pastori armati di fucili della seconda guerra mondiale. Quando finalmente entrammo in città, Shafi si rivelò essere un campo d’addestramento per guerriglieri e terroristi. L’ordine del generale di fucilare tutti gli iracheni giunse immediato e prevedibile. Nessuno di noi si oppose. Eravamo abituati a obbedire agli ordini e l’eliminazione di ogni potenziale minaccia è una prassi in guerra. Crudele, lo riconosco, ma è anche l’unico modo per restare vivi quando si combatte contro fanatici che non conoscono resa. Quel giorno, quel maledetto giorno, sarebbe stata un’incursione come tante altre se non fossi stato il primo soldato americano a mettere piede nella moschea.
Trovai una porta minuscola sul retro, abbastanza ampia da permettere il passaggio di un cane di grossa taglia. Cercai di aprirla, ma qualcosa sull’altro lato faceva resistenza. Così strinsi il fucile e usai il calcio per spaccare le assi di legno. Non impiegai molto a rendermi conto di cosa avesse fatto resistenza sull’altro lato. Stipati in uno sgabuzzino alto e stretto vi erano tredici bambini. Indossavano vestiti strappati ed erano sporchi dalla testa ai piedi. I loro occhi bruciavano di terrore, mentre si rannicchiavano il più lontano possibile dalla torcia del mio fucile, come se ammassarsi sul fondo di una stanza potesse salvarli dalla puntura letale dei proiettili.
«Generale – gridai, tenendoli sotto tiro – venite a vedere.»
Andreas Lee Forbes mi raggiunse col suo incedere orgoglioso, impettito. Il mento alto nella divisa di rappresentanza, tipica di chi passava il tempo nelle retrovie a guidare da lontano giovani votati alla morte. Si accosciò, finse di studiare la situazione dei bambini e si sollevò di nuovo, accostando la bocca al mio orecchio. Sussurrò un unico ordine, col tono secco di chi non accetta disobbedienze.
«Uccidili.»
La mia anima tremò. Potevo anche essere uno sporco figlio di puttana immerso nel sangue fino al collo, ma cazzo, quelli erano bambini. Li fissai sbalordito, lo sguardo assente e il cuore che galoppava nel mio petto muscoloso. A un passo dalla morte, ricordo ancora gli occhi di un bambino. Grandi, ingenui, ignari di tutto ciò che stava succedendo. Gli occhi speranzosi di una vittima che conosce solo violenza e crede che qualcosa di meglio sia ancora possibile.
«Cosa stai aspettando soldato? – mi intimò il generale – non hai sentito l’ordine?»
Non mi mossi.
«Allora? Vuoi forse disobbedire a un ordine diretto di un superiore? Sai cosa vuol dire?»
Non mi mossi.
«Soldato Miller – sbraitò Andreas Lee Forbes – posso farti fucilare per questo!»
Il bambino dagli occhi nocciola tese la mano verso di me, il palmo rivolto verso l’alto. Quella mano aperta, un abbraccio mancato puntato verso il mio cuore. Seguendo il braccio, lungo il bicipite e la spalla, vidi un volto stanco e coperto di polvere, nel quale brillavano incastonati due pozzi d’ambra. Quegli occhi, imploranti e sul limite del pianto, mi ferirono più di qualsiasi arma da fuoco. Li sentii penetrare nel petto e nel cuore come un proiettile ardente.
«Soldato Miller! Esegui l’ordine!» la voce del generale risuonò lontana, mentre ero prigioniero in quegli occhi, succube della speranza di un innocente.
«No.» sussurrai.
«Cosa vai blaterando?»
«NO.»
«Cosa? Posso farti spedire davanti alla corte marziale e poi far ammazzare questi ragazzini a qualcun’altro.» sbraitò Andreas Lee Forbes, il volto contratto e le orecchie rosse per lo sforzo. Poteva essere un porco codardo, ma aveva ragione. Poteva davvero spedirmi davanti alla corte marziale e fare ammazzare quei bambini a un mio commilitone. Non volevo. Quegli occhi innocenti non dovevano spegnersi. Un’idea folle carezzò la mia mente.
«Hai capito? Finisci davanti alla corte marziale se non obbedisci. E faccio fucilare anche te. Mi basta una telefonata al comando. Devo solo parlare.»
«I morti non parlano.» ribattei, mentre imbracciavo il fucile e aggiustavo la mira su di lui. Vidi la sua faccia grinzosa distendersi per lo stupore, gli occhi sgranati. Mi bastava una leggera pressione sul grilletto e quel bastardo avrebbe lasciato per sempre in pace quei bambini. Allungò una mano verso la fondina.
BANG.

Daniele Viaroli

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