#MercoledìDeiSensi: Il buio dei mortai – Davide Brioschi

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La polvere da sparo sa di uovo marcio. Voi magari non ci crederete, ma io l’ho assaggiato quell’odore che sentite dopo gli spettacoli pirotecnici.
Ferro e uovo marcio. Ecco di cosa sapeva quella torta. Sul momento non pensai «il mio occhio». Non pensai «il mio orecchio». Non pensai «i miei denti». E non perché non me ne importasse nulla, semplicemente occhio, orecchio e alcuni denti non erano più con me.
Non mi avrebbero certo fatto notare la loro assenza, ora che erano dispersi nel prato.
Volevo solo sciacquarmi la bocca. Che qualcuno mi togliesse dalla lingua quel sapore, perché avevo già capito l’unica cosa certa di quell’attimo: non avrei mai più mangiato uova.
Era la polvere nera nelle cariche di lancio ad avere quel sapore. Il ferro non erano nient’altro che i miei globuli rossi, che si riversavano copiosi sulla lingua.

«Con crema chantilly, grazie» è la battuta peggiore che io abbia mai sentito da quando propongo ai clienti di lasciar perdere i razzi e prendere torte.
È un nome ingannevole. Le chiami così per convenienza; «batterie di razzi» sembra sempre qualcosa di troppo costoso o denso di pericoli.
Quante cose letali, a questo mondo, hanno nomi innocui?
Mocassino d’acqua, per esempio.
Angelica, per esempio.
Digitale purpurea, per esempio.
Giovanna, per esempio.
Belladonna, per esempio.
Elisabetta, per esempio.
La vita di un artificiere comincia insieme a quella delle cicale, e termina coi temporali di fine agosto. E speri di non vedere mai quelle nubi gravide di rabbia, perché significano solo una cosa: centinaia di tubi precaricati da impilare su un camion, mentre il cielo fa del suo meglio per impallinarti la schiena di grandine.
L’anno in cui cominciai a togliere la fede quando arrivavo sul punto di sparo, fu anche l’unico senza quei temporali.

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