Un lavoro qualsiasi – Emiliano Felicissimo

12305725_10208043382827111_164314381_n-1Mi alzo con calma e mi preparo una bella colazione. La colazione è il pasto più importante della giornata e me la gusto con calma seduto davanti alla TV. C’è un notiziario o qualcosa del genere che parla di cronaca, personaggi famosi, cambi di stagione, sport, idiozie.
Finisco di mangiare e vado in bagno. Mi faccio una doccia calda e mi sbarbo con cura. Mi guardo allo specchio e ammiro la mia faccia pulita. Ho sempre preferito portare i capelli un po’ più lunghi di così e la barba folta, ma nel mio lavoro l’immagine è importante.
Apro l’armadio e scelgo con cura i vestiti per la giornata. Niente di troppo ricercato, non è richiesto, però neanche eccessivamente sportivo. Prendo una camicia e un paio di jeans, può andar bene così. Ripasso per l’ultima volta davanti allo specchio e decido che sono apposto. Non sono un maniaco dell’abbigliamento ma a lavoro ci hanno sempre detto di risultare curati e in ordine.
Torno in sala e controllo il telefono, magari qualche comunicazione dell’ultimo momento o altro. Non c’è niente, per fortuna. Prendo lo zaino, controllo che dentro ci sia tutto l’occorrente per il lavoro e mi dirigo fuori.

Mentre chiudo la porta di casa faccio per prendere l’ascensore ma poi ci ripenso. Ho bisogno di essere sveglio e attivo, oggi, meglio cominciare da subito a mettere in moto muscoli, sangue e ossigeno. Non ho fisse particolari riguardo alla forma fisica, ma una rampa di scale ogni tanto non può che giovare.
Fuori la giornata è caotica come al solito, macchine ferme ai semafori e parcheggiate ovunque. Io vado a passo svelto verso la fermata della metropolitana e prendo la prima che passa. Non c’è molta gente, ma so che presto si riempirà.
Guardo le persone che ho attorno e noto che sono tutte tese, quasi fossero preoccupate. Non c’è nessuno che fa caso a me o alle altre persone. Ognuno sembra assorto in qualcosa di molto importante. Anch’io lo sono, in effetti, sebbene il mio sia solo un lavoro qualsiasi.

Il treno comincia a riempirsi e io non riesco a smettere di guardare la gente. Incrocio parecchi sguardi, molti dei quali si richiudono in loro stessi dopo aver fatto un rapido esame del vagone alla ricerca di qualche posto libero. C’è giusto qualcuno che, ogni tanto, ricambia le mie occhiate curiose, seppure senza troppo entusiasmo. Mi chiedo se magari non siano colleghi, ma mi sembra altamente improbabile.
Guardo l’orologio impaziente, non ce la faccio più ad aspettare. Il mio è un lavoro come tanti, niente di eccezionale: si incontra gente, si imparano cose, si rispettano delle regole. Ognuno di noi è uguale a mille altri uguali a noi, sparsi un po’ ovunque sul pianeta. Eppure per tutti c’è un giorno speciale in cui è previsto qualcosa al di fuori dall’ordinario, una specie di coronamento del duro lavoro fatto fino a quel momento. Mi guardo di nuovo intorno e mi chiedo quale sarà, per i miei compagni di viaggio, il giorno importante delle loro vite uguali a mille altre. Una promozione? Un matrimonio, magari. L’acquisto di una casa, forse. Ad alcuni basta andare a cena fuori per rendere speciale una giornata, per altri sono necessarie cose più ambiziose. O dispendiose.
Mi accorgo che sto divagando proprio nel momento cruciale. La metro chiude le porte con uno sbuffo e riparte, sempre più carica di persone. La prossima fermata è la mia.
Continuo a guardare le persone, cerco di capire i loro pensieri e le loro vite, cosa lasciano a casa quando escono la mattina e cosa sperano di ritrovarci la sera quando tornano. Cosa danno da mangiare ai figli, al cane, al pappagallo, alla nonna in stato vegetativo da più di quattro anni. Cosa comprano al supermercato, cosa vanno a vedere al cinema. Ma soprattutto, li guardo e cerco di capire cosa faranno di qui a pochi istanti.
Poi smetto di pensare, il treno rallenta e vedo la banchina della stazione accoglierci piano piano. È affollatissima, come lo sono i vagoni.
Quando sto per mettere il piede fuori dal convoglio lancio il grido e noto che quasi nessuno capisce cosa stia succedendo. Hanno facce stupide più che stupite. Un po’ mi dispiace, ma un po’ non me ne importa niente.
Poi, ingolfato in mezzo alla calca, premo il telecomando dell’esplosivo che ho nello zaino e mi preparo a saltare in aria insieme a tutti gli altri.

Emiliano Felicissimo

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