Demoni – Davide Brioschi

297770_2344192093315_4943896_nLui alza il sopracciglio, l’angolo destro della bocca si protende verso l’orecchio. La posizione dei muscoli facciali che comunica a qualunque essere umano: ti disprezzo.
E si rimette la canna in bocca. La canna che ho appena rifiutato. Quella che mi ha appena definita, mi ha rivestita coi tanti stereotipi che affollano il microcefalo di questo ragazzo, che conosco da circa due tiri di spinello.
L’ultimo grido dei moralisti, qui, è farti la morale per quello che non vuoi fare. La canna che non fumi, la coca che non tiri, l’MD che non sciogli nel mojito. Queste cose che non fai, per loro, hanno più importanza di quello che potrai mai fare in tutta la tua vita.
In un mondo in cui non fumare metamfetamina in cristalli ti rende un reietto, l’omicidio è un atto edificante.
Sul comò di fianco al letto c’è una bottiglietta di lubrificante a base d’acqua. Il modo di questo decerebrato di comunicare a tutti noi che l’uomo che ci ha aperto la porta non è suo padre.
Dove mi trovo ora, è un appartamento in Carrer de Mallorca 134 a un piano alto a sufficienza da non far sentire i clacson delle automobili. A circondarmi, mensole in mogano, tavoli di design e persone che ho l’onestà intellettuale di non chiamare amici.
Perché io sia venuta fin qui, questo non mi è chiaro.
Dove siamo diretti, è l’unico motivo per cui sono qui. All’Apolo c’è l’evento annuale di musica elettronica. È lì che andremo.
O almeno, è ciò che credevo fino a pochi secondi fa.
Il vero motivo per cui sono qui, lo scopro quando il padrone di casa chiede alle due ragazze con cui sono venuta se hanno già le prevendite per non-so-che, e loro gli piantano sotto il naso due biglietti con scritto il nome di un posto che preferisco dimenticare. La serata dove vuole andare il moralista-al-contrario costa meno, dice.
Costa meno perché ci sono anch’io, e in cinque l’entrata la paghi così poco che hai anche i soldi per comprare un Long Island e dell’LSD da scioglierci dentro.
In questa casa, in mezzo a queste persone, io sono uno sconto. O un pezzo di cartone imbevuto di acido lisergico, dipende dal punto di vista.
No. Io vado all’Apolo.
Come diceva la canzone? «La rabbia non muore mai(1)». Tanto vale passarci una notte assieme.
Ecco cosa puoi fare con la rabbia: imbrigliarla.
Esco di casa, la porta tuona dietro di me. Nessuno stupore da parte loro significa: grazie di essertene andata.

Dove sono adesso è il Passeig de Gracia, la via dove un secolo fa le famiglie barcellonesi più benestanti camminavano in pompa magna per ostentare il loro prestigio. Quello che ostento io sono un paio di Loboutin nere e rosse con tacchi modello Empire State Building, che a fine serata faranno dei miei piedi carne trita. Ho una mano in tasca, con quattro dita raccolte attorno al palmo meno uno, perché non sai mai quando potrebbe passarti di fianco una comitiva di olandesi ubriachi.
Ecco cosa puoi fare con la rabbia: camminare per un chilometro su scarpe fatte per coprire la distanza bancone del bar-pista da ballo.
Prendo la metro e scendo a Parallel, la fermata dell’Apolo. Normalmente cercherei un ragazzo attraente già nella fila d’entrata, ma domani, per una volta, voglio svegliarmi nel mio letto. Ne sento il bisogno.
Questa sera siamo io e la mia rabbia.
Devo salvarmi da sola, non può farlo nessun altro.
In fila, dietro di me, sento due ragazzi parlare in catalano del mio culo. Mi giro, fingendo di stare cercando qualcuno. Uno dei due ha baffi foltissimi alla Freddy Mercury; dalla carnagione sembra marocchino, ma credo che sia solo retaggio genetico dei moros. Da come sostiene lo sguardo sulle mie tette, direi che è lui quello interessato alla mercanzia.
È sempre un piacere essere l’equivalente in carne umana di una moto da corsa.
Le porte dell’Apolo si aprono, gridano qualcosa e si richiudono, soffocando la musica dentro la sala; il ciclo continua così finché le apro anch’io, e vengo presa per mano dal remix di una canzone che va quest’anno, quella col ritornello che dice «tesoro, amore, tu non sai cosa significa scomparire mentre sei qui(2)».
Istantanee di volti verdi, rossi, bianchi, blu, lampeggiano attorno a me. Faccio scattare le Loboutin fino al bancone del bar.
Stasera birra. Una Estrella scivola sul bancone, e nel tempo di un cambio di brano l’ho già finita. Sgambetto leggiadra fino alla pista da ballo, o almeno è quello che mi sembra di fare.
Ecco cosa puoi fare con la rabbia: ballarci fino all’alba.
Ballare finché anche lei si stanca e vi ritrovate al porto vecchio a raccontarvi storie imbarazzanti di ragazzi mentre il sole comincia a ustionare l’orizzonte.
Il deejay ha messo la versione elettronica di un brano di qualche anno fa che dice «non guarderò mai indietro, non mollerò mai, quando il gioco si fa duro i duri iniziano a giocare(3)».
E io gioco.
«Non guardare indietro» è ciò che mi dissi quando decisi di andarmene per sempre da dove vivevo prima. Un ragazzo che frequentavo da circa un ciclo mestruale, quando capì che oltre a un ricreativo atto sessuale tra noi non poteva esserci altro, mi disse che se non mi fossi decisa ad avere una relazione stabile sarei sempre sembrata «una di quelle».
L’ultimo grido dei moralisti, lì, è sostenere che il sesso occasionale è roba da uomini. Pur di non accettare l’idea di essere un niente di che, quel ragazzo ebbe il fegato di dirmi che ero una puttana.
Ecco cosa puoi fare con la rabbia: prendere un aereo e cercare un posto in cui sentirti a casa nel mondo.
Ogni posto ha i suoi produttori di morali usa e getta: ecco il problema.

Un braccio mi aggancia la vita. Mi giro e un volto orientaleggiante appare e scompare davanti a me. Due baffi corvini contrastano coi flash bianchi. Il ragazzo della fila. Fa cenno di andare al bancone del bar.
Non voglio nulla. Io voglio solo ballare, ballare con la mia rabbia.
Ti prego, vattene.
Alla fine la birra, o io, non lo so più, mi fa arrivare al bancone. Il ragazzo coi baffi mi tiene ancora un braccio attorno alla vita. Vuole offrirmi da bere. Mi oppongo, ma lui ci prende comunque due Martini e cola.
Niente: piuttosto che incassare un rifiuto, certi uomini si farebbero evirare.
Mi racconta che fa il designer, che a settembre si trasferirà a Londra per un Master. Dice di chiamarsi Martin, alla francese, o Guillermo, non capisco. Dice che un suo amico di Pamplona è lì vicino ai bagni che ci sta provando con una ragazza. Non lo vedo, così lui me lo indica col dito.
È a questo punto che succede.
Con la coda dell’occhio, o perché non riesco più a tenere gli occhi fermi su un punto, vedo una pastiglia colorata scivolargli dalla mano e andare giù, giù nel mio Martini e cola.
Ecco cosa puoi fare con la rabbia. Mi volto, lo bacio, e cerco di fare in modo che la mia lingua lo distragga da ciò che sto facendo. Fingo passione, gli accarezzo il viso con una mano, ma in realtà sto creando un paraocchi. Mi stupisco della mia stessa abilità.
Fatto. Il mio drink ora è il suo. Il suo, il mio.
Mi stacco, prendo il suo bicchiere e mi fiondo nell’orgia di corpi spasmodici.
Lui rimane al bancone, ma non perché sia incredulo. Sta aspettando di ritrovarmi per terra, coi capelli appiccicati di vodka e un sorriso in faccia che dica: fa’ di me ciò che vuoi. Lui il bracconiere, io il ghepardo sedato.
Scordatelo.
Cambio sala.
A volte dici che hai paura di fare qualcosa, ma alla fine quello che davvero ti spaventa è farlo da sola. Quello che ti manca, in realtà, è la giusta dose di rabbia.
Vorrei averlo solo pensato, e invece l’ho urlato nell’orecchio di un ragazzo tedesco, che mi guarda come mi guarderebbe mia madre, se fosse qui.
Il remix qui, ora, è di una canzone che dice «scuotilo via, scuotilo via, oooh, è difficile ballare con un demone sulla schiena, quindi scuotitelo di dosso(4)».
E io ballo, insieme alla rabbia.
Ballo, e tengo lontani i demoni.
Ballo, attorno ho nessuno.

Il sole fuori comincia a colpire impietoso i volti di chi esce di qua. Lo intuisco perché il deejay ha abbassato il volume della musica. Un modo soave di dire «andatevene».
Esco dall’Apolo, io, la rabbia esausta e i miei tacchi Empire State Building.
L’amico di Pamplona trascina il ragazzo coi baffi per i polsi e lui gli lecca le mani, urla che vuole un bacio da lui, o dalla signora che passa loro di fianco, non fa differenza.
Mi arriva un messaggio da una delle ragazze di ieri sera, le due signore-nessuno. Quelle che la malafede stava per indurmi a chiamare «amiche».
Mio Dio, di quante cose mi sono convinta pur di non affrontare la solitudine?
«CHE COSA HAI FATTO?!» recita il messaggio a cui non risponderò mai.
Con la rabbia puoi anche prendere di nascosto il lubrificante di uno che ti ha fatta star male, andare in cucina con la scusa di voler prendere un bicchiere d’acqua e ficcare un po’ di chili in polvere nella boccetta.
Poi, puoi rimettere la boccetta al suo posto, sul comodino di fianco al letto.
Caro il mio signor retto-al-fulmicotone.
Voglio godermi questo momento, quello in cui l’oggi viene alla luce, ma non qui.
Vado in spiaggia.
Prima di salire in metropolitana, sento la mia spalla destra pesare più del dovuto. La mano di una bionda coi capelli raccolti in non so quante treccine mi trattiene. Sorride. Sei venuta qua da sola, mi dice.
Sono venuta qua da sola, le rispondo.
Lascia per un attimo la mano del suo ragazzo e mi abbraccia, ma non è pietà quella che sento infondermi.
Fuerte, mi dice, sei una forte.
Sono venuta qua da sola, ripeto.
E ridacchio, senza nessuna ragione apparente.

Davide Brioschi

 

(1) La canzone in questione è Anger Never Dies, del gruppo Hooverphonic. (NdA)
(2) La canzone in questione è Baby Love, della cantante Petite Meller. (NdA)
(3) La canzone in questione è Falling, della band Haim. (NdA)
(4) La canzone in questione è Shake It Out, del gruppo Florence and the machine. (NdA)

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